L'EmanciMappa

3 Gennaio Gen 2018 1743 03 gennaio 2018

Diritti delle donne, a che punto siamo in Iran

Le proteste violente di questi giorni hanno riacceso i riflettori su un Paese che non conosce l'uguaglianza di genere. Dalla violenza domestica non punibile per legge allo sport come divieto.

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Donne Iran

Il 27 dicembre 2017 una foto scattata a Teheran, Capitale dell’Iran, rilanciata dai canali social della giornalista e attivista Masih Alinejad, raggiunge, in poche ore, migliaia di persone in tutto il mondo. Ritrae una giovane donna in piedi e senza hijab. Il suo velo bianco è sistemato al vertice di un bastone, che lei regge come se fosse una bandiera. È in tuta e scarpe da ginnastica. Non grida, né protesta: è immobile e perfettamente in equilibrio, in mezzo ai passanti che, quasi, la ignorano.
L’immagine, probabilmente per equivoco, è stata scambiata per il simbolo delle manifestazioni cittadine che improvvisamente, dal 28 dicembre, hanno agitato l’Iran. Proteste, cominciate a Mashad e poi diffuse in altre città, contro la corruzione e la crisi economica. Non un movimento politico o progressista, né a favore dei diritti delle donne. Secondo fonti non confermate la ragazza, ancora senza nome, sarebbe stata arrestata. Perché in Iran, a una donna non è permesso mostrarsi pubblicamente con il capo scoperto.

Se chi mi legge è una donna, le chiedo per qualche momento di immedesimarsi in questa storia. Questa immagine (che vi invito a ripostare) è il simbolo della nuova protesta che sta vivendo l’Iran. Migliaia di persone stanno scendendo in piazza per dare il diritto alle donne di scegliere se indossare o meno il velo. Non è una rivolta contro il velo ma contro l'obbligo del velo. Immaginate di essere punite se mostrate il capo, di essere additate e denunciate alla polizia morale (la Ershad è la polizia morale iraniana che sorveglia il trucco eccessivo, i vestiti troppo aderenti, la mancanza del velo). Come vi sentireste? La ragazza qui raffigurata ha sventolato in Piazza Enghelab, con i capelli sciolti, un drappo bianco, simbolo della protesta contro il velo obbligatorio. Il 28 dicembre è stata arrestata. Il suo gesto ha messo paura al regime degli ayatollah: una ragazza che si toglie il velo e sbandiera, timida ma ferma, la libertà di mostrare i propri capelli. Aveva aderito a #MyStealthyFreedom, il movimento che promuove i diritti delle donne creato dalla giornalista e attivista iraniana Masih Alinejad. I giovani iraniani stanno manifestando in tutto il Paese anche contro l'emorragia dei soldi del regime iraniano verso Assad: circa 29 miliardi di euro all’anno dati dal governo al regime siriano (fonte Nazioni Unite). Non solo, l’Iran sta finanziando gli Huthi nello Yemen, gli Hezbollah nel Libano, gli sciiti del Bahrein e i gruppi jihadisti di Gaza. Il regime cerca di controllare le informazioni ma ad oggi, in sei giorni di proteste, si sa che ci sono stati 23 vittime e oltre 450 arresti. La vittima più giovane aveva 11 anni. #IranProtests

DUE DONNE, DUE STORIE DI NEGAZIONE

Reyaneh Jabbari aveva 19 anni e il volto incorniciato da un hijab nero. Uccise Morteza Abdolali Sarbandi, un ex agente dei servizi segreti iracheno, per legittima difesa dopo un tentativo (forse riuscito) di stupro. L’omicidio lo confessò dopo l’arresto, ma non le fu consentito di avvalersi di un avvocato per difendersi. Fu condannata subito alla pena capitale: il 25 ottobre 2014 fu impiccata nella prigione di Gohardasht, a Karaj. La famiglia della vittima avrebbe potuto salvarla a patto che la giovane smentisse la sua versione dei fatti. Ma lei rifiutò.
Niloufar Ardalan ha 32 anni ed è la capitana della Nazionale iraniana di calcio femminile: la chiamano «Lady gol» per le sue doti tecniche. Gioca come centrocampista per lo Zob Ahan Banovan. Ma nel 2015 le fu impedito di partecipare al Women’s Futsal Championship della Malesia. Mahdi Toutounchi, giornalista televisivo sportivo e suo marito, si sarebbe rifiutato di firmare la richiesta di rinnovo del suo passaporto. Vietandole, di fatto, ogni spostamento. Perché il sesso, in Iran, ancora oggi, decreta il destino di ogni cittadino. E perché le donne risultano essere degli individui di valore diverso, e minore, rispetto agli uomini. Già in famiglia, dove la disparità tra figli maschi e femmine si misura anche attraverso le regole di spartizione di un’eventuale eredità: quando un padre muore, l’erede maschio ha diritto a un lascito due volte maggiore rispetto a quello di una figlia femmina. Per viaggiare o per spostarsi all’estero, alle donne è richiesto il consenso del padre, di un tutore o del marito, che può impedire loro di lasciare il Paese in ogni momento.

LA RIVOLUZIONE BIANCA

Nel corso del Novecento, l’Iran, che molti, ancora oggi, continuano a chiamare Persia, ha cambiato volto più di una volta. E spesso sulla pelle delle sue cittadine. Sotto la dinastia dello Shah Reza Pahlavi, iniziata nel 1926, un processo di modernizzazione forzata del Paese aveva bandito l’uso del velo. Ma pochi anni dopo, alle ragazze, venne concesso l’ingresso all’Università della capitale, Teheran. Nel 1942, Mohammad Reza Pahlavi, figlio dello Shah, proseguì il lavoro avviato dal padre. La chiamarono «Rivoluzione Bianca», una serie di cambiamenti che riformarono lo stato di famiglia. Vennero tutelati i diritti delle donne in materia di divorzio e la poligamia subì una limitazione. E venne concesso alle cittadine il diritto di voto. Per molte, però, si trattò di un’occidentalizzazione forzata: in un Paese a maggioranza musulmana (sciita), il divieto di indossare il velo scatenò contestazioni. In tante, per protesta, decisero di sostituire il chador con un mantello lungo e largo. Rischiando l’arresto.

CHI NON INDOSSA IL VELO PAGA

Nel 1979 la Rivoluzione e il rovesciamento dello Shah portarono al potere l’Ayatollah Ruhollah Khomeini, leader religioso e oppositore della dinastia Pahlavi. Ma la sua presa del potere portò con sé una serie di misure restrittive delle libertà femminili, mai del tutto cancellate. Il 6 marzo 1979, tutte le giudici furono private dei loro incarichi, a molte ragazze venne impedito l’accesso all’istruzione superiore e alle facoltà di Giurisprudenza. E l’uso dell’hijab, in pubblico, divenne obbligatorio.
Nei 40 anni successivi la società iraniana ha avviato diverse trasformazioni sociali. Ma abusi, stupri, molestie e violenza domestica, quasi tutte pratiche impunite, sono ancora diffuse in tutto il Paese. E nonostante la rielezione, per il secondo mandato, del presidente moderato Hassan Rouhani, l’uguaglianza dei diritti è, di fatto, negata quando si parla di matrimonio, divorzio, affidamento e custodia dei figli, cariche pubbliche e scelta dell’abbigliamento. Secondo l’articolo 63 del codice penale, infatti, devono essere punite con una multa o con il carcere tutte le donne, comprese le bambine dai nove anni in su, che non si coprono con il velo nelle strade e nei luoghi pubblici.

LO STUPRO CONIUGALE NON È REATO

Matrimoni forzati e precoci sono stati pratica diffusa nel Paese e secondo il rapporto 2013-2014 dell’Organizzazione Nazionale del Registro civile iraniano, ripreso da Amnesty International, le ragazze sposate tra i 10 e i 14 anni, in quell’anno, sono state 41.226 e 201 quelle coniugate quando avevano meno di dieci anni. Le relazioni tra donne omosessuali sono punite con 100 frustate e, in caso di quarta recidiva, anche con la pena di morte. Lo stupro coniugale e la violenza domestica non sono ancora considerati reati penali, perché le autorità non hanno provveduto ad adottare leggi che criminalizzassero questo tipo di abusi, sebbene il vicepresidente per le questioni femminili e la famiglia si sia adoperato per accelerare l’approvazione di una proposta di legge, all’esame dei legislatori dal 2012.

CHI NON FA SESSO È DISOBBEDIENTE

Per il Codice civile, una donna intenzionata a divorziare deve necessariamente provare le «difficoltà insopportabili» che l’hanno portata a quella decisione. Mentre a un uomo è permesso separarsi senza fornire una giustificazione. Ai mariti, poi, è garantito il diritto esclusivo di avere almeno due mogli permanenti e di contrarre un numero senza limiti di «Sigheh», 'matrimoni temporanei'. Niente assegni di mantenimento a quelle donne che sarebbero venute meno ai doveri coniugali, come i rapporti sessuali con il marito e l’abbandono dell’abitazione senza il suo permesso. Per l’Iran Human Rights Documentation Center (IHRDC), l’incapacità della moglie di soddisfare i desideri legittimi del marito, senza una «scusa accettabile», costituisce «Nushuz», disobbedienza. Che significa la potenziale perdita dei suoi diritti. Al centro del contratto matrimoniale c’è ancora il «Tamkin», parola che indica una sorta di sottomissione femminile e che si traduce in una 'disponibilità sessuale senza ostacoli'.

QUALE DIRITTO ALLA SALUTE SESSUALE?

Il rapporto annuale di Amnesty International 2016-2017 dice che le autorità hanno reiterato il giro di vite nei confronti delle attiviste dei diritti umani e hanno classificato, sempre più spesso, qualsiasi iniziativa collettiva legata al femminismo come attività criminale. Dal 2012 erano in attesa di approvazione diverse proposte di legge che avrebbero ridotto ulteriormente il diritto femminile alla salute sessuale e riproduttiva. Le donne hanno continuato ad avere un accesso limitato ad anticoncezionali di nuova generazione e a un costo accessibile, perché le autorità non avevano provveduto a reinserire a bilancio la voce relativa al programma di pianificazione familiare, tagliato nel 2012. Inoltre, a settembre, la guida suprema religiosa ha proclamato le linee guida nazionali sulla famiglia che incoraggiavano matrimoni precoci, gravidanze ripetute, diminuzione dei divorzi e una maggiore adesione ai ruoli familiari ritenuti tradizionali. Già, ma quali sono? Lo UN Children Rights Committee, a marzo 2017, ha riferito che l’età in cui le ragazze possono contrarre il matrimonio è di 13 anni, che i rapporti sessuali con bambine di nove anni lunari non sono stati criminalizzati. E che alcuni giudici hanno avuto la discrezionalità di rilasciare alcuni dei responsabili dei cosiddetti delitti d’onore senza alcuna punizione.

ANCHE FARE SPORT È UN LUSSO

Anche lo sport resta bandito per le cittadine, dal 1979. Eppure a trasgredire sono tante. Come Niloufar Ardalan che, nel 2005, decise di assistere a una partita di calcio della nazionale maschile. O Elham Asghari che nel 2013, nonostante fosse costretta a gareggiare con l’hijab, riuscì a battere ogni record, nuotando per 18 km nel Mar Caspio. O come Masih Alinejad, in esilio tra Londra e New York, che nel 2014 ha lanciato «My Stealthy Freedom-The right for individual Iranian Women to choose whether they want hijab (il diritto individuale delle donne iraniane di scegliere se volere l’hijab, ndr)». Nato come una pagina Facebook che invitava le donne a postare foto di loro stesse senza velo, il sito ha attirato migliaia di Like e l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale. Nel 2015, il Geneva Summit for Human Rights and Democracy le ha conferito il premio Women’s Rights Award, per «aver dato voce a chi non ce l’ha, stimolando la coscienza degli esseri umani a sostenere la lotta delle donne iraniane per i diritti fondamentali, la libertà e l’uguaglianza».

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