20 Agosto Ago 2017 1158 20 agosto 2017

Asha, che 'capisce' i terroristi

Dialogo con Asha, 20 anni, una ragazza indiana cresciuta in Italia: «La religione non c’entra, l’Isis trova terreno fertile in un terra di mezzo di odio e solitudine. Io me lo ricordo bene».

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barcellona lutto attentato

Il più piccolo tra le vittime a Barcellona aveva tre anni. Il più giovane degli autori della strage 17. Mio figlio ne ha 16. Lo guardo e mi chiedo come possa un ragazzo provare tanto odio, essere così spietato e con un cuore di pietra. Me lo immagino quel 17enne tra i banchi di scuola, in mezzo alle platee che incontro quando vado nelle aule magne a parlare di violenza. E penso ad Asha, 20 anni, arrivata in Italia a otto anni e cresciuta nella campagna lombarda. Dopo un incontro nel liceo che frequenta, come spesso mi accade, mi aveva scritto un pomeriggio raccontandomi il suo disagio di ragazza indiana, di serie B. Con il suo sguardo dolce e una timidezza esagerata, quando ci siamo incontrate mi ha detto: «Io i terroristi li capisco».

SE IL CONFRONTO SOSTITUISCE L'INTEGRAZIONE
Una frase che mi ha sconcertato e di cui ho cercato di farmi spiegare l’origine; non li giustificava ovviamente, anzi ne condannava le gesta, ma, diceva: «Quell’odio lo capisco perché è stato anche mio». In India Asha veniva picchiata con il bastone dalle maestre perchè non capiva le operazioni e i colpi erano così forti che si faceva la pipì addosso e veniva mandata a casa a cambiarsi. L’Italia le sembrava un paese meraviglioso: una maestra amorevole, le strade pulite, una casa con il water su cui sedersi, dei vicini gentili. Il paradiso. Una felicità che svanisce in un paio d’anni, durante i quali la sua vita di bimba diventa un continuo confronto: «Le mie amiche collezionavano Pony amica del cuore, io non potevo avere nemmeno una bambola; mio padre diceva Non serve, e liquidava ogni mia richiesta così, che fosse lo zaino per la scuola o una maglietta».
«Qualche volta andavo a fare i compiti a casa di una mia compagna, ma poi ho smesso perchè le mamme mi trattavano in un modo strano, anche se in buona fede; se mi offrivano un succo di frutta mi chiedevano se sapessi cos’era, e io pensavo ‘Certo che so cos’è, non vengo da Marte’; mi chiedevano sempre ‘Come mai siete venuti qua?’, e io mi vergognavo a rispondere che in India eravamo così poveri da non riuscire a mangiare tutti i giorni». Le sue amiche dormono in graziose camerette mentre lei dorme in un divano letto in salotto con la sorella e un fratellino da accudire.
La casa che inizialmente le sembrava meravigliosa diventa motivo di vergogna. «Sognavo una stanza tutta mia, non ho mai fatto venire nessuna amica perchè mi ero inventata di averla». La famiglia frequenta unicamente connazionali, la madre non parla italiano e questo diventa un motivo di scherno alle riunioni a scuola: «Mi ricordo come la guardavano, le risatine, mi vergognavo anche dei suoi vestiti colorati».

LA FRUSTRAZIONE CHE GENERA IL TERRORE
Asha non accetta nemmeno le prime tracce di violenza domestica che le si svelano: «Mia madre era sottomessa, mi dispiaceva quando mio padre la zittiva, soprattutto in presenza di amici; le chiedevo perchè ma lei rispondeva con dei sorrisi, non mi spiegava niente ed io sapevo solo che non era giusto».
Intanto arrivano ‘Indiani di merda’ e altre espressioni che Asha sente su di sé insieme agli sguardi che instillano le prime gocce di rancore: «Sono sguardi che ti sminuiscono e ti mettono continuamente alla prova. Finisce che detesti la tua famiglia e detesti chi non ti accetta, e non appartieni a nessuno, ti ritrovi in un territorio di mezzo. A 13 anni non ne potevo più e sognavo di tornare in India». È in quel limbo di solitudine e odio che Asha riconosce le origini del terrorismo: «Ogni volta che sento di un attacco terroristico ritorno a quei tempi, a quella frustrazione tutti i giorni: per loro (i terroristi) è rimasto tutto così; ti senti figlio di nessuno e il primo che ti fa sentire nuovamente figlio, ti prende».
Un terrorismo che raccoglie orfani, di speranza e di identità.

VOLER VINCERE
«Se cerchi di vivere come i tuoi amici italiani le famiglie ti rifiutano, ti considerano un traditore, una traditrice. È giusto conoscere le proprie tradizioni, non dimenticare da dove vieni. Ma le famiglie sbagliano: integrarsi non vuol dire imparare l’italiano e non puoi condannare i tuoi figli all’isolamento, a sentirsi diversi».
Quel sentirsi diversi diventa pericoloso: «Se ti senti uno che ha sempre perso, è il bisogno di vincere che ti fa sentire vivo. ‘Vinco io’ pensa un terrorista, e più se ne parla più si sente gratificato. Sono tanti signori Nessuno che hanno improvvisamente il mondo in mano».
Oggi Asha non tornerebbe in India, non rinuncerebbe al suo paesino che ama, alle sue relazioni e a una casa con il water. Non tornerebbe in un paese dove la sottomissione femminile e la violenza contro le donne raggiungono livelli inauditi. La sua condanna al terrorismo è netta eppure le sue parole mi fanno orrore: «Io mi vergognavo, mi sentivo ignorante, brutta, con i capelli troppo neri, la pelle troppo scura, mai all’altezza. Io sono io, lo so adesso, ma allora avrei fatto qualsiasi cosa per una rivincita, per dare un senso alla mia esistenza imbarazzante, per sentirmi figa anche solo per un giorno, per scoprire cosa si prova a sentirsi fighe. Mi rendo conto che ero perennemente sballata emotivamente. Allah non c’entra, c’entra l’infelicità».
Mi fanno orrore perchè al di là delle analisi sul legame tra terrorismo e religione (Asha non è nemmeno musulmana, ma questo è irrilevante per me, che sto semplicemente cercando di capire lo stato d’animo e i pensieri di una ragazza che rappresenta se stessa) e sugli interessi politici ed economici che fanno da contorno al terrorismo, mi chiedo quante ragazze o ragazzi dagli occhi dolci si possano ritrovare nelle sue parole, e fino a che punto qualche goccia di quell’odio provato allora non si stia riversando anche su di me, bianca e privilegiata ma anche aperta al mondo e accogliente, magari con qualche gaffe che si impiglia tra le maglie della mia buona fede.

RIDURRE LE DISTANZE
Una buona fede che non mi fa sentire responsabile dell’orrore di questo mondo ma che mi impone di chiedermi che cosa si può fare affinchè i rancori e le infelicità non sedimentino giorno dopo giornoin chi oggi è bambino e apparentemente inserito in una scuola con una maestra amorevole, dei compagni con cui fare i compiti mentre a merenda gli offrono con gentilezza un succo di frutta. Penso alla mia esperienza di quattro anni insegnando italiano alle donne arabe e ai loro figli che mi hanno insegnato l’esistenza delle zone grigie dell’integrazione, dove si vive in realtà in mondi paralleli, eppure portatori e portatrici di gioia e di esperienze costruttive di reciproca conoscenza.
Penso a quel bimbo di tre anni morto a Barcellona e penso a quel padre che ha protetto i suoi figli e quel ragazzo della mia città con il sorriso spalancato alla vita. Oggi sono io quella emotivamente in cortocircuito in un Paese che amo ma di cui respiro la deriva intollerante e fascista che non farà che amplificare le distanze, le solitudini, le rivendicazioni, l’odio, in un marasma di frustrazione e violenza in cui perderemo tutti. Penso ad Asha che mi parla dei suoi progetti futuri, realizzabili grazie a quello che questo Paese le ha dato e a cui si sente oggi riconoscente e mi chiedo che cosa significhi la parola civiltà, quale fucina di contraddizioni sia l’Europa e che cosa posso fare io per non lasciarmi sopraffare dalle lacrime.

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