15 Marzo Mar 2018 0900 15 marzo 2018

Storia di una femminista con disordini alimentari

Il 15 marzo è la Giornata nazionale del fiocchetto Lilla. Un’occasione per riflettere sul calvario di Charlotte Lieberman, che è quello di tante altre ragazze.

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Anoressia Femminista Charlotte Lieberman

«Non può, non deve capitare ad altri. La morte di mia figlia deve servire a tutte le persone e alle famiglie che vivono il dramma di vedere chi amano spegnersi pian piano». Con queste parole, Stefano Tavilla, fondatore dell'associazione Mi Nutro Di Vita, il 15 marzo 2011 ha istituito la Giornata nazionale del fiocchetto Lilla contro i disordini del comportamento alimentare. Lo stesso anno, l'uomo aveva perso a soli 17 anni la figlia Giulia, affetta da bulimia. Come lei, secondo le stime ufficiali del Ministero della Salute, nel 2017 il 95,9% delle persone colpite da disordini della nutrizione sono donne, mentre gli uomini sono solo il 4,1%. Oltre alla genetica, tra le cause più comuni ci sono quelle emotive: dalla delusione d'amore, alla crisi lavorativa, al trauma per la separazione dei genitori, com'è successo a Charlotte Lieberman. I digiuni la facevano sentire onnipotente, quasi come un Dio. «La fame era un rituale che mi ricordava di essere forte. Ed era il mio segreto, permettendomi di creare un confine tra me e il resto del mondo, specialmente la mia famiglia.» Le cose, però, hanno iniziato a sfuggirle di mano quando l’appetito è riapparso, ma lei non ha rinunciato a quella sensazione di forza ed estrema magrezza. Nello stesso periodo, a 14 anni, è diventata una femminista in piena regola. Un paradosso, se ci pensate, perché così assecondava lo stereotipo di donna e le regole imposte dal potere patriarcale contro cui lottava. «Emotivamente, ero intossicata dalla mia disciplina. Intellettualmente, ero inorridita dalla mia capacità di auto-abbandono. Ero consapevole dei sistemi oppressivi che governavano il mondo e io ero una giovane donna sicura di sé. Allora perché non mi stavo comportando come tale?» Oggi giornalista, la donna newyorkese ha raccontato la sua storia all'edizione americana di Marie Claire.

LA SUA STORIA

Per Charlotte Lieberman, la parola d’ordine doveva essere 'normalità': con gli amici mangiava dimostrando di essere sempre la stessa, privandosi poi del cibo per giorni. «Ero paralizzata dalla paura, del cibo e dell'aumento di peso. La priorità era illudermi di avere il controllo sulla mia vita, senza rendermi conto che, in realtà, non ero più quella di prima: stavo perdendo sia la mia vita sociale che le mestruazioni.» Dall’anoressia, il rapporto della freelance con gli alimenti era cambiato nuovamente: li masticava senza però ingerirli. Oltre a essere poco salutare sia fisicamente che mentalmente, quest'abitudine per lei appagante era anche molto costosa: «È iniziata come un'indulgenza sporadica e si è trasformata in una routine ossessivo-compulsiva, che mi è costata ingenti quantità di denaro, tempo ed energia. Circa tre volte a settimana dopo la scuola spendevo 30 dollari nel mio negozio di alimentari per cereali zuccherati, cracker e biscotti, vomitando tutto in bagno un'ora dopo. L'intero processo è stato estenuante e demoralizzante».

TRA DISTURBI E DIPENDENZE

‘La sindrome del Chewing and Spitting è un comportamento alimentare alterato che consiste nel masticare e poi sputare il cibo nel tentativo di perdere peso. Questo disturbo, ancora poco conosciuto ma molto diffuso nel panorama clinico, ha colpito anche la giornalista: «Mi ha dato i 'benefici' dell'anoressia, anche se così non mi rendevo conto di rispondendo alle richieste del patriarcato». Un'abitudine interrotta con l'inizio dell'università, dove la donna ha iniziato a fare uso di anfetamine. Nonostante abbia detto addio ai disordini alimentari dopo il college, Charlotte Lieberman non è mai riuscita ad avere un buon rapporto nè con la sua immagine nè con il cibo. «Ora che ne sono uscita però […] ho iniziato a pensare in modo più critico alla relazione tra i miei disturbi alimentari e il mio femminismo.»

«NON VOLEVO ESSERE CONSIDERATA UN'ANTI-FEMMINISTA»

«Il rifiuto della fame mi portò a un'abitudine molto pericolosa: dimostravo fiducia in me stessa in pubblico, mentre ‘a porte chiuse’ non rispettavo il mio corpo. 'Masticare e sputare' era un tentativo dolorosamente ottimista (e fallito) di mostrarmi più libera di quanto non fossi realmente. La vergogna dell'anoressia non dipendeva tanto dalla malattia, quando dall’essere considerata un'anti-femminista. Come posso essere impegnata nel distruggere le norme sociali e nel difendere l'uguaglianza di genere se anch'io pratico gli stessi comportamenti? Come potrei criticare la società e la pressione sulle donne se poi faccio lo stesso su di me? All’epoca, ero come una perfezionista di fronte a un punto interrogativo: ho fatto finta di conoscere la risposta, ma i paradossi emergono inevitabilmente. Puoi essere una femminista e lottare contro il tuo corpo, ma soffrire di disordini alimentari non ti rende una seguace del patriarcato, che ci opprime non importa quali siano le nostre abitudini. Essere affamata significa ricercare il piacere senza disciplina e principi, mentre morire di fame è un tentativo di non cadere preda del desiderio, esprimendo forza in un sistema che mira a soffocarci e ci fa credere che tanto siamo dannate in entrambi i casi. La risonanza di questa tensione tra essere una femminista con disturbi alimentari e la cultura patriarcale è visibile nel movimento #MeToo. Quando una donna viene molestata sessualmente, il sistema ordina di incolparla, chiedendo quale abito da ‘troia’ indossasse o quale comportamento abbia avuto. Al contrario però, quelle convinte dei loro limiti sessuali sono etichettate come ‘frigide’ . La soluzione non è la sottomissione alle manifestazioni di oppressione, sia che si tratti del silenzio di fronte delle molestie sessuali o la fame di fronte a norme corporee irraggiungibili. Quello che possiamo fare è individuare le contraddizioni, parlarne, interrogarle. E quando ci guardiamo allo specchio e ci chiediamo: «Posso essere femminista e anoressica?», tendendo a condannarci, ricordiamoci che l'auto- giudizio esiste, ma possiamo riconoscerlo anche senza farlo entrare nella nostra quotidianità.»

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