24 Novembre Nov 2017 1140 24 novembre 2017

Federico Barakat, la Corte europea accoglie il ricorso

Dopo la sentenza di Cassazione, continua la battaglia di Antonella Penati, madre del bimbo ucciso dal padre. Ora il governo italiano deve assumersi le proprie responsabilità.

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Federico Barakat Corte Europea

A poche ore dal 25 novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, la Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo ha dato seguito al ricorso di Antonella Penati, mamma del piccolo Federico Barakat, ucciso dal padre durante un ‘incontro protetto’ nella sede dell’asl di San Donato Milanese. La Corte ha inviato al governo italiano tre quesiti in cui chiede se le autorità italiane abbiano tutelato il diritto alla vita del bambino sancito dall’articolo 2 della CEDU (Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo), se abbiano adottato tutte le misure necessarie per impedirne la morte e se le indagini effettuate abbiano soddisfatto i requisiti del suddetto articolo della Convenzione.

I FATTI

Nel 2009 Federico aveva 8 anni ed era domiciliato presso la madre ma in carico ai servizi sociali che regolamentavano gli incontri con il padre: un uomo violento che soffriva di disturbo della personalità, faceva uso di droghe e sostanze stupefacenti e aveva numerosi precedenti penali. Antonella Penati subiva dall’uomo stalking e minacce di morte e cercava in tutti i modi di opporsi agli incontri, temendo per l’incolumità del figlio, con denunce alle forze dell’ordine e alla responsabile dei servizi sociali; quest’ultima, in nome del diritto genitoriale dell’uomo, l’accusava di avere fissazioni e di voler compromettere il rapporto tra padre e figlio per rivalsa nei confronti dell’ex compagno. A un mese dall’ultima denuncia, l’educatore che seguiva Federico andò a prenderlo a scuola per accompagnarlo al cosiddetto ‘incontro protetto’; Barakat padre si presentò armato di coltello e pistola, fece allontanare con una scusa l’educatore (che avrebbe dovuto rimanere sempre presente) e si scagliò contro il figlio, massacrandolo e lasciandolo morire agonizzante mente lui si toglieva la vita. La madre fu avvertita due ore dopo. Da allora iniziò il drammatico rimpallo di responsabilità, in un iter processuale che si è concluso nel 2015 con l’assoluzione in Cassazione di tutti gli operatori coinvolti. Pur ammettendo il fallimento dei servizi sociali, i giudici hanno dichiarato che la responsabilità dell’ente si limitava alla tutela del benessere psicologico del bambino e non alla sua incolumità fisica.
Da qui il ricorso alla Corte. A distanza di due anni, la prima risposta.

A MONTECITORIO IL 25 NOVEMBRE

«Quando ho appreso la notizia da Strasburgo il mio cuore è sobbalzato», ha detto la madre del bimbo. «I quesiti definiscono con precisione le cause che hanno portato alla morte di mio figlio. Mi piacerebbe che il governo italiano prendesse atto dell’errore madornale compiuto. Spero in una sentenza che riconosca a Federico la giustizia che in Italia non ha ricevuto e che sia utile a tutti i bambini italiani». Poi aggiunge: «Questa risposta al mio ricorso coincide con una data importante, quella del 25 novembre, giornata in cui sono stata invitata dalla presidente della Camera Laura Boldrini a parlare della violenza che io e mio figlio abbiamo subito. Spesso si dimentica che i figlicidi possono essere conseguenza diretta di una violenza esercitata sulla donna in quanto donna e in quanto madre. Il figlicidio è una forma estrema di femminicidio in cui la madre rimane apparentemente in vita ma nella realtà in una non vita, devastante e difficilmente gestibile».

IN DISCUSSIONE IL SISTEMA DI TUTELA DEI MINORI

L’avvocato Bruno Nascimbene, che con l’avvocato Sinicato ha curato la stesura del ricorso alla Corte, esprime grande soddisfazione: «Finalmente viene dato seguito al ricorso e inizia la causa vera e propria contro le autorità italiane chiamate a rispondere della morte di Federico. La Corte costringe il governo ad assumersi delle responsabilità che non si è ancora preso, dato che è proprio il governo a rispondere per gli enti suoi dipendenti, in questo caso il comune e la asl». Nascimbene sottolinea che con questo ricorso viene messo in discussione tutto il sistema italiano di tutela dei minori, dal tribunale dei minori alla competenza dei servizi sociali.
Il Ministero di giustizia (tramite il Ministero degli esteri) è chiamato dunque fornire spiegazioni entro il 6 marzo 2018, termine fissato dalla Corte per la risposta ai quesiti posti.

DALL’UDI UN MONITO A CAMBIARE LA LEGISLAZIONE

Vittoria Tola, responsabile nazionale dell’Udi (Unione donne italiane), si augura che questo sia l’inizio di un percorso che porti a fare giustizia per il piccolo Federico e che aiuti tutti a prendere consapevolezza della gravità del fenomeno del figlicidio quale vendetta nei confronti della madre da parte di uomini violenti. «La legislazione necessità di modifiche», dice Tola. «Non si può anteporre il diritto alla genitorialità al diritto alla vita dei bambini. La legislazione dovrebbe prevedere formazione per tutti i soggetti coinvolti, in modo particolare assistenti sociali e giudici, nonché assicurare il risarcimento per le donne sopravvissute al figlicidio».

Si può sostenere la causa di Federico Barakat attraverso l’associazione Federico nel cuore fondata dalla madre.

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