30 Novembre Nov 2017 1241 30 novembre 2017

Chiesa mormone e abusi, quando il #metoo è una sfida difficile

Il Guardian racconta la storia di Carol, che quando aveva otto anni venne violentata dal padre. Raccontò tutto ai dirigenti ecclesiastici, ma lo coprirono. Perché per la loro cultura le donne sono oggetti. E il sesso è pornografia.

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Chiesa Mormone Abusi

Quando Carol aveva otto anni, fu battezzata nella Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni, meglio conosciuta come chiesa mormone. Ma qualcosa andò storto: rifiutò di alzarsi di fronte alla congregazione e portare la sua testimonianza, dicendo di sapere che Dio l'amava. Suo padre la punì violentandola.

Carol per anni cancellò dalla memoria quello che le era successo, se ne ricordò solo molto tempo dopo, quando ne aveva 20, mentre lavorava con un terapeuta specializzato in traumi infantili: si rese conto gradualmente di essere stata maltrattata da bambina. Suo padre non negò lo stupro: lo giustificò usando un esempio della Bibbia. «Ha detto che Maria era rimasta incinta di Dio Padre. Ecco perché Maria ha dovuto fare sesso con Dio», disse alla figlia.

IL #METOO DI CAROL

Oggi Carol (nome di fantasia) ha 56 anni, e il Guardian racconta la sua storia in un reportage di Andrea Smardon dopo che lo scandalo molestie, partito da Weinstein, ha fatto parlare donne di tutto il mondo. Carol negli ultimi mesi ha visto il suo la sua home di Facebook riempirsi di messaggi di donne che scriveveno #metoo di fianco alle loro storie di abusi. Mentre leggeva le esperienze delle altre, decise di scrivere un post a sua volta. «È quasi impossibile descrivere quanto è atroce questo crimine, specialmente quando è perpetrato contro un bambino. C'è un motivo per cui chiamiamo questi crimini indicibili... Non ho una risposta ampia su come fermare la violenza. Ma ho una voce. E sono nata per dire la verità» Dire la verità su una violenza è difficile per chiunque, ma può esserlo ancora di più nella comunità conservatrice dello Utah, dove Carol è cresciuta per la maggior parte della sua vita e dove ancora vive. Carol, che si identifica come una femminista mormone, vede un parallelo tra gli uomini potenti di Hollywood alla Weinstein e quelli della sua chiesa.

LA PRESSIONE PER IL PERDONO

«Sono gli uomini al potere che sfruttano le loro posizioni di autorità. In qualsiasi comunità religiosa patriarcale c'è molta pressione per perdonare e non sollevare scandali. Sulla carta, però, le regole sono chiare: «La posizione della Chiesa è che l'abuso non può essere tollerato in nessuna forma», si legge nel manuale ufficiale della chiesa. Ma le parole sono una cosa, e i fatti un altra. Al padre di Carol, per esempio, non successe niente dopo che sia lei che sua sorella raccontarono ai dirigenti della chiesa locale di essere state violentate. Carol all'epoca aveva allora 29 anni e suo padre si era risposato e si era trasferito in un altro Stato. Secondo una lunga lettera indirizzata a Carol, i dirigenti della chiesa si sono confrontati con suo padre, che ha negato gli abusi. «Avevo digiunato e pregato, per capire come avrei dovuto procedere... Se avesse ammesso le trasgressioni e confessato, la linea di condotta sarebbe stata chiara», ha scritto il leader. Avendo informato l'attuale moglie del padre e sua figlia adulta delle accuse, i dirigenti della chiesa decisero che non potevano fare altro per aiutarlo a pentirsi e riformarsi, lasciandolo «nelle mani di Dio». Carol in quel momento si sentì devastata. «Ho trascorso un periodo di disillusione nei confronti della chiesa», ha raccontato. «Se Dio ci fosse, varrebbe la pena passare alle azioni». Decise però di non portare il suo stupro all'attenzione di un'autorità ecclesiastica ancora più alta, né intraprendere azioni legali. Scelse di concentrarsi sulla propria guarigione. «Quando ero nel più profondo dolore, mi sono aperta a un rapporto profondo e pieno di speranza con Gesù», ha scritto Carol su Facebook.

I NOSTRI CORPI COME OGGETTI

Uno dei casi più gravi di abusi sessuali nella comunità mormona è stato il rapimento e lo stupro ripetuto della 14enne Elizabeth Smart da parte di un fanatico religioso nel 2002. Smart ha parlato pubblicamente alla Johns Hopkins University nel 2013 su come le è stato insegnato che una donna che fa sesso fuori dal matrimonio è come un «pezzo di gomma masticato», insegnamenti che hanno contribuito ad aumentare il suo senso di disperazione, racconta. Mentre la chiesa continua ad insegnare castità e astinenza, il portavoce Eric Hawkins dice che le vittime di abusi dovrebbero essere assicurate, e che non sono da biasimare: «Non hanno bisogno di provare sensi di colpa. Se sono stati vittime di stupri o altri abusi, se sono stati abusati da un conoscente, uno sconosciuto o anche un familiare, le vittime di abusi sessuali non sono colpevoli di nessun peccato sessuale».

PROVARE VERGOGNA È NOCIVO

Ma la vergogna persiste tra le vittime e può creare un ambiente che favorisce altri abusi, spiega Tara Tulley, una terapeuta che pratica nella comunità prevalentemente mormone della Contea di Utah. «Aiuta i perpetratori a tenere tranquille le vittime». Secondo Uniform Crime Reports il tasso di stupro nello Utah è stato costantemente superiore al tasso degli Stati Uniti; è l'unico crimine violento nello Utah che si verifica a un tasso più elevato rispetto al resto della nazione. L'esperta ha spiegato che questi stupri riportati rappresentano solo una piccola parte dei numeri reali. Nello Utah, ha detto, la vergogna interiorizzata è profonda. «La nostra cultura [mormona] tratta i corpi delle donne come oggetti. Ti dicono che se stai indossando qualcosa di immodesto, stai camminando sulla pornografia. È tua responsabilità controllare come gli uomini ti vedono».

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