25 Gennaio Gen 2018 1740 25 gennaio 2018

Oprah Winfrey dice no alla presidenza: una buona notizia

La conduttrice smentisce di essere interessata alla Casa Bianca. Rivelando così di avere la testa sulle spalle, a differenza dei suoi sostenitori.

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Oprah Winfrey Presidente Stati Uniti

Tra i pochi motivi per cui Oprah Winfrey sarebbe stata un buon Presidente degli Stati Uniti, c'è la sua rinuncia a diventare Presidente degli Stati Uniti. La conduttrice, in un'intervista al magazine InStyle ha spazzato via tutte le chiacchiere delle ultime settimane: «Non è una cosa che mi interessa. Non ho il dna per farlo». E, così facendo, ha dimostrato di essere la donna pragmatica e intelligente che è sempre stata, al contrario di tutti quelli che dopo il suo bel discorso ai Golden Globes avevano perso la testa e cominciato a vedere in lei la salvatrice della patria e, quindi, del mondo intero.

Un isterismo collettivo comprensibile, visto chi siede oggi nello Studio Ovale, ma non giustificabile. Perché, come aveva giustamente scritto Marina Viola su Lettera43, Oprah Winfrey non sarebbe stato altro che una Trump al contrario: «È nera. È donna. È la persona più conosciuta degli Stati Uniti, icona televisiva, star cinematografica, influencer letteraria. [...] Non è rozza o ignorante o pazza, Oprah, anzi: è una persona estremamente intelligente, empatica e popolare». Perfetta imprenditrice di se stessa e meravigliosa donna di spettacolo, insomma. Ma, grosso modo, la stessa cosa che era Trump: impreparata, miliardaria, con amicizie e legami nei giri che contano ma mai cimentatasi nella politica.

Che un'eventuale candidatura di Oprah Winfrey fosse un'idea totalmente campata per aria avremmo dovuto capirlo quando anche il New York Times ha pubblicato sulle sue pagine un editoriale che ne smontava le pretese. Il New York Times: per intenderci, lo stesso quotidiano che per due anni interi ha tirato acriticamente la volata a Hillary Clinton senza riuscire a vedere il ciclone Trump in arrivo, e nascondendolo così ai radar giornalistici di tutto il mondo.

D'altronde, l'entusiasmo scaturito dall'ipotesi di una Oprah presidenta dovrebbe dirci molto su chi siamo, o chi crediamo di essere, noi che ci definiamo progressisti o democratici. Ci vediamo migliori rispetto a chi vota a destra, perché noi non cadiamo nelle fake news, siamo per i matrimoni e le adozioni gay, accogliamo i migranti, aborriamo il nazismo. Tutto giusto, e facciamo bene a essere così. Ma, sotto sotto, per altri aspetti siamo altrettanto superficiali: basta lo slogan giusto, detto con l'enfasi e la retorica giusta, per dare la patente di leader politico a chi politico non è. Abbiamo rinunciato alla quieta forza dell'analisi, della riflessione e del lavoro silenzioso e paziente, restringendo le nostre visioni e la nostra prospettiva a misura di tweet. Non ci interessa più che qualcuno faccia qualcosa, ma che dica qualcosa. La realtà non è importante, ciò che conta è il balsamo lenitivo delle parole che ci danno speranza di giorno in giorno. E così, pian piano, svuotando di senso parole come femminismo e diritti, siamo arrivati ad esultare per una donna speculare, e quindi perfettamente sovrapponibile, a Trump. Scoprendo che, ahinoi, i nostri cervelli funzionano esattamente come quelli dei sostenitori di Donald.

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