9 Febbraio Feb 2016 1235 09 febbraio 2016

«Apparteneva ad Al-Baghdadi»

Una donna irachena è stata accusata di aver contribuito alla morte di Kayla Mueller, la giovane attivista americana rapita dall'Isis nel 2013 e morta due anni dopo in circostanze mai del tutto chiarite.

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La vedova di Abou Sayyaf, alto responsabile dello Stato Islamico ucciso a maggio 2015 da un raid americano, è stata accusata dalla giustizia statunitense di aver avuto un ruolo nella detenzione e morte della giovane umanitaria americana Kayla Mueller, rapita ad Aleppo nell'agosto del 2013.

VIOLENTATA DA AL-BAGHDADI
L'irachena Nasrin As’ad Ibrahim Bahar, conosciuta con il nome di Umm Sayyaf, ha ammesso di aver contribuito alla detenzione della Mueller e di altri prigionieri. In base a quanto emerge, l'attivista americana sarebbe stata violentata dal leader dell'Isis Abou Bakr Al-Baghdadi, al quale, secondo la Sayyaf, la giovane detenuta «apparteneva». In una denuncia depositata al tribunale del distretto di Virginia si legge che Kayla e gli altri prigionieri erano spesso ammanettati, lasciati in camere chiuse a chiave e sottoposti a continui controlli. Secondo il testo, inoltre, la Bahar avrebbe detto alle vittime che se non l'avessero ascoltata le avrebbe uccise. La condanna prevista, se ritenuta colpevole del decesso, è quella del carcere a vita.

LE CIRCOSTANZE DELLA MORTE NON SONO STATE CHIARITE
Quando è morta, nel febbraio 2015, Kayla aveva 26 anni. Il gruppo estremista ha affermato che la donna ha perso la vita sotto i bombardamenti della Coalizione internazionale: Washington ha contestato questa informazione senza però chiarire le circostanze della morte.

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