12 Gennaio Gen 2018 1939 12 gennaio 2018

In Cina arriva #MeToo, ma la strada è ancora lunga

In Rete compaiono le prime proteste, con l'hashtag #WoYeShi. Ma la tradizione di disparità è difficile da sconfiggere. 

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#MeToo arriva in Cina e diventa #WoYeShi, il movimento contro le molestie e gli abusi sessuali scaturito dallo scandalo di Harvey Weinstein a Hollywood che l'Italia ha declinato come #quellavoltache. Come racconta il Guardian, a rompere il silenzio è stata una cinese di trent’anni, Luo Qianqian, che il primo gennaio ha scritto una durissima denuncia online raccontando dell'aggressione sessuale subita all’età di 18 anni da parte di un suo tutor. La forza di parlare le è arrivata dodici anni dopo. «Non c'è più nessun bisogno di avere paura. Dobbiamo alzarci con coraggio e dire no», ha scritto lanciando l'hashtag #WoYeShi. L'hanno seguita in molte, ma non moltissime. La giornalista Huang Xueqin, vittima anche lei di un'aggressione nel 2012, ha colto l'occasione per annunciare che sta conducendo un'indagine sulla violenza contro le donne. C’è poi la studentessa Zheng Xi, che ha rilanciato una campagna pubblica contro le molestie sessuali e contro il silenzio. Oggi, evidentemente “l’altra metà del cielo”, come la chiamava Mao Zedong, vuole tornare a far sentire la sua voce. Ma non è così semplice.

UN'UGUAGLIANZA DA FONDAMENTALE A DIMENTICATA

Leta Hong Fincher, autrice di Leftover Women: The Resurgence of Gender Inequality in China (2014), interpellata dal quotidiano britannico ha sottolineato come se è vero che «alcune donne sono uscite allo scoperto, colpisce il fatto che siano poche». Secondo un rapporto delle Nazioni Unite del 2013, infatti, circa la metà degli uomini cinesi ha usato violenza psicologica o fisica sulla propria compagna. Numeri non troppo differenti da quelli di altre parti del mondo. Ma particolarmente grave è che in Cina il 72% degli uomini che hanno abusato di una donna non abbia subito nessuna conseguenza legale. All’inizio del Novecento, quando la Cina era ancora un impero, molti intellettuali erano convinti che la questione dei diritti delle donne fosse centrale per trasformarla in una nazione moderna. Anche ai tempi di Mao, l’uguaglianza tra uomini e donne era considerata fondamentale per il Paese e un vanto dei sistemi socialisti. Poi con l’apertura al mercato, le cinesi hanno perso il terreno già conquistato. Oggi ricevono salari più bassi degli uomini e subiscono una forte pressione sociale per sposarsi e badare alla famiglia. Anche i corpi femminili, che durante gli anni di socialismo reale erano nascosti da divise e acconciature uniformi, sono tornati a essere mostrati per guidare consumi e desideri. Oggi le donne guadagnano in media il 40% in meno degli uomini e faticano ad arrivare a ruoli di potere. C'è solo una donna tra i 25 membri del politburo e la moglie del presidente, Peng Liyuan, ha dovuto abbandonare la sua carriera di cantante di successo per non far ombra al marito.

UN SILENZIO DI STATO

La Fincher individua la causa principale della timidezza sul movimento #WoYeShi nella rigida censura del Partito comunista cinese. Spiega: «Le attiviste sono politicamente ben organizzate. Ci sono militanti in diverse città, si coordinano tra loro e hanno un grande appeal: tutti questi fattori fanno sì che le autorità cinesi le considerino una minaccia politica». Il punto è che in Cina esprimere il dissenso collettivamente è sempre a rischio. Nel 2015 fece scalpore l'arresto di cinque ragazze che volevano distribuire nei mezzi pubblici adesivi e volantini contro la violenza sessuale in occasione dell’8 marzo. Sono state arrestate prima di poterlo fare con l’accusa di disturbo dell’ordine pubblico. Ma il governo non è rimasto a guardare. L'anno successivo la Repubblica popolare ha approvato la prima legge cinese contro violenza domestica dopo oltre 20 anni di bozze e richieste da parte delle reti femministe. Una dimostrazione che chi chiama all’azione dal basso non è ben visto nella Repubblica popolare, anche se i suoi obiettivi coincidono con quelli del governo.

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