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20 Gennaio Gen 2018 1950 20 gennaio 2018

Women's March 2018, Asia Argento: «Berlusconi un porco»

L'attrice a Roma si scaglia contro il politico. Intanto le donne scendono in piazza anche nel resto del mondo. Ma c'è anche chi si lamenta per la scarsa rappresentanza del movimento.

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Womens March 2018 1 (2)

2018: dopo un anno, Donald Trump è ancora alla Casa Bianca. Le donne, invece, sono scese ancora in piazza, in tutto il mondo, per replicare la Women's March, dopo un 2017 che ha visto la nascita dei movimenti #MeToo e Time's Up. E quest'anno, tra le manifestanti, c'era anche Asia Argento, che ha sfilato nel corso della marcia mattutina svoltasi a Roma. L'attrice, tra le vittime dello scandalo Weinstein, non le ha mandate a dire: «Qui in Italia non c'è stata solidarietà femminile da parte delle mie colleghe nel mondo del cinema. Nessuna attrice ha alzato il pugno per dire 'sono dalla parte di Asia' [...] Mi chiedo come possano cambiare le cose in questo Paese se non c'è solidarietà femminile». Poi, Asia ha puntato il dito contro colui che, a suo parere, è responsabile del clima attuale: «Basta con quel porco di Berlusconi, dobbiamo impedire che torni al potere, questo porco».

POTERE ALLE URNE

In Italia la marcia si è svolta anche a Firenze e a Milano, ma ha coinvolto città da tutto il mondo, da oriente a occidente. Resta forte, comunque, l'impronta statunitense della manifestazione, tant'è che anche la marcia romana è stata organizzata anche da alcune cittadini americane, tra cui Elizabeth, intervistata da Vanity Fair: «La Women’s March 2018 sposa, come l’anno scorso i valori di progresso, uguaglianza e tolleranza. È una grande emozione ritrovarsi unite, ancora di più, un anno dopo la prima marcia». Molta enfasi, quest'anno, viene data all'importanza delle elezioni. Tra gli hashtag di riferimento c'è infatti #Powertothepolls, potere ai voti, e che dunque si sposa alla perfezione con le imminenti elezioni politiche italiane. In quell'occasione, ma anche in tutte le libere elezioni di tutto il mondo, le donne hanno il potere di influenzare la politica dei vari Paesi premiando quei partiti e quei candidati che mettono la questione di genere tra quelle più importanti.

ANNIVERSARI E CAPPELLINI ROSA

Non è un caso, dunque, se durante le marce di tutto il mondo capita di imbattersi nei rappresentanti del gruppo Democrats Abroad, che cercano cittadini statunitensi all'estero per registrarli e spingerli a votare. E a proposito di voto, vale la pena che per le donne inglesi il 2018 è un anniversario importante: 100 anni prima, nel 1918, dopo anni di lotta anche aspra condotta dalle suffragette, nel Regno Unito il parlamento, per la prima volta nella storia, dava a otto milioni e 400 mila donne il diritto di votare. Negli Stati Uniti sono rispuntati i cappellini rosa dell'anno precedente e le critiche più aspre, come riporta il New York Times, sono state indirizzate al presidente Trump. Numerosi i messaggi pro-aborto e fortissima, a Los Angeles, la presenza delle donne di origine ispanica: non era difficile, tra la folla, udire lo slogan tutt'altro che anglofono «Sì, se puede!». Segno che non sono solo le donne bianche a volere un cambiamento.

CRITICHE DALL'INTERNO

Va anche detto che ci sono stati anche casi di donne che hanno preferito boicottare la Women's March: in particolare, sono state le donne afroamericane a lamentarsi sui social media, come riporta Newsweek. Pare infatti, che l'anno scorso fossero state criticate, a Washington così come in altre città, per essersi lamentate della scarsa inclusività dell'evento e della scarsa rappresentanza. Tamika Mallory, donna di colore e membro del consiglio della Women's March, ha voluto ribadire che la marcia non è un'occasione solo per le donne nere, ma per tutte le donne in generale. La trans di colore Raquel Willis ha chiesto più fatti e meno parole, in merito all'inclusività. Fratture che non cancellano il valore di quella che può essere definita come una vera e propria mobilitazione di massa, ma che gettano comunque una luce critica su determinati aspetti del movimento femminista, con cui le donne al loro interno, Trump o non Trump, dovranno prima o poi fare i conti.

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