14 Luglio Lug 2015 1909 14 luglio 2015

Non è un Paese per pantaloni

Undici ragazze sudanesi rischiano la fustigazione per aver indossato abbigliamento 'indecente'. Sarebbero circa 50 mila le donne che nello Stato ricevono lo stesso trattamento ogni anno.

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Three Sudanese women, one of them wearin

Deve pure reputarsi fortunata Fardos Al Toum, 19 anni, che è stata arrestata dalla polizia del suo Paese, il Sudan, insieme ad altre 11 ragazze fra i 17 e i 23 anni, ree come lei di avere addosso abbigliamento indecente. Il capo indossato per il quale avrebbe dovuto essere punita con 40 frustate è forse uno dei più coprenti che una dona possa indossare: un paio di pantaloni. Troppo 'indecenti', per gli agenti della polizia religiosa che l'hanno fermata davanti a una chiesa a Khartoum e secondo il giudice che l'ha condannata il 13 luglio, pur non facendole scontare la pena grazie alla risonanza che la vicenda ha avuto nei media locali e internazionali.

SUCCEDE A 50 MILA DONNE ALL'ANNO
Eppure,per quanto surreale, il caso non è unico. Perché Fardos è cristiana e nel Paese sono da tempo in vigore leggi e in atto comportamenti che mirano a opprimere la minoranza cristiana ancora presente nello Stato. Secondo vari gruppo di attivisti per i diritti umani questa è solo una delle prove schiaccianti dell'intolleranza del governo verso chiunque non sia e non si comporti da musulmano. Secondo Amal Habbani, dell'associazione No to Women’s Oppression, ogni anni sono fra le 40 e le 50 mila le donne arrestate e punite perché 'beccate' a indossare pantaloni, o gonne, in pubblico.

Fardos Al Toum, accusata di indossare in pubblico abbigliamento 'indecente'.

UNA SOLA RELIGIONE, PER LEGGE
E se per la 19 enne la pena è stata evitata, per le altre 11 arrestate la minaccia della fustigazione è ancora reale. Secondo Muhamad Mustafa, avvocato di Al Toum, è stata la pressione degli attivisti a indurre il giudice a mettere da arte le frustate. «È la decisione più strana che abbia mai sentito: invece di dichiararla innocente, ha condannato Fardos ma senza punirla, e questo è di per sé è una decisione illegittima», ha detto Mustafa al Guardian. E se storicamente in Sudan hanno sempre convissuto culture e tradizioni diverse, la svolta data dal presidente Omar al-Bashir non lascia spazio a interpretazioni.  In un suo discorso del 2010 aveva detto: «Noi non vogliamo sentir parlare di diversità, il Sudan è un paese islamico e arabo. La Sharia e l'Islam saranno le principali fonte per la costituzione». Da allora la situazione non ha fatto altro che diventare più critica e in molti temono che le minoranze di religione cristiana e tradizionale africana e tuttora presenti nel Paese ( il 3% della popolazione) siano molto a rischio.

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