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29 Settembre Set 2017 1124 29 settembre 2017

SlutWalk, la marcia femminista denuncia le violenze verbali

Non solo aggressioni fisiche: le donne vengono discriminate anche con le parole. Per questo scendono in piazza contro ogni abuso.

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Slutwalk - La Camminata della troia

«Esci con troppi uomini! Che differenza c'è tra te e una puttana? Il fatto che non ti paghino?». Non so se vi è mai capitato di sentirvi dire cose del genere solo perchè siete donne che vivete la vostra vita, e la vostra sessualità, come vi pare. Beh, se vi è successo sappiate che siete di fronte a quello che gli inglesi e gli americani chiamano slut-shaming. In italiano: «svergognare la troia». Peccato che il termine troia si usato in modo improprio. Siamo puttane se il nostro comportamento non corrisponde ai canoni prescritti dalla società? Per questo ce la cerchiamo se ci succede qualcosa? Direi proprio di no. E non sono l'unica a pensarla così. È del 2011 la prima SlutWalk (la Camminata della Troia) che ha l'obiettivo di denunciare le violenze fisiche, ma anche verbali sulle donne. Creata per rispondere all'agente di polizia di Toronto Michael Sanguinetti che in un incontro sulla prevenzione del crimine all’Università di York disse: «Le donne non dovrebbero vestirsi da troie se vogliono evitare il rischio di diventare vittime», la manifestazione ha poi varcato i confini nazionali. Ognuna di noi può organizzarne una nella sua città come si può leggere su Facebook.

Tra coloro che hanno raccolto l'invito c'è anche la modella, attrice e stilista Amber Rose che nel 2014 ha piazzato il suo nome davanti al corteo di Los Angeles, trasformandolo in un vero e proprio brand. Mossa che non è piaciuta alle femministe. Certo lucrare su un tema del genere non è proprio elegante, ma Amber conosce bene lo slut-shaming. Chiedere ai suoi ex. Kanye West, per esempio, dichiarò che dopo averla lasciata aveva dovuto farsi «30 docce prima di andare con Kim» Kardashian. Non meno elegante è stato il suo ex marito, un altro rapper per altro, Wiz Khalifa. «Anche se sono quassù piangente, voglio essere la persona forte alla quale voi ragazzi potete fare riferimento, e sapere che faccio tutto questo per voi», disse lei sul palco della prima edizione. Negli anni per la sua causa è arrivata addirittura a spogliarsi completamente sui social network. E chissà cosa ha pensato per l'edizione 2017 in programma il primo ottobre.

In Italia la SlutWalk è arrivata, a Roma, nel 2013 organizzata dal defunto collettivo femminista Le Ribellule. Un'esperienza che però non ha avuto repliche negli anni successivi. Assurdo se pensiamo che è sbarcata addirittura in Paesi come Israele. Chiaramente non senza problemi. Nel 2016, per esempio, a Gerusalemme due ufficiali della polizia hanno forzato alcune manifestanti a coprirsi. Pure nell’insospettabile Islanda il tema è molto sentito. A fine luglio 2017 una grande folla di donne, uomini, teenager e bambini ha camminato per le strade di Reykjavik per dire no alla distribuzione senza consenso di materiale fotografico e video e al revenge porn. Perchè come fa notare Marcy Jenkins, la co-organizzatrice del corteo di Toronto, si tratta di un problema che tocca, o meglio dovrebbe toccare, tutti.

E, in alcuni casi, le SlutWalk hanno avuto anche conseguenze politiche. Nello Stato americano dello Utah, per esempio, ha spinto le istituzioni ad approvare una legge sul collaudo di kit dello stupro (rape kit), che contenengono gli strumenti necessari ai medici per verificare una violenza sessuale.

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