19 Luglio Lug 2017 1304 19 luglio 2017

Ai comunisti cinesi il rosa non piace

La donna più ricca del mondo viene dal Paese asiatico che, però, è ancora molto lontano dalla parità di genere. Soprattutto in politica. Chiedere all'unico partito di governo nelle mani degli uomini fin dalla sua nascita.

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partito comunista cinese

Carta canta, si dice, e a volte se non ci fossero i numeri a dimostrarle certe notizie potrebbero lasciare increduli. Così, se l'annuncio non venisse direttamente da Bloomberg, sarebbe difficile credere che la donna più ricca del mondo è una imprenditrice cinese di 47 anni. Un Paese, la Cina, proverbialmente non molto clemente con il gentil sesso. La politica del figlio unico e le sue conseguenze nella popolazione sono ormai tristemente noti. Nonostante questo, Zhou Qunfei, la fondatrice di Lens Technology, azienda che fornisce gli schermi per gli smartphone di Apple e Samsung, nel 2017 ha superato le sue rivali e la compagnia ha raggiunto un valore di 11 miliardi di dollari. Rimane però la famosa eccezione che conferma la regola. Infatti, all'impegno formale del governo di Pechino di garantire alle sue cittadine pari diritti e pari condizioni lavorative, non è ancora seguito alcun cambiamento nella sostanza e le donne che possono aspirare a posizioni di prestigio e potere sono pochissime.
Con l’avvicinarsi del 19esimo Congresso del Partito Comunista Cinese (CCP) lo fa notare, nuovamente, un gruppo di attiviste guidate dall’avvocato per i diritti civili Guo Jianmei. La nuova sessione, prevista in autunno, ha l'obiettivo di rinnovare più del 70% degli attuali 376 membri. Seppur ci si trovi di fronte a un’alta percentuale di ricambio, le speranze di vedere aumentare la presenza femminile negli organi di potere del Paese sono molto basse. Cheng Li, direttore del John L. Thorton China Center di Washington, ha dichiarato in un recente saggio che servirebbe «un miracolo perché una donna possa diventare capo della Repubblica Popolare Cinese nel prossimo futuro».

IL PARTITO, IL POLITBURO E IL COMITATO PERMANENTE
Del resto, da quando il Partito è salito al potere nel 1949 nessuna donna ha ancora avuto modo di far parte del suo organo di controllo più importante, il Comitato Permanente composto da sette membri. In generale, però, mancano le quote rosa a tutti i livelli. Nel Comitato Centrale non ci si è mai spinti oltre il 10% (fatta eccezione per il 1973 e il 1977), mentre l’attuale Politburo (il secondo organo in ordine di importanza) presenta solo due  componenti femmine su un totale di 25. Entrambe, pur essendo per carriera ed esperienza papabili a far parte del Comitato Permanente, è probabile che lascino i propri posti per motivi anagrafici. Sun Chunlan di 67 anni e Liu Yandong di 71 rappresentano già un’eccezione per il sistema pensionistico cinese.

IL PENSIONAMENTO FORZATO
La Cina ha, infatti, regole molto precise in merito all’età pensionabile di uomini e donne. Queste ultime sono costrette a lasciare il proprio impiego circa dieci anni prima della loro controparte maschile, a un’età che si attesta in media sui 50 anni, momento in cui una carriera politica e imprenditoriale può considerarsi nel suo massimo picco di crescita. Agli impegni lavorativi si richiede alla popolazione femminile di preferire quelli famigliari, mettendo al primo posto la cura per nipoti e parenti più anziani. Diverso il discorso per gli uomini, dai quali l’obbligo di pensionamento ai 60 anni viene spesso ignorato, proseguendo nella carriera mediamente ancora per 7 anni.

L'ECCEZIONE DI HONG KONG E TAIWAN
Se nella cosiddetta madrepatria il peso politico femminile è ancora irrisorio, nel resto della Greater China la situazione è decisamente differente. A Hong Kong, Carrie Lam Cheng Yuet-ngor dopo aver vinto le elezioni di marzo, ha ufficialmente assunto il ruolo di chief executive dell’ex colonia britannica a partire dal primo luglio. Anche Taiwan non è stata da meno nel 2016, quando ha portato al potere Tsai Ing-wen, prima donna nel ruolo di Presidente dell’isola.

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