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13 Dicembre Dic 2017 1647 13 dicembre 2017

Montenegro, la disparità di genere e la piaga dell'aborto selettivo

Si sta diffondendo una pratica che scarta, prima di venire al mondo, le femmine. Dal 2010 al 2014 quelle non volute sono state 746. Viaggio in un Paese che non conosce l'uguaglianza.

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Aborto

«Mi ha sempre affascinato l’idea di lavorare nel settore della Difesa. Quando ero più giovane, alcuni membri della mia famiglia portavano l’uniforme. Mi piaceva molto. E continua a piacermi. Perché operare in quest’area è stimolante, interessante e dinamico». Ha frangia e capelli rossi, che tiene raccolti in una coda morbida. Ha la pelle chiara e qualche lentiggine sparsa sul volto. Indossa una divisa blu, decorata dai gradi che, negli anni, si è cucita addosso. In una delle poche immagini pubbliche, il capitano Sanja Pejović, tiene in mano un microfono, porta un orologio da polso e non ha un filo di trucco.

QUI LA LEADERSHIP NON È ROBA PER DONNE

Oggi è l’ufficiale di più alto rango delle Forze Armate del Montenegro (AF MNE), un Paese dove le donne rimangono ancora largamente sottorappresentate nelle posizioni di leadership di Governo. Ed è anche coordinatrice per l’uguaglianza di genere dell’AF MNE. In Montenegro, è stata la prima ragazza a entrare nell’esercito, nel 2007. E le sono serviti 365 giorni per diventare il primo ufficiale donna, un anno dopo, nel 2008. Crede che impegno e professionalità portino successo a chiunque. Ed è convinta che alle giovani generazioni si debba dare la possibilità di scegliere la propria carriera, liberi dai vincoli di genere che la società ha imposto.

VITE STRETTE NEGLI STEREOTIPI DI GENERE

Il 30 ottobre 2017, alle Nazioni Unite, ha dichiarato: «Possiamo davvero fornire sicurezza a un’intera popolazione se abbiamo soltanto uomini che lavorano in questo settore? Tenendo presente la complessità delle operazioni di peacekeeping, possiamo fornire piena protezione a tutti, specialmente a donne e bambini, nelle aree di conflitto, se non abbiamo personale maschile e femminile qualificato? La risposta è semplice: no. Alcune persone, semplicemente, non sono consapevoli del fatto che vivono la loro intera vita costrette da stereotipi di genere. E questo deve cambiare».

LA PIAGA DELL'ABORTO SELETTIVO

Sanja Pejović è nata e cresciuta in un Paese di 672.180 abitanti e nonostante l’articolo 8 della Costituzione montenegrina vieti ogni tipo di discriminazione, diretta o indiretta, verso chiunque, le donne restano i soggetti più vulnerabili di quella società, già al momento della nascita. Lo chiamano aborto selettivo, ma anche «gendericidio» o «ginecidio», ed è una pratica che scarta, prima di venire al mondo, le figlie femmine. È illegale in quasi tutti gli Stati del mondo ma resta diffuso perché difficilmente dimostrabile. E in Montenegro, una certa selezione sessuale, è ancora molto comune. Dal 2010 al 2014, le bambine non volute, in Montenegro, secondo il Population Research Institute, sono state 746. E secondo i dati forniti dal Global Gender Gap Index, nel 2016, su 144 Paesi presi in analisi, il Montenegro risulta 89esimo in termini di uguaglianza tra uomini e donne.

L'UGUAGLIANZA È SOLO TEORICA

Eppure, nell’ottobre 2006, la Repubblica balcanica aveva ratificato una Convenzione Onu per l’eliminazione di ogni forma di violenza e di discriminazione contro le donne (CEDAW- UN Convention on Elimination of all Forms of Discrimination against Women). Ma la distanza tra pubblico e privato era ed è rimasta significativa. Per la Costituzione montenegrina uomini e donne «sono uguali di fronte alla legge», indipendentemente da qualsiasi caratteristica o virtù personale: lo Stato, quindi, dovrebbe garantire parità tra tutti gli individui. Entrambi, poi, dovrebbero sviluppare le stesse possibilità politiche (secondo l’articolo 18) ed essere uguali anche nel matrimonio (per l’articolo 72). Ma la questione di genere, in Montenegro, è ingombrante e complessa. Da sempre.

NEI PANNI DEI MASCHI

Da quando, per esempio, in alcune comunità rurali, la figlia minore di una famiglia che non aveva avuto altri figli maschi doveva diventare una Burnesha, un uomo. Una trasformazione che la identificava come una «vergine promessa», un fenomeno tipico della società contadina del Montenegro, dell’Albania del Nord e del Kosovo. La giovane, una volta raggiunta la «maturità sessuale», doveva tagliare i capelli, indossare abiti maschili e giurare di non sposarsi mai, nascondendo per sempre la propria femminilità. Una volta completata la trasformazione alla Burnesha era permesso bere, fumare e cambiare il proprio nome. La pratica, derivata da un antico codice albanese, il Kanum, riconosceva alla ragazza il diritto di «proclamarsi uomo», di comportarsi come tale e, quindi, di diventare socialmente un maschio, acquisendo il diritto di gestire la famiglia e i suoi beni.

MORIRE CON L'ASPETTO DI UN UOMO

Si trattava di un giuramento pubblico e, attraverso la rinuncia totale della propria vita sessuale e il voto di castità fino alla morte, concedeva alle donne gli stessi diritti degli uomini. Negli anni, alcune lo scelsero per necessità e per obbligo. Altre per aggirare sottomissioni, soprusi e abusi sessuali. Chi per volere del proprio padre, per mascherare un’omosessualità che non sarebbe mai stata accettata, per emanciparsi o per godere di un’indipendenza altrimenti negata alla maggior parte delle donne. Stana, che decise di mantenere il suo nome femminile nonostante il giuramento, fu una delle ultime. E morì con l’aspetto da uomo.

Oggi l’uguaglianza di genere, in Montenegro, è regolata dal Gender Equality Law, una legge adottata il 24 luglio 2007 dal Parlamento ed entrata in vigore l’8 agosto dello stesso anno. Serve a monitorare e promuovere i diritti umani di donne e minoranze, in una società ancora patriarcale, dove in molti pensano ancora che la violenza domestica sia un problema privato e il potere appartiene agli uomini. E alle donne, nella maggior parte dei casi, spetta l’obbedienza.

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