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Diritti

28 Settembre Set 2017 1303 28 settembre 2017

Aborto libero, sicuro e gratuito: un diritto urlato in piazza

Nella Giornata Mondiale in programma il 28 settembre, in Italia si manifesta contro l'obiezione di coscienza che impedisce alla donna di scegliere autonomamente se interrompere o meno la gravidanza. Ma non è questo il solo problema.

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Giornata internazionale per l'aborto libero e sicuro

Istituita a livello mondiale dal 1990, grazie all'iniziativa di un network composto da 1800 associazioni e gruppi sparsi in 115 Paesi, la Giornata Internazionale per l'aborto libero e sicuro (28 settembre) mira a sostenere il diritto a scegliere del proprio corpo e della propria sessualità riproduttiva. La sua legittimazione arriva dai dati forniti dalla World Health Organization, secondo cui ogni anno quasi 50mila donne nel mondo perdono la vita a causa di un aborto illegale, incrementando le percentuali di mortalità materna. Nello stesso lasso di tempo, 41 milioni di adolescenti portano a termine una gravidanza non desiderata, magari a seguito di uno stupro. E l'Italia, dove l'interruzione volontaria di gravidanza (IVG) è assicurata dalla Legge 194 del 1978, non si posiziona di certo ai vertici della classifica riguardante la gratuità, la sicurezza e la libertà di non portare a termine una gestazione. Stando ai dati del ministero della Salute, infatti, il 70,7% dei ginecologi - così come il 48,8% degli anestesisti - sono obiettori di coscienza, e oltre il 40% degli ospedali si rifiuta di prestare servizio a quelle donne senza desiderio - o possibilità - di sostenere un'eventuale maternità. In Campania, Molise e Provincia Autonoma di Bolzano, i numeri si impennano. Non per ultimo, la percentuale del ricorso all'interruzione volontaria farmacologica tramite la pillola RU486 è la più bassa d'Europa. In Svezia e Finlandia, al contrario, questa opzione è diventata ormai l'unica alternativa davvero praticata.

COSTRETTE ALLA CLANDESTINITÀ

«Almeno in Italia questa pratica è gratuita», esordisce Eleonora Cirant, una delle portavoce della rete Non una di meno, presente in diverse piazze d'Italia per rivendicare un diritto che si pensava oramai essere conquistato. «Di certo, però, non si può dire che sia totalmente libera e sicura. In alcune Regioni, accedere a questo servizio risulta davvero impossibile: sappiamo di casi si arriva a praticare clandestinamente l'interruzione di gravidanza, sebbene non vi siano numeri ufficiali a testimoniarlo». Gli ospedali, ci spiega, non registrano le varie richieste di aborto che di giorno in giorno pervengono: sappiamo dunque quante ne vengono soddisfatte ma, purtroppo, non quante ne vengano ancora negate. Secondo stime condivise dal ministro Lorenzin lo scorso mese di aprile, gli aborti clandestini - effettuati dunque al di fuori delle pratiche ospedaliere - sarebbero circa 20mila su base annua. Insomma, l'obiezione di coscienza assicurata dalla Legge 194, a volte, porta anche a questo.

MATERNITÀ D'OBBLIGO

In diverse occasioni, sebbene ancora una volta manchino i numeri che aiutino a quantificare questo fenomeno, persino i farmacisti si rifiutano di vendere la cosiddetta pillola dei cinque giorni dopo, con un comportamento assolutamente illegale e penalmente perseguibile. In questi casi, però, nessuno potrebbe appellarsi a motivi di coscienza, poiché si tratta di un semplice metodo di contraccezione postcoitale e non abortivo. «Ho girato diverse strutture, totalmente inconsapevole dell'iter da seguire, alla ricerca di quella benedetta pillola», racconta P., una giovane donna di un piccolo paesino di provincia. «Nessuno ti insegna questa cose, la scuola è la prima grande assente quando si tratta di sessualità. Eppure, dopo la prescrizione della ricetta, anche se non più obbligatoria, mi sono trovata davanti ad un farmacista che si è appellato a mille ragioni pur di non darmela. E i tempi perché fosse efficace erano a quel punto scaduti». Insomma, l'obiezione di coscienza da tutela di una libertà individuale - quella del medico - si è trasformata in un ostacolo all'autodeterminazione riproduttiva e sessuale delle donne. Il famoso articolo 9 della Legge 194 sembra stia trasformando la maternità in un obbligo.

QUANDO LA CHIESA SI METTE IL CAMICE

I motivi sono vari e disparati e «la Chiesa svolge un ruolo determinante: soprattutto al Nord dove è forte, fortissima la presenza di Comunione e Liberazione all'interno degli ospedali», accusa V., medico, che arriva a definire «ginecologia come il reparto più fortemente politicizzato». Solo in Lombardia, dove la scritta Family Day campeggia sulla sede della Regione, sono sei le strutture in cui la totalità dei ginecologi e ginecologhe è obiettore, secondo una indagine effettuata dal Partito Democratico di Palazzo Pirelli nel 2015: ad Iseo, a Gavardo, a Oglio Po, a Gallarate, a Sondalo e Chiavenna. Non solo. In dieci ospedali la percentuale di chi dice di no all'arresto di una gestazione oscilla tra l'80 e il 90 per certo. Non tutte le scelte, però, sembrano essere imputabili a ragioni di fede, etica o morale. Silvia De Zordo, antropologa e ricercatrice presso l'Università di Barcellona, ha condotto una ricerca qualitativa in merito, rivelando le molte sfumature del problema.

IL FENOMENO DEL RIFIUTO

Spesso i medici hanno il timore di una discriminazione da parte di colleghi o primari, a volte ci si rifiuta per mancanza di una formazione o di un aggiornamento specifico e, in alcuni casi, si nega questo diritto per sfuggire alla monotonia di un intervento semplice da un punto di vista tecnico. Svolgere le IVG, inoltre, non è economicamente gratificante essendo, peraltro, l'unica procedura medica a non essere offerta dietro pagamento. Inutile negare, inoltre, che la stigmatizzazione di questa pratica sia assolutamente preponderante nelle scelte di obiezione dei professionisti sanitari: l'interruzione di gravidanza è sporca, è il risultato di un fallimento, di un errore, di una mancanza di responsabilità da parte della donna. È la «Cenerentola della ginecologia». Eppure solo i medici hanno il privilegio di utilizzare la propria coscienza - e il proprio giudizio - come giustificazione. Come se un avvocato penalista iscritto alle liste di attesa d'ufficio si rifiutasse di difendere un pedofilo o uno stupratore, nonostante fosse consapevole fin dall'inizio di quali fossero le regole del gioco e di quali casi avrebbe dovuto affrontare. Insomma, l'aborto sembra essere davvero l'unica eccezione morale protetta dalla legge. «I movimenti femministi hanno sempre rivendicato la necessità di un'applicazione della 194, sin dagli anni '80. Ora le cose stanno cambiando: Non una di meno chiede l'abolizione dell'articolo 9, unico modo, insieme all'incentivo economico, per porre un argine a questo dilagante fenomeno del rifiuto», sostiene Eleonora.

RU486, DOVE TI TROVO?

La RU486? Nemmeno a dirlo. Troppo spesso, l'IVG farmacologica non viene nemmeno considerata e, peggio ancora, «questa mancata disponibilità non è nemmeno mappata: non è infatti possibile sapere a priori quali strutture offrono o meno questa possibilità». L'opzione non chirurgica, più economica e meno invasiva, è ancora un miraggio, nonostante l'Organizzazione Mondiale della Sanità l'abbia inserita nell'elenco dei farmaci essenziali per la vita riproduttiva. Eppure, questa modalità è ancora scarsamente utilizzata, con forti disomogeneità tra le regioni. In Lombardia, ad esempio, l'assunzione del farmaco - somministrato in due dosi, a 48 ore di distanza - impone l'ospedalizzazione, a meno della firma di dimissioni contro il parere dei medici. La Toscana, così come la Puglia, invece, si è dotata di linee guida che permettono di interrompere una gestazione in day hospital, con il ricovero raccomandato solo nel giorno dell'assunzione della seconda pillola, che induce l'espulsione del feto.

IL TRAUMA INCANCELLABILE

«Non posso affermare che una metodica sia migliore dell'altra. In qualsiasi caso, il trauma c'è. Ed è incancellabile», racconta Clara, che ha deciso di ricorrere all'utilizzo del farmaco. «Però è giusto avere il diritto di scegliere, e tutte le spiegazioni del caso sulle varie opzioni disponibili. Ma questo non accade. Succede, però, che si venga abbandonate in una toilette di ospedale, ad assistere all'espulsione del feto, senza avere nessuno accanto». Manca l'aborto chirurgico e manca un'alternativa. E, troppo spesso, mancano anche la sensibilità e l'empatia nei confronti della donna. Forse, anche in questo caso, siamo davanti all'ennesima violenza di genere.

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