27 Luglio Lug 2017 1925 27 luglio 2017

Il diritto di contare (anche in Tunisia)

Con 146 sì il Parlamento ha raggiunto una conquista storica. Ora le donne del Paese africano hanno una legge per denunciare e perseguire i loro aggressori. Basta agli abusi fisici, sessuali ed economici.

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Ci sono voluti decenni di lotta, una rivoluzione, un percorso parlamentare travagliato. Ci sono volute, soprattutto, le voci delle donne tunisine, le loro esperienze e umiliazioni. Alla fine, però, la legge che riconosce come un reato la violenza di genere è arrivata anche in Tunisia, uno dei Paesi a cultura araba che più si era distinto in fatto di diritti. Ma non ancora abbastanza. Almeno fino a quando, mercoledì 26 luglio 2017, il Governo non ha approvato con 146 sì il testo che condanna qualsiasi forma di discriminazione di origine sessuale. In uno Stato in cui, nel 2010, il 47% delle cittadine dichiarava di aver subito casi di abusi domestici, 43 articoli provano a definire cosa sia una molestia e la condannano. Da adesso  è penalmente rilevante e perseguibile «qualsiasi aggressione fisica, morale, sessuale o economica contro una donna, perpetrata con intento discriminatorio fra i due sessi e arrecante danno fisico, sessuale, psicologico o economico, incluse le minacce, le pressioni e le privazioni di diritti e libertà, sia nella sfera privata che nella sfera pubblica».
Basta gender pay gap, basta insabbiamenti di denunce, ma soprattutto basta al matrimonio riparatore. La conquista più significativa, infatti, è l’abrogazione dell’articolo 227 bis, che consentiva allo stupratore di una minorenne di evitare la galera sposandola. Come era possibile fare in Italia fino al 1981.

DOPO IL REGIME, I DIRITTI
La conquista è stata lenta, la prima proposta di legge era arrivata nell’ottobre 2016, figlia della collaborazione di oltre 700 associazioni di genere e di una classe politica moderata nata dopo la rivoluzione dei Gelsomini del 2011. Con la caduta del regime di Ben Ali, rimasto al potere per 23 anni, è aumentata l’attenzione pubblica in fatto di tutela di diritti, mentre la Tunisia ha iniziato a guardare agli standard civili occidentali. La fondazione, nel 2013, della Commissione nazionale per la verità e dignità è stata un momento di svolta per il Paese africano. Si è iniziato a indagare sulle violazioni avvenute nei decenni precedenti, cercando di riabilitare e risarcire le vittime. Da quando è nata, ha raccolto 15 mila testimonianze di torture e stupri avvenuti a opera delle forze dell'ordine durante il periodo della dittatura. Una possibilità, quella di raccontare la propria tragedia, che era sempre stata negata alle tunisine. Spesso, infatti, la voce di chi denunciava non era forte come del denunciato. Soprattutto nella parte più rurale della regione il disonore resta addosso a chi subisce, trasformando le donne in emarginate. Una vergogna per le famiglie che spesso le rifiutano. Chi sfugge alla galera, invece, viene accolto di nuovo dalle comunità.
Nel 2015 il report Assaulted and Accused di Amnesty International aveva provato a ridare dignità alle minoranze 'aggredite e accusate'. I bambini e la comunità LGBT sono gli altri bersagli più soggetti a violenze.
Adesso che la legge è arrivata, la vera sfida è vederla applicata. Un monito che arriva da Amna Guellali, analista dell'Human Rights Watch in Tunisia e Algeria, che sull'approvazione si è espressa così: «Il Governo adesso dovrebbe finanziare e sostenere le istituzioni che vogliono trasformare le norme in vera protezione».

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