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19 Dicembre Dic 2017 1217 19 dicembre 2017

La storia di Anita Hill: la commissaria anti molestie di Hollywood

Dopo il caso Weinstein, gli studios prendono provvedimenti. A guidare il comitato la donna che negli Anni '90 lottò per prima contro gli abusi sul posto di lavoro. 

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Anita Hill Commissione Hollywood Molestie Sessuali

A Hollywood, e non solo, le denunce di molestie sessuali non sembrano destinate a cadere nel nulla, ma ad avere eco importanti. Alle parole, insomma, sembrerebbero corrispondere i fatti. Venerdì 15 dicembre è stata infatti annunciata la creazione di una commisione ad hoc per combattere le molestie sessuali, la Commission on Sexual Harassment and Advancing Equality in the Workplace. Una decisione che ha riguardato i più importanti studios e case di produzione, che non solo ne hanno promosso la nascita ma hanno promesso di continuare a finanziarla. A volerla fortemente è stata Kathleen Kennedy, produttrice di Star Wars, seguita dalle amministrazioni di Disney, Paramount e Universal. Il tutto, ovviamente, per evitare che nuovi Harvey Weinstein possano trovare un ambiente di lavoro in cui le donne non hanno alcuna tutela. Negli Stati Uniti è stato molto apprezzato il nome deciso per guidare la commissione, quello di Anita Hill. La Hill è la professoressa di diritto che nel 1991 denunciò il suo superiore e giudice della Corte Suprema Clarence Thomas per sexual harrasment, puntando per la prima volta l'attenzione pubblica sul tema. Una vicenda che all'epoca la rese bersaglio di insulti e diffamazioni, ma che ora l'ha resa uno «spartiacque», come l'ha definita la scrittrice e attivista Rebecca Solnit, nella lotta agli abusi sessuali sul luogo di lavoro.

I BELIEVE YOU, ANITA

Nel 1991 le molestie sessuali erano diventate una forma di abuso e discriminazione legalmente perseguibile da soli cinque anni. Questo vuol dire che prima del 1986 il concetto di sexual harrassment semplicemente non esisteva: nessuno aveva la percezione che determinati comportamenti fossero abusi e che ai datori di lavoro non tutto fosse concesso. Anita Hill cambiò per sempre le carte in tavola, raccontando alla commissione Giustizia del Senato quello che Clarence Thomas aveva fatto. Durante l'audizione di conferma dell'uomo come membro della Corte Suprema, la Hill spiegò che mentre collaboravano lui l'aveva obbligata ad ascoltarlo mentre parlava in modo dettagliato dei film porno che vedeva, delle proprie fantasie sessuali e aveva cercato in tutti i modi di forzarla a uscire con lui. All'epoca, la sua testimonianza fu ascoltata, ma con l'approccio sbagliato. La sua storia fu screditata in primis dalla Commissione (è sempre sottolineato il fatto che i membri, tutti uomini, bianchi e repubblicani la trattarono con scetticismo) sia dalla stampa. Su di lei fu scritto praticamente di tutto, e qualcuno arrivò anche a chiedersi se Thomas non avesse tutti i diritti di parlare di sesso con una dipendente. Lei fu chiamata «sgualdrina e mezza matta» dal giornalista David Brock, il più critico nei suoi confronti, che nel 2002 ammise poi di essere stato accecato dalla posizione conservatrice, scusandosi con la donna. Dall'altra parte, però, la Hill divenne per la popolazione femminile un primo simbolo della presa di coscienza in atto. L'espressione «I Believe You, Anita!» divenne uno slogan in manifestazioni e cortei, ripreso anche da diverse celebrità coinvolte nel caso Weinstein.

UNA QUESTIONE DI POTERE E NARRATIVA VINCENTE

Proprio in relazione allo scandalo che da ottobre 2017 ha sconvolto Hollywood e poi tantissimi altri ambiti, Anita Hill ha riletto la propria esperienza di 26 anni prima. Contattata da Jane Mayer per il New Yorker, la professoressa ha specificato che le molestie sessuali sul luogo di lavoro sono legate soprattutto all'esercizio del potere, in cui la cosiddetta «winning narrative» è sempre dalla parte dell'aggressore e non della vittima. Facendo un confronto fra la sua storia e quella delle accusatrici di Weinstein, ha sottolineato come lei fosse del tutto sprovvista di mezzi per attaccare in modo efficace la rispettabilità di Clarence Thomas. Invece, gli ultimi casi hanno visto fronteggiarsi molte donne con un grado di potere e celebrità pari a quello del loro molestatore, cosa che le ha rese udibili e credibili. Hill, però, ha concluso dicendo che ci sia il rischio che questa forte presa di coscienza sia un modello non replicabile in altri ambiti, dove i rapporti fra superiori e subordinati sono più marcati e difficili da abbattere. Nel pezzo del New Yorker ha ricordato che le attrici «sono proprio come le donne che si incontrano per la strada. La gente deve usare questo momento per chiarire una volta per tutte che la cosa non riguarda soltanto Hollywood».

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