13 Novembre Nov 2017 1310 13 novembre 2017

Bataclan due anni dopo: il trauma di una sopravvissuta

La sopravvissuta Caroline Langlade racconta in un libro come l'attentato del 13 novembre 2015 abbia lasciato dei segni profondi nella sua psiche.

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Caroline Langlade

A due anni di distanza, l'attentato del Bataclan è una ferita ancora aperta. Per i francesi tutti, e per chi quella sera c'era, ed è scampato e sopravvissuto ai proiettili che hanno tolto la vita a 90 persone. Come Caroline Langlade, che ha voluto raccontare la sua vicenda in un libro pubblicato in Francia il 2 novembre e intitolato Sorties de secours (Uscite di sicurezza). Perché quelle tre ore trascorse chiusa in uno stanzino di sette metri quadrati, nascosta dai terroristi, l'hanno vista uscire sì indenne nel fisico, ma segnata nel profondo dell'anima. Per questo Caroline oggi lavora su un progetto che si occupa di stress post-traumatico, qualcosa che definisce una «promessa di futuro» parlando con Madame.

GLI SPETTRI DEL BATACLAN

Un'intervista in cui Caroline Langlade rivela come il libro sia nato su insistenza della madre di una vittima, secondo cui la battaglia che Caroline stava combattendo con il ricordo di quel'evento traumatico valeva la pena di essere raccontata. Perché anche se la pelle quella sera non è stata scalfita, lo stress di stare sotto dei cadaveri, o chiusi in uno sgabuzzino buio per un arco di tempo interminabile, col timore che un terrorista potesse balzarvi dentro da un momento all'altro, è qualcosa che è rimastro dentro di lei e altre persone che erano lì. Uno stress che a volte è emerso a distanza di un anno, non appena le barriere psicologiche erette quella notte si sono abbassate lasciando venire a galla i fantasmi della paura e dell'orrore. Un fenomeno che ha conseguenze: quattro persone sono morte di crisi cardiaca, una si è suicidata per la forte depressione.

BATACLAN, L'ASSISTENZA È NECESSARIA

La stessa Caroline Langlade, sei mesi dopo i fatti, si è vista diagnosticare uno stato di dissociazione sfociato in un'ipertensione intracranica che, a causa della pressione esercitata sul nervo ottico, le faceva perdere la vista a intermittenza. Problemi a cui appunto non è andata incontro lei da sola ma che, chi più chi meno, ha coinvolto tutti gli attori di quell'evento: poliziotti, abitanti del quartiere, soccorritori. Tutti, come lei, portano dentro di sé queste ferite nascoste. E l'obiettivo ultimo che Caroline che si pone con il proprio libro è esattamente la sensibilizzazione nei confronti di questi temi: l'assistenza psicologica nei confronti delle vittime dimenticate, perché sopravvissute.

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