Femminicidio

Femminicidio

25 Settembre Set 2017 1218 25 settembre 2017

Femminicidio e violenza sulle donne: il triste primato del Messico

Non solo Ciudad Juàrez: l'intero Paese fa registrare morte e abusi come da nessun altra parte nel mondo. Alla base del fenomeno c'è l'impunità sociale. Qualcosa però sta cambiando, a partire dai social dove i diritti si rivendicano con l'hashtag #SiMeMatan

  • ...
Femminicidio Messico

Il corpo di Mara Fernando Castilla, studentessa 19 enne, è stato ritrovato senza vita a Puebla, una cittadina a Sud di Città del Messico. Di lei non si sa molto, se non che l'8 settembre, al termine di una festa con gli amici, è salita su un taxi, di proprietà dell'azienda Cabify, intorno alle 5.20 del mattino. Da allora, nessuno ha più avuto sue notizie. La giovane ragazza non è mai tornata a casa. Sulle dinamiche della morte, però, non si hanno notizie certe. Il conducente, Ricardo Alexis Diax, è in stato di arresto. Le autorità hanno ordinato subito il fermo, non appena lo hanno rintracciato insieme allo smartphone di Mara. Non solo. Il tassista era già stato espulso da Uber in seguito a episodi di violenza di cui si era reso protagonista. Cabify, dunque, si è visto obbligato a chiudere i battenti, perlomeno in Messico: la colpa grave, gravissima, è quella del mancato controllo sull'affidabilità e l'integrità dei suoi dipendenti. Le piazze, anche virtuali, intanto si sono riempite di donne, perché loro il femminicidio lo masticano ogni giorno: 1985 le vittime nel 2016; 1055 le morti tra gennaio e marzo 2017. E un triste primato, certificato Ocse, che vuole il Paese al primo posto per violenze sessuali, con il 47% delle donne tra i 16 e i 70 anni vittime di abusi contro una media mondiale del 23,6%.

LÀ DOVE SPARISCONO LE DONNE

Non è un caso, dunque, che la teorizzazione massiccia del femminicidio sia partita proprio da qui, dalla terra dei narcos. Fu grazie all'antrologa Marcela Lagarde, che il termine iniziò ad acquisire peso nella cronaca giornalistica per indicare tutte quelle forme di violenza e discriminazioni di genere capaci di annullare l'identità e la libertà fisica, psicologica, lavorativa e materiale. E fu per merito del film Bordertown che l'omicidio di genere di stampo messicano riuscì a suscitare finalmente un clamore internazionale, portando alla ribalta la cruda realtà di Ciudad Juàrez: le luci vennero puntate su questa cittadina-corridoio del contrabbando di poco più di un milione di abitanti, che ogni tre giorni vede scomparire almeno due donne. Una donna 'e mezza' al giorno, per essere più chiari. Una donna 'e mezza' tutti i santi giorni. E anche se i numeri sembrano diminuire rispetto agli anni passati, dove, tra le 12 mila vite assassinate dal 2007 a oggi, si contano moltissime bambine, ragazze, adulte, la situazione non è affatto migliorato. Alcune scompaiono, all'uscita da scuola, dalla fabbrica, da casa, senza che di loro si sappia più nulla. Altre vengono fatte a pezzi: ai cari vengono consegnati brandelli di vestiti e mucchietti di ossa, dopo giorni di sequestro, torture e violenze sessuali. Che sia il narcotraffico, le sette sataniche o inafferrabili serial killer in questa sede poco importa. Ci interessa, invece, che i colpevoli restino impuniti nel 97% dei casi.

VITTIME DI UNA CULTURA MACHISTA

«L'impunità sociale è alla base del problema», spiega Maria Capello, che da anni lavora per la Comisión Mexicana de Defensa y Promoción de los Derechos Humanos. «Le vittime non denunciano, perché c'è scarsa fiducia nelle istituzioni. Le tutele, sulla carta, ci sono. Manca, però, l'applicazione della legge», sottolinea. Sembra che dal 2010 al 2015 siano stati aperte 83.463 indagini per presunti reati di violenza e solo 29.349 siano giunti a una conclusione. Gli stessi agenti di polizia, dinnanzi ai racconti delle vittime, spesso tendono a sminuire i fatti, a pensare che uno schiaffo, uno spintone, una qualsivoglia umiliazione siano parte integrante di una relazione di coppia, dell'indissolubile binomio maschio dominante/femmina recessiva. «Anche le donne, in fondo, ne sono convinte. Sono loro le prime machiste. E ciò accade in tutte le famiglie, di bassa e alta estrazione sociale», incalza Maria Giulia Taccari, studentessa di giurisprudenza, in Messico per un lavoro di ricerca. «Non sono rari i casi in cui siano loro stesse a ricercare un marito con il portafoglio, per poter replicare il modello inculcato loro sin da bambine, prendendosi cura della casa, dei figli e delle varie faccende».
Tutto questo, però, finisce per ripercuotersi su di loro. E il passo dalla violenza psicologica a quella fisica è molto breve: non è un caso, che i tassi di divorzio siano altissimi, che i matrimoni si concludano nel 90% dei casi per i famosi pestaggi domestici. Uno tra i tanti casi è quello di S., 35enne, sposata fino a poco tempo fa con un uomo che impazziva alla sola idea di lasciarla studiare, lavorare, costruirsi una propria vita al di là di lui. «Ogni volta che uscivo di casa mi chiamava puttana», racconta S. che è riuscita a lasciarlo solo quando ha scoperto un tradimento, nonostante il parere contrario della sua famiglia: «Non volevano che lo lasciassi, perché è un uomo, e gli uomini si comportano così». Con lui ha 2 figlie, e 3 dal precedente matrimonio. Interrompere la relazione non è stato semplice. Prima, infatti, si è dovuti passare da numerosi tentativi di abusi sessuali «perché, prima della separazione, tutto gli era permesso per il solo fatto che ero ancora sua moglie».

IL RISCHIO CAMMINA PER STRADA

In famiglia è così, per strada non è diverso. Esistono tutele, leggi, taxi rosa, gender-alarm, vagoni dei treni e dei bus specifici per i due sessi. Ma non basta. Perché a Città del Messico, Veracruz, Oaxaca e Acapulco camminare per strada significa sottoporsi a un rischio. I commenti nei confronti delle donne sono infatti una costante anche se spesso vengono intesi come semplici complimenti e non come abusi. A volte, però, si alzano i coltelli, come è successo ad A., ora adulta, allora 16enne. «Ero su un bus, di ritorno da scuola. Un giovane uomo è sceso alla mia stessa fermata e, senza che me ne accorgessi, mi sono trovata contro a un muro, minacciata da una lama. Ha iniziato a spogliarmi ma, fortunatamente, sono intervenute alcune persone e tutto si è risolto». I dati dell'Istituto nazionale di statistica e geografia (INEGI) parlano chiaro: se il 43,9% degli abusi avvengono tra le mura di casa, un buon 38,7% si verifica in strada, nei parchi, sui mezzi di trasporto urbano. E sul luogo di lavoro, nulla cambia: il 26,6% di loro è stata molestata o discriminata per motivi di genere da colleghi e superiori. Sarebbe ingeneroso privare le istituzioni pubbliche del merito di provare ogni giorno a battersi affinché all'interno degli enti e delle società private vengano rispettate quote rosa e codici linguistici, etici e comportamentali che rispettino la presenza dei due sessi. Vuoi per influenze e pressioni esterne, vuoi per l'applicazione di norme scaturite da trattati internazionali, ma qualcosa si sta muovendo. «Se poi scavi a fondo, però, emerge come i ruoli di potere e dirigenziali siano ancora ricoperti da uomini», puntualizza Maria. E non solo: «Laddove non si palesino discriminazioni e abusi, affiorano comunque episodi e atteggiamenti di micromachismo, anche all'interno di ONG e società di tutto rispetto: la donna è sempre un gradino sotto e gli uomini lo evidenziano, seppur in modo molto velato». Insomma, il substrato culturale vince sempre, anche dove meno te lo aspetti.

PICCOLA RIVOLUZIONE UNDER 30

Tralasciando per un attimo l'ignobile situazione che vivono le indigene o le piccole società di stampo matriarcale, sembra lecito affermare che una piccola, piccolissima rivoluzione è in atto. Le under 30 sono attive, libere nel loro essere donne, decise nell'affermare i propri diritti, con tutto ciò che questo comporta. Le manifestazioni suscitate dopo il caso di Mara ne sono un chiaro esempio, il loro contributo in queste giornate di massima allerta per il Paese, anche. Non manca neppure la solidarietà, gruppi di ascolto al femminile, non solo tra le intellettuali più impegnate. Sui social impazza l'hashtag #SiMeMatan (Se mi uccidono) e le porte delle case si aprono per chi fa tardi alla sera e ha paura a tornare a casa. «#SiMeMatan è perché mi piace uscire di notte e bere molta birra», scriveva la stessa Mara, cinque mesi fa.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Correlati

Potresti esserti perso