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27 Dicembre Dic 2017 1750 27 dicembre 2017

Birmania, la condizione delle donne tra violenze e sfruttamento

Oltre Aung San Suu Kyi, nel Paese la popolazione femminile è ancora fortemente svantaggiata.

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Birmania Donne Violenza

Sguardo mite e movimenti composti. Sono tutte donne diverse. Come le 135 etnie che popolano il Paese che le ha viste nascere. Parlano decine di codici linguistici differenti, in base al luogo dove sono cresciute e alle tradizioni familiari.
Non credono nello stesso Dio. Hanno usi diversi a seconda delle loro condizioni sociali ed economiche. La loro etnia, in determinate circostanze, le ha salvate oppure le ha esposte a violenze feroci. Ma da Nord a Sud, da Est a Ovest del Paese, ad accomunarle è il sesso alla nascita. Perché nascere femmina, in Birmania, cambia tutto.

IL GENDER GAP, IN OGNI AMBITO

Operaie sottopagate, schiave, vittime di omicidi e di tratta. Torturate, molestate e quasi mai tutelate veramente. In un rapporto dell’Asian’s Women’s Resource Exchange (AWORC) pubblicato nel 2000, ma datato 1998, la condizione femminile in Myanmar presentava diverse criticità. Mai superate davvero. Secondo i dati registrati nel documento, le famiglie sembravano dare priorità ai figli maschi, anche a causa delle difficili condizioni economiche in cui versava il Paese. Rispetto ai bambini, le figlie femmine avevano accessi limitati all’assistenza medica, alla formazione professionale e meno opportunità educative. Nel rapporto apparivano poi distanti anche i livelli di potere sociale. Lo scalino, tra uomini e donne, era rappresentato anche dalle concrete difficoltà di raggiungere posizioni di alto livello in uffici pubblici e privati. Soltanto una parte molto limitata della popolazione femminile riceveva un’adeguata educazione in materia di diritti riproduttivi e di pratiche sicure di contraccezione. Rispetto ai maschi, quindi, le cittadine birmane erano maggiormente esposte a malattie sessualmente trasmissibili.

UOMINI SOPRA LE DONNE

Le conseguenze, poi, si sono insinuate in ogni angolo della società. Tra il 2010 e il 2012, infatti, soltanto il 18% della popolazione femminile possedeva un’istruzione secondaria e il 4% aveva accesso al Parlamento. Ma il 75% costituiva la forza lavoro della nazione. Tuttora, in alcune aree del Paese, alcune donne arrivano a guadagnare soltanto 2.500 Kyat al giorno, che corrispondono, circa, a due dollari.
Alle giornaliste, poi, non è concesso scattare foto o girare video di una folla dall’alto perché, in quanto donne, non possono stare «sopra agli uomini». Gli abiti femminili devono essere sempre stesi, ad asciugare, sotto quelli maschili. Ed esistono diversi sistemi di valutazione per l’accesso alle università. Per entrare alla facoltà di Medicina, infatti, agli studenti maschi viene richiesto un punteggio di 460, mentre alle coetanee 500. In alcuni templi, alle donne viene ancora negato l’accesso e, in determinati siti religiosi, le aree sono separate in base al sesso.

DIVIETO DI AMARE

Storicamente, le donne hanno sempre avuto il diritto di rifiutare un matrimonio combinato. Fino al 2010 erano ammesse unioni tra donne birmane e uomini stranieri, a condizione che i tribunali ne ricevessero informativa con almeno 21 giorni di preavviso. In seguito, però, il governo ha limitato anche questa libertà e ha smesso di riconoscere la validità di cerimonie matrimoniali con stranieri di sesso maschile.

DOMINAZIONE PATRIARCALE

Secondo lo Human Development Index (pubblicato nel 2013 e ripreso dalle Nazioni Unite), la Birmania si è classificata 149esima su 186 Paesi presi in analisi, rientrando quindi in una categoria che la inseriva tra gli Stati con la più bassa media di sviluppo. È arrivata al 96° posto, su 146 Paesi, per quanto riguarda il Gender Inequality Index (GII), davanti alla Cambogia. Secondo il documento ONU, la Birmania, ufficialmente, avrebbe raggiunto la parità di genere nell’istruzione, per quanto riguarda i rapporti di iscrizione nella scuola primaria e secondaria tra maschi e femmine. Ma è ancora, e soprattutto, nelle aree rurali più povere che la disparità tra uomini e donne contamina la società.
Le donne, infatti, dovrebbero godere di uguali diritti nelle leggi sull’eredità e sulla proprietà coniugale in caso di divorzio. Ma la tradizione patriarcale contribuisce ancora alla divisione del lavoro e limita la partecipazione femminile ai processi decisionali a tutti i livelli.

STUPRI DI GUERRA

Secondo l’ultimo rapporto di Human Rights Watch del 2017, la giustizia per le donne e per le ragazze birmane continua a essere elusiva. In particolare, per ciò che riguarda la violenza legata ai conflitti armati. Lo stupro da parte dell’esercito e di alcuni gruppi etnici, infatti, è frequente. E lo diventa ancora di più quando «serve» come arma di guerra. È stato così nelle regioni del Kachin e negli Stati del Nord Shan. Così come nelle aree abitate dalla minoranza religiosa musulmana dei Rohingya da parte del governo birmano.

IMPUNITÀ

La violenza sessuale sulle donne, in Birmania, è un tipo di crimine enormemente facilitato da una quasi totale mancanza di responsabilità e nessun tipo di denuncia istituzionalizzato. Chi stupra rimane, quasi sempre, impunito. Infatti, sono stati pochi i procedimenti giudiziari a essere denunciati pubblicamente, nonostante le accuse di 115 casi di violenza sessuale perpetrati dall’esercito birmano negli ultimi mesi, da quando si sono riaccesi gli scontri etnici. Tra l’ottobre e il novembre 2017, i media locali e internazionali hanno denunciato diversi episodi di stupro e di aggressioni sessuali ai danni di donne di etnia Rohingya da parte delle forze di sicurezza durante le operazioni di sfollamento nel distretto di Maungdaw. Il governo ha negato ogni singola segnalazione di stupro. E l’esercito ha impedito indagini indipendenti.

LEGGI SENZA VALORE

Qualche mese prima, nel maggio 2017, Tatmadaw (l’organizzazione per la sicurezza nazionale della Birmania) aveva annunciato l’avvio di un’inchiesta sullo stupro e l’assassinio di due insegnanti di Kachin (avvenuti due anni prima, nel 2015). Eppure, non è mai stata rilasciata ufficialmente nessuna informazione pubblica su accuse e processi. Il CEDAW Committee (Committee on the Elimination of Discrimination Against Women), da anni, parla di una violenza domestica diffusa e di una pericolosa cultura del silenzio. La Birmania, inoltre, non possiede una legislazione specifica contro la violenza di genere, anche se esistono disposizioni del Codice penale contro lo stupro. Ma che, quasi mai, vengono messi in pratica.

SCHIAVITÙ, SFRUTTAMENTO, EMARGINAZIONE

Nessun diritto, nessuna sicurezza. Soprattutto per le donne stanziate nelle zone di guerra, quelle sfollate o le apolidi, che sono particolarmente vulnerabili ed esposte. Rapite, stuprate, uccise, vendute all’industria del sesso a pagamento e vittime di sparizioni forzate o di schiavitù. Nonostante il loro ruolo determinante nell’attivismo democratico nel Paese, le ragazze sono emarginate e sono state escluse, di fatto, dal processo di pace e dalla transizione. Quasi nessuna delle loro voci è stata ascoltata. Poche le istanze femminili prese in considerazione nei negoziati che hanno visto cambiare il volto del Paese negli ultimi anni. Le donne hanno costituito meno del 10% dei partecipanti al processo di pace.
Attualmente, nel Paese di Aung Saan Suu Kyi (dal 6 aprile 2016 Consigliere di Stato), per anni emblema e volto della resistenza pacifica contro il potere militare nel Myanmar e, oggi, simbolo criticato anche dalla comunità internazionale per non aver difeso la minoranza musulmana, le donne detengono il 13% dei seggi del nuovo Parlamento. E soltanto lo 0,25% degli amministratori locali sono donne.

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