Sessismo

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28 Settembre Set 2017 1842 28 settembre 2017

Arabia Saudita, le conquiste delle donne partono da Twitter

Ora possono guidare, ma c'è ancora molto per cui combattere. Contro una legge opprimente, i social sono i loro migliori alleati per puntare i riflettori su un Paese in cui una ragazza non può neppure fare sport. 

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Raha Moharrak

Quando il 27 settembre la notizia è arrivata in Australia, Manal al Shar stava ancora dormendo. Qualche ora prima in Arabia Saudita re Salman aveva decretato che le donne hanno il diritto di prendere la patente. «Non potevo crederci. Per anni ci siamo dette che sarebbe stata l’ultima cosa su cui la monarchia avrebbe ceduto. Per anni abbiamo lottato, siamo state arrestate, minacciate, insultate. E oggi, eccoci qui», racconta a Repubblica la donna che sei anni prima, nel suo Paese d’origine, aveva fatto una cosa scandalosa: ovvero, mettersi alla guida della propria auto. Le immagini, girate da un’amica seduta al suo fianco, avevano fatto il giro del web e siccome la prima volta non era successo nulla, Manal aveva afferrato il volante una seconda. La polizia saudita, però, stavolta era lì ad aspettarla. Arrestata e messa in isolamento, per tornare in libertà ha dovuto promettere di non guidare, non parlare con la stampa e non ribellarsi alle leggi. Mai più. Eppure il peggio doveva ancora venire: dopo questo episodio Manal ha perso il lavoro e vissuto fra le minacce, fino a quando ha deciso di trasferirsi oltre oceano. Da lì ha ripreso la lotta contro un divieto unico al mondo: lo ha fatto su Twitter, utilizzando l’hashtag #Saudiwomendrive.

LA RIVOLTA CORRE SU TWITTER

L’Arabia Saudita «è un Paese che sta cambiando», sostiene fiduciosa Manal. Il giovane erede al trono Mohammed bin Salman sa che per avere l’appoggio internazionale e rilanciare l’economia la chiave sono le donne. Represse da una religione ultraconservatrice come quella wahhabita, comunicano un’immagine anacronistica e fanatica. Per ribaltarla, il principe sta appoggiando una serie di riforme, ma la strada è ancora lunga. La legge saudita, infatti, impone altri numerosi limiti. Per superarli le attiviste hanno trovato degli alleati preziosi nei social, primo fra tutti Twitter, che permettono alle varie iniziative di superare le frontiere e farsi conoscere nel mondo. Paradossalmente, il secondo azionista della piattaforma che cinguetta è un altro principe saudita, Alwaleed Bin Talal. Sebbene di idee (abbastanza) aperte, il magnate è intervenuto a bloccare la campagna che al grido di #StopeEnslavingSaudiWomen stava dilagando sul web. Altre iniziative, però, hanno preso il via e il rimbalzo dei tweet permette alle attiviste di tenere puntati sull’Arabia Saudita i riflettori mondiali.

IO VIVO DA SOLA

Un Paese in cui, ad esempio, una donna che ha meno di 45 anni non può viaggiare senza un accompagnatore (maschio) o un’espressa autorizzazione (maschile). A dire il vero in Arabia Saudita, per la legge, non può fare quasi nulla senza un uomo a vigilarla. Un’imposizione contro la quale Maryam al Otaibi ha lanciato la campagna #IAmMyOwnGuardian, «sono guardiana di me stessa». Dopo essersi ribellata al padre e al fratello, nell’aprile 2017 Myriam è scappata di casa per vivere da sola nella capitale Riad. Arrestata dalla polizia, quando alla fine di luglio è stata infine rilasciata la giovane aveva vinto una prima importante battaglia: per la sua liberazione non era stato necessario il consenso di un parente uomo.

DON'T STOP HER NOW

Non possono viaggiare, non possono mescolarsi agli uomini nei luoghi pubblici, non possono accedere a tutti i lavori (anche se in teoria la legge non impone restrizioni, nei fatti, poi, le cose vanno diversamente). Alle ragazze saudite sono impedite molte cose, e su Twitter lo evidenziano con l’hashtag #BecauseIamSaudiWomanIcannot con il quale raccontano le loro difficoltà. Fra le altre, non possono nemmeno fare sport: dopo le elementari le lezioni di ginnastica diventano infatti un’esclusiva maschile. Contro questa limitazione sta combattendo Raha Moharrak, la prima donna che dall’Arabia Saudita è arrivata a conquistare le cime dell’Aconcagua e del Kilimingiaro. Per l’alpinista scalare l’Everest è stato più semplice che convincere i familiari a lasciarle indossare una tuta. Ora, grazie alla notorietà delle sue imprese, chiede al governo di cambiare lo stato delle cose, puntando il dito contro le malattie che colpiscono le saudite: obesità, depressione e problemi ossei. Per curarle, in molti casi, basterebbe un po’ di attività fisica.

DI CORSA VERSO LA LIBERTÀ

Raha, tuttavia, non è la sola ad avere iniziato una crociata per sdoganare lo sport e renderlo accessibile a tutte: a Jeddah, la seconda città più grande del Paese, un gruppo di donne ha deciso di sfidare la legge dandosi appuntamento tutte le settimane per fare attività fisica insieme. A differenza delle coetanee occidentali, le ragazze del team Bliss Run indossano l’hijab, il velo prescritto dalla tradizione islamica, e calzoni molto ampi dal cavallo basso, ma nel loro allenamento non manca nulla: squat, corsa, addominali e stretching. Il tutto lungo le vie della città, sotto gli occhi degli uomini. Lo scopo principale è curare la salute, ma partecipare a un progetto apparentemente normale - che in Arabia Saudita è un vero e proprio gesto rivoluzionario -, rende queste donne coscienti delle loro capacità e delle loro potenzialità. Le rende forti fisicamente e spiritualmente. Pronte a intraprendere nuove campagne per conquistare i diritti che gli spettano.

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