24 Novembre Nov 2017 1049 24 novembre 2017

Giornata contro la violenza sulle donne: la lettera a Sergio Mattarella

In occasione del 25 novembre pubblichiamo la testimonianza di Stella, segnata da un'aggressione a scuola rimasta impunita. Dopo tanto tempo quella ferita si apre ancora. E chiede impegno concreto.

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Sabato 25 novembre 2017 sarò a Montecitorio, alla Camera dei deputati, per un evento voluto dalla presidente Laura Boldrini nella Giornata mondiale per l’eliminazione della violenza maschile sulle donne.
Con l’occasione le consegnerò questa lettera di Stella, con preghiera di farla avere al presidente Sergio Mattarella, a cui è indirizzata. La anticipo su LetteraDonna.it perché Stella vuole che le sue parole siano pubbliche, perché sono le parole di tante ragazze che come lei non vogliono smettere di credere nelle istituzioni ma si aspettano un impegno concreto che non hanno visto e il rispetto che non hanno ricevuto.

Lettera aperta al presidente della Repubblica Sergio Mattarella

Avevo 15 anni Presidente. Frequentavo la prima liceo artistico a Besana Brianza. Un giorno durante l'assemblea di classe, senza insegnanti presenti, un gruppetto di tre compagne e un compagno cominciano a farmi il solletico e mi spingono contro la parete dell’aula. Ridono, rido anche io, mi ritrovo a terra. A quel punto le tre ragazze mi immobilizzano braccia e gambe e il ragazzo mi alza la maglia e poi il reggiseno, e sento freddo, e poi mi sbottona i jeans, li abbassa. Io ho smesso di ridere ma non riesco a liberarmi. Vedo le facce degli altri compagni che guardano allibiti tutti intorno ma nessuno mi aiuta. Mi dimeno, ma loro sono più forti e il ragazzo mi abbassa anche le mutande. Non capisco cosa stia succedendo. Mi tocca il seno. Quando la sua mano fa per scendere riesco a tirare fuori una forza che mi sembra sovrumana e mi libero dalla presa. Scappo nel bagno della scuola in lacrime e telefono a mia madre. Lei arriva, andiamo dalla preside; io sono in stato confusionale, una prof mi ha soccorsa vedendomi in lacrime, disperata. La preside cerca di minimizzare e ci chiede di non denunciare. Io non so che fare, sono terrorizzata, mi fido di mia madre e andiamo dai carabinieri.

Non mi voglio dilungare, presidente, sappia che non ho mai più messo piede in una scuola, che mi sono rinchiusa in casa, che ho avuto crisi di panico, problemi di depressione che a 18 anni sarebbero esplosi in un forte esaurimento di quelli che non puoi guidare e smetti di mangiare. Che i miei compagni pur di non mettersi contro il gruppo dei forti, avevano detto di non aver capito cosa stesse succedendo, eppure io ero lì quasi nuda e non c'era tanto da capire. Che il gruppo mi minacciava di morte se non avessi ritirato la denuncia, non farti trovare in giro, mi scrivevano, o ti tagliamo la gola; che mia madre è stata attaccata da una delle loro madri perchè la denuncia avrebbe rovinato la figlia. Che la preside faceva pressioni dicendo che forse il mio racconto era esagerato. Che mio padre non voleva rendere pubblica la cosa e, guarda caso, mia madre lo aveva lasciato perchè era un uomo violento.

Una voragine di rabbia, impotenza, abbandono. La sensazione di non valere niente.

Il maresciallo dei carabinieri mi tranquillizzava e mi sosteneva, aveva interrogato i miei compagni e i genitori delle tre ragazze e del ragazzo, sapeva delle minacce e li teneva sotto controllo; aveva preso a cuore la vicenda, aveva fatto le cose per bene.
Grazie a lui mi sentivo al sicuro e fiduciosa nella giustizia. Anche mia madre era fiduciosa, e con fatica ha sostenuto le spese legali che non potevamo permetterci. Otto anni per una sentenza, Presidente, otto anni. Otto anni per sentirci dire che quelle ragazze e quel ragazzo erano nell'età della stupidera e non si erano resi conto di quello che avevano fatto e che qualche mese di attività di volontariato avrebbe sitemato tutto. Nessun risarcimento. Una voragine, Presidente, di rabbia, impotenza, abbandono. La sensazione di non valere niente. Perchè io non cercavo vendetta, io cercavo una giustizia che mi dicesse che non era giusto quello che mi era stato fatto. Che dicesse «questo non si fa». E invece nessuno l'ha detto.

Quella sentenza mi ha fatto sentire in colpa. Mi ha fatto alzare un muro, ero impassibile a tutto, avrei paradossalmente potuto sopportare qualsiasi cosa. Succede così quando vieni umiliata nel profondo, pensi di non meritarti niente di che e accetti altre forme di violenza perché sono niente rispetto alla più grande. In occasione del 25 novembre dello scorso anno lei ha detto che «La violenza contro le donne è una ferita all'intera società». Quanta violenza c’è stata ancora in questa società dopo quelle sue parole? La mia ferita, presidente, si riapre a ogni femminicidio o a ogni stupro di cui sento parlare al telegiornale. La mia ferita si riapre ogni volta che le istituzioni remano contro noi ragazze, con sentenze ingiuste e con leggi sbagliate. E allora mi sento nuovamente sola e allora le chiedo non più parole ma decisioni, moniti, cose. Perchè non voglio smettere di credere nello Stato ma è sempre più dura.

Mi sono appena sposata, perché grazie a mia madre, ai suoi sforzi e alla sua pazienza, grazie a un’amica che mi ha stimolata ad uscire dal guscio e mi aiutata ad entrare nel mondo del lavoro e a costruirmi una professione, ho ritrovato la fiducia in me stessa e nella vita. Fatico ancora a fidarmi delle persone in generale, sono riuscita a fidarmi di un uomo ma gli ci sono voluti due anni per avvicinarsi. Oggi sono felice ma mi porto nel cuore una grande amarezza.
Perché quella sentenza dice che è stata una ragazzata e dunque qualcosa che se riaccade non è la fine del mondo. Per questo riaccade, da qualche parte, ogni giorno. Invece, Presidente, quanto ti capita, è la fine di un mondo che non sarà mai più come prima, è il sipario che cala, è il buio.

Mi ha fatto ancora più male perdermi in un mare di indifferenza.

Non voglio che quello che è accaduto a me continui ad accadere a tante ragazze.
Confido nel Suo impegno perché non sia più così. Perché nessuno possa più pensare che quella cosa si può fare, perché non accada più che una preside non si indigni e che tutta la scuola ti chieda in fondo di non disturbare. Che un giudice ti dica che non sei importante, che nessuno ti chieda scusa e che ti risarciscano con del tempo per dimenticare. Mi ha fatto male la violenza di quei minuti a terra a dimenarmi e non capire, ma mi ha fatto ancora più male perdermi in un mare di indifferenza. È un nuovo 25 novembre. Le parole non bastano Presidente, le chiedo di fare di più. Cosa farà Presidente, cosa fará?

Con fiducia,
Stella.

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