26 Gennaio Gen 2016 1736 26 gennaio 2016

Aborto, la Corte Suprema dice no alle limitazioni

I giudici hanno respinto il ricorso del North Dakota, che voleva limitare a sei settimane il tempo limite per l'interruzione di gravidanza. E intanto si scopre che lo scandalo del traffico di feti era tutta una montatura.

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Supreme-Court

Continua l'attacco dei movimenti americani cosiddetti pro-vita al diritto all'aborto delle donne. La crociata antiabortista, però, stavolta è stata fermata da una sentenza della Corte Suprema. I giudici hanno rispedito al mittente un ricorso avanzato dallo Stato del North Dakota, il cui obiettivo era limitare la possibilità delle donne di abortire dal momento in cui sono udibili i battiti cardiaci. In termini pratici, nella maggioranza dei casi sarebbe stato possibile abortire entro e non oltre la sesta settimana: un arco di tempo decisamente troppo breve perché le donne possano avere la certezza di essere incinte.

LEGGE CAPESTRO
Legare il diritto all'aborto all'udibilità dei battiti cardiaci è il fulcro su cui si basa la legge del 2013 adottata dal North Dakota nel 2013. Una corte d'appello aveva già respinto la legislazione, preferendo applicare la legge approvata del 1973, che considera il feto come non vitale fino alla 23esima settimana circa, e che permette quindi alla donna di abortire entro quel lasso di tempo. Ma se da una parte gli antiabortisti cercano di condurre la loro battaglia contro i diritti della donna sul piano legale, dall'altra c'è chi non si fa scrupoli nel montare dei casi mediatici all'unico scopo di indignare l'opinione pubblica.

LA BUFALA ANTIABORTISTA
Il riferimento va alla vicenda riguardante il presunto traffico di feti abortiti di cui si era macchiato la ONG Planned Parenthood, specializzata in servizi medici legati alla genitorialità pianificata. In realtà non c'era nessun traffico, e i video diffusi non erano altro che delle colossali bufale montate ad arte per influenzare il dibattito pubblico e dare modo ai Repubblicani di chiedere il taglio dei finanziamenti. A ristabilire la verità è stato un gran giurì di Houston, che ha assolto la ONG e incriminato, invece, due anti abortisti.

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