22 Marzo Mar 2016 1234 22 marzo 2016

La tua bimba fa un selfie porno? Non è reato diffonderlo

La Cassazione decide sul caso di una ragazza minorenne che aveva inviato materiale sessualmente esplicito agli amici che a loro volta avevano fatto girare: nessuna sanzione se il materiale è stato realizzato e inviato dallo stesso minorenne.

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selfie

Una nuova sentenza della Cassazione ha stabilito che se una minorenne si fa dei selfie pornografici e poi li invia ai suoi amici e questi a loro volta li diffondono ad altri ragazzi, non commettono alcun reato. Perché le norme contro lo sfruttamento sessuale degli adolescenti puniscono la cessione di materiale pedopornografico «ma a condizione che lo stesso sia stato realizzato da soggetto diverso dal minore raffigurato» dal momento che la legge distingue «l'utilizzatore» del materiale «dal minore utilizzato». La Cassazione mette così in guardia le ragazzine dal rischio che autoscatti di questo tipo diventino 'virali' nella cerchia delle loro amicizie senza che ci siano sanzioni a fare da deterrente.

IL CASO DELL'AQUILA
Il caso è nato dalla storia di una minorenne che decide di farsi un selfie osé, appunto, e di inviarlo a un gruppo di dieci amici (sei ragazze e quattro ragazzi). Naturalmente il giro degli invii non si ferma a quei dieci amici e l’immagine continua a girare. Il tribunale dei minori dell’Aquila, al quale viene sottoposto il caso, decide il non luogo a procedere interpretando la norma (600 ter comma 4 del codice penale) a favore dei presunti rei, cioè «è punito chi offre o cede ad altri, anche a titolo gratuito materiale pedopornografico di cui al primo comma». E il primo comma dice: «Chi realizza esibizioni o spettacoli pornografici, ovvero chi li produce...». Il procuratore capo del capoluogo abruzzese impugna la decisione portando il caso davanti alla Suprema Corte e adesso ecco la sentenza: la Cassazione rigetta il suo ricorso e conferma che non è reato diffondere un selfie pornografico.

«SOGGETTO ALTRO E DIVERSO»
Secondo i giudici infatti le norme contro lo sfruttamento sessuale dei minori, che hanno ricevuto gli ultimi aggiustamenti nel 2006 «per non lasciare zone grigie», non puniscono la diffusione di «materiale pornografico minorile 'ex se', quale ne sia la fonte, anche autonoma, ma soltanto materiale alla cui origine vi sia stato l'utilizzo di un infradiciottenne, necessariamente da parte di un terzo, con il pericolo concreto di diffusione del prodotto medesimo». In particolare, la Cassazione - sentenza 11919 della Quinta sezione penale - ritiene che «presupposto logico prima che giuridico» della 'ratio' che punisce chi diffonde immagini pedoporno è che tale soggetto sia «altro e diverso rispetto al minore da lui (prima sfruttato, oggi) utilizzato, indipendentemente dal fine, di lucro o meno, che lo anima e dall'eventuale consenso, del tutto irrilevante, che il minore stesso possa aver prestato all'altrui produzione del materiale o realizzazione degli spettacoli pornografici".

RESPINTO L'ANNULLAMENTO
«Alterità e diversità» che, quindi, - prosegue il verdetto - «non potranno ravvisarsi qualora il materiale medesimo sia realizzato dallo stesso minore, in modo autonomo, consapevole, non indotto o costretto».In sostanza, dice la Suprema Corte, «la punibilità della cessione è subordinata alla circostanza che il materiale pornografico sia stato realizzato da terzi, utilizzando minori, senza che dunque le due figure possano in alcun modo coincidere». La procura della Cassazione aveva invece chiesto l'annullamento con rinvio dei proscioglimenti.

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