27 Novembre Nov 2017 1405 27 novembre 2017

Lavorare in carcere tra detenuti per crimini sessuali

Com'è avere a che fare tutti i giorni con colpevoli di stupri e omicidi e ascoltare le loro storie? Lo ha raccontato a Refinery29 chi lo ha fatto per tre anni.

  • ...
lavoro-carcere-crimini-sessuali

Torna periodicamente l'attenzione sulle condizioni nelle carceri, sulla differenza fra semplice pena detentitiva e riabilitativa, su quello che dovrebbe essere degli uomini e delle donne che vivono in cella. Riflessioni teoriche a parte, per capire cosa significhi stare in prigione, e non solo da detenuti, ma anche da impiegati, guardie, dipendenti, conta soprattutto conoscere le storie in prima persona. L'americano Refinery 29 ha pubblicato la storia di Sam Carrington, psicologa e scrittrice inglese, che ha ricordato i tre anni trascorsi come consulente in un complesso penitenziario maschile. Non era un carcere di massima sicurezza, la categoria C è fra le più basse nel sistema del Regno Unito, ma aveva una sezione riservata a detenuti per crimini sessuali, anche se minori. Nel parlare di quel periodo, l'autrice è tornata spesso su questo argomento.

IL PRIMO GIORNO

Carrington ha scritto di essere arrivata al suo lavoro di consulente della prigione dopo aver interrotto una carriera da infermiera. Aveva sempre avuto una passione per la psicologia criminale, per questo aveva deciso di iniziare a cercare un nuovo lavoro all'interno del sistema penitenziario. Come ha ammesso lei stessa, poco o niente l'avrebbe potuta preparare a cominciare questo nuovo incarico: «Se devo essere sincera, non sapevo cosa aspettarmi. Le uniche conoscenze che avevo venivano dalle serie tv, e di certo non ero pronta a quello che mi stava davanti». Una volta ottenuto l'incarico, a sorpresa, i primi giorni furono molto difficili: «Ricordo ancora quando mi trovai a camminare per la prima volta da sola nella prigione. Fu snervante. Calcolai male i tempi, arrivando a lavoro mentre i detenuti stavano uscendo dai loro blocchi per recarsi alle varie attività. Mi ritrovai a un cancello con 20 uomini che mi gridavano contro, facendo battute». Solo una questione di tempo, però, prima che di abituarsi: «Non ci volle molto prima che diventasse tutto molto meno spaventoso». L'impatto iniziale, in cui ci si rende conto di aver scelto di lavorare in un ambiente che richiede molte più accortezze di altri, ha lasciato poi spazio alla gestione delle emozioni, una volta iniziato ad aver a che fare con i singoli detenuti.

SENTIRE LE LORO STORIE

Quello su cui si è concentrata molto Sam Carrington nel suo racconto a Refinery, è il modo in cui ha dovuto imparare a gestire i suoi pregiudizi. Dovendo parlare come consulente con i prigionieri, spesso le capitava di farsi un'idea, leggendo i loro dossier, che poi non corrispondeva alla realtà. Leggendo la sua storia, si capisce quanto possa essere difficile fare un lavoro del genere: «Il mio primo contatto con uno di loro è ancora stampato nella mia memoria. Fu con un uomo della mia età, arrestato per l'omicidio di una giovane donna qualche anno prima. Visto che seguiva il programma di recupero, ascoltai mentre raccontava di come incontrò, stuprò e strangolò la sua vittima. Il modo in cui ricordava i dettagli di quello che aveva fatto fu uno shock. La calma nella sua voce ancora mi perseguita». Altre volte, l'immagine che si era fatta di qualcuno non corrispondeva poi alla realtà: «Un giovane ragazzo aveva pugnalato un 17enne (era l'età di mio figlio al tempo) e, dopo aver letto il suo file, non sapevo se sarei riuscita a vederlo e averci a che fare. Alla fine ci lavorai insieme, e facemmo un bel percorso».

PORTARSI IL LAVORO A CASA

Come è facile immaginare, un lavoro del genere non finisce mai nell'esatto momento in cui esci dal carcere. I racconti che sentiva, spesso di uomini accusati di pedofilia e abusi sessuali, non la lasciavano una volta arrivata a casa: «Trovavo molto difficile distaccarmi da quello facevo durante il giorno. Ho avuto spesso pensieri disturbanti, ricordando i loro racconti, soprattutto quando cercavo di dormire». In quanto madre, poi, era impossibile dividere le due cose: «Lavorare con dei molestatori sessuali ebbe un grande impatto su di me. Diventai iper protettiva con mia figlia, che era adolescente, man mano che le mie paure su quello che poteva capitarle aumentavano». Dopo tre anni, Sam Carrington decise di lasciare il suo impegno come consulente: «Mi resi conto che non ero più in grado di gestire le mie emozioni. Mi lasciavo condizionare troppo». Ricordando quel periodo, pur ammettendo le difficoltà e lo stress a cui si era sottoposta, consapevolemente, non ha mancato di sottolineare le moltissime soddisfazioni. «Anche sapendo quanto quel lavoro mi ha poi influenzato, non cambierei la decisione che presi al tempo», ha concluso.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Correlati

Potresti esserti perso