12 Marzo Mar 2018 1900 12 marzo 2018

Maternità fatta in casa: il parto a domicilio e l’homeschooling

In un mondo sempre più frenetico, ci sono molte donne che scelgono di fare nascere e crescere i propri figli con un ritmo diverso. Tra pro e contro.

  • ...
Parto In Casa (2)

Eleonora ha scelto di dare alla luce Ilaria in una casa maternità perché, dice, gli ospedali le hanno sempre messo ansia. Anche Carlotta ha preso la stessa decisione per la nascita di Cecilia, perché sentiva il bisogno di vivere il parto nel modo più intimo e naturale possibile. Rosa, invece, ha partorito il suo secondo figlio, Michele, tra le mura di casa.
Per Alessia e Angelica, due mamme di Vigevano, la casa è anche il luogo in cui i loro figli verranno educati attraverso il metodo homeschooling, l’educazione parentale. Entrambe non vogliono affidare ad altri il compito di crescere i propri bambini, e hanno intenzione di impostarne l’apprendimento seguendo le loro naturali predisposizioni.

IN ITALIA FINO A MILLE PARTI IN CASA ALL'ANNO

Può sembrare strano, ma in un’Italia che nel 2018 offre alle famiglie servizi sanitari ed educativi sempre più variegati e specifici, sono molte le donne che al caos e alla frenesia metropolitana preferiscono un rallentamento dei tempi, per tornare a una dimensione più naturale della maternità, riacquistando il controllo sui momenti più importanti come la nascita e la crescita. In Italia i parti in casa sono tra i 500 e i mille ogni anno, e solo nella casa maternità La Via Lattea di Milano, negli ultimi 15 anni le ostetriche hanno aiutato a nascere oltre 600 bambini, nella struttura oppure a domicilio.
Altrettanto alto è il numero di genitori che, insoddisfatti dei metodi educativi offerti dalla scuola 'classica', scelgono l’educazione parentale: non esistono dati precisi relativi al numero di famiglie homeschoolers in Italia, ma si stima siano tra le mille e le 1500, di cui 150 solo a Milano e dintorni.
A guardarle da fuori, queste scelte appaiono a molti come capricci o stranezze. Ma chi ha scelto di seguire uno di questi percorsi, o entrambi, difende la propria decisione.

IN CASA SI NASCE: IL PARTO A DOMICILIO

Un bagno, una cucina, una stanza da letto e un salotto. Oltre alla sala visite e alla stanza per gli incontri pre e post parto. Le caratteristiche della Casa maternità La Via Lattea di Milano sono quelle di un’abitazione normale, con l’aggiunta degli elementi utili a svolgere la sua funzione. Che è quella di «accompagnare la donna in tutto il percorso della maternità: gravidanza, parto in sede, puerperio a domicilio, primi anni di vita del bambino». Lo staff è composto da ostetriche ed educatrici, che lavorano in collaborazione con ginecologo, pediatra e psicologo. Il percorso di ogni coppia è diverso. C’è chi ci arriva già alla prima gravidanza, chi solo alla seconda. Chi segue solamente il corso pre parto e poi va in ospedale, e chi invece sceglie il parto a domicilio (proprio o La Via Lattea). Percorsi diversi ma tutti accomunati dal desiderio di «sentirsi a casa». Di vivere la gravidanza e la nascita nel rispetto della sua natura fisiologica, recuperando l’intimità di quel momento in un contesto professionale ma demedicalizzato.
Al centro delle attenzioni di chi frequenta e gestisce La Via Lattea ci sono il bambino e i suoi genitori, papà compreso. «Qui ti fanno spostare l’attenzione su te stessa. Su quali sono i tuoi desideri, i tuoi bisogni. Che è una cosa fondamentale perché lui possa nascere bene», dice Isotta De Martini, 24 anni, indicando il pancione. Lei si è rivolta alla Casa maternità, e ha deciso di dare alla luce qui il suo bambino, perché «non ha mai avuto un buon rapporto con gli ospedali». «Non mi ritrovo nei protocolli, in come vengono gestite le nascite. Qui invece si sta bene – aggiunge – ci si sente a casa».

QUANTI E QUALI SONO I RISCHI?

L’idea di base è quella che una donna, purché controllata, sana e nel rispetto di certi parametri, sia in grado di partorire 'da sola', accompagnata da un’ostetrica ma senza quella «medicalizzazione eccessiva» che tante di loro indicano come il principale problema dell’ospedale.
«La Via Lattea è un luogo a cui le coppie possono riferirsi e poi scegliere. Non per forza chi viene qui ha già chiaro cosa vuole o sceglie la nascita fuori dall’ospedale», spiega Paola Olivieri, ostetrica e responsabile della Casa maternità. «Siamo molto onesti e chiari con le coppie, già in gravidanza. Diciamo loro: ‘Guarda che potrebbe accadere, ad esempio, una perdita di sangue. E a quel punto andremo in ospedale’», continua. «Io non posso garantire alle coppie che non succederà nulla. Ma posso garantire l’attenzione alla selezione e alla modalità di assistenza».
A causa dei bassi numeri, non esiste un’indagine sistematica sul fenomeno né sulla sua sicurezza rispetto a quello ospedaliero. Per la Società italiana di neonatologia (Sin) è una scelta rischiosa per la salute del bambino e della mamma. In un comunicato diffuso nel dicembre del 2016, la Sin, pur riconoscendo che «il parto è un evento naturale e come tale deve essere vissuto», lo sconsiglia per «la situazione del nostro sistema sanitario». «Tra il 4 e l’8 per mille dei parti presentano delle complicazioni. In questi casi, se si è in ospedale, si è più sicuri», sottolinea il professor Mauro Stronati, presidente della Sin. «L’Italia non è adeguatamente pronta. Chi fa questa scelta ha un’ambulanza sotto casa pronta a partire? Ha avvertito il centro di Terapia Intensiva Neonatale più vicino, accertandosi che ci sia posto? Non credo», continua.

CAPRICCIO? NO, PROFONDO DESIDERIO

«Entrambe le parti hanno ragione»: Niccolò Giovannini, ginecologo del Policlinico Mangiagalli di Milano, sottolinea che sulla questione sia necessario «trovare una giusta via di mezzo e valutare caso per caso senza seguire necessariamente un protocollo stabilito a priori». Il parto infatti è un evento che riguarda più fasi della vita ed è quindi fondamentale «personalizzare l’intervento prestando più attenzione all’aspetto fisiologico (prima, durante e dopo la nascita) senza concentrarsi esclusivamente su quello patologico». Una scelta che in ogni caso, concordano favorevoli e contrari, non è per tutti. «Non lo sarà mai», sottolinea Paola Olivieri. Dipende dalle caratteristiche della donna (che non deve avere patologie o problemi) ed è necessaria la presenza di ostetriche formate e di una struttura ospedaliera attrezzata e facilmente raggiungibile, a non più di 30/40 minuti dal luogo del parto (secondo quanto stabilito dalle Linee Guida per l’assistenza al parto a domicilio e casa maternità). Oltre alla disponibilità economica, per una scelta che «è ancora vista da molti come uno sfizio, un capriccio», sottolinea Olivieri. «Qualcosa di alternativo e naturale, ma in un senso negativo. E invece è un profondo desiderio delle donne».

Erika Di Martino.

IN CASA SI CRESCE: L'HOMESCHOOLING

«Io, come madre, credo che il mio compito sia avere dei figli felici. Come saranno felici, che cosa li renderà tali, io adesso non lo so. Ma non lo sanno nemmeno loro, lo dobbiamo scoprire insieme. Chi ha stabilito che mio figlio sarà felice se in terza media saprà a memoria i Promessi Sposi
Alessia Rossetti è una giovane madre di Vigevano e ha deciso che per i suoi bambini, Mario e Lucio, l’educazione migliore può darla soltanto lei. Così la pensa anche Angelica Rossetti per quanto riguarda i suoi figli Ludovico e Aurora, anche e soprattutto perché di mestiere fa la maestra elementare. Entrambe considerano l’offerta scolastica inadatta ai bisogni delle loro famiglie e hanno preso una decisione radicale: adottare il metodo homeschooling, anche detto educazione parentale, un sistema educativo in cui i genitori si sostituiscono in tutto e per tutto agli insegnanti, occupandosi in prima persona di qualsiasi esigenza educativa o conoscitiva. Capofila del movimento homeschoolers in Italia è Erika Di Martino: ex insegnante, blogger, social media manager, consulente famigliare, con i suoi cinque figli tutti partoriti ed educati in casa, Erika tiene conferenze in tutto il Paese, segue i genitori alle prime armi, fa informazione attraverso il suo blog, racconta la propria vita e quella della sua famiglia per diffondere e divulgare questo metodo.

IMPARARE CON I PROPRI TEMPI

«Le ragioni che portano ad adottare il metodo dell’educazione parentale sono tante e tutte soggettive: possono riguardare una disabilità o una particolare difficoltà ad affrontare i programmi classici, possono essere di tipo religioso oppure riguardare il fatto che la famiglia viaggia di frequente o si trasferisce spesso per cause lavorative. L’importante è avere la scelta, la libertà di farlo.»
È stato proprio durante una delle conferenze di Erika che Alessia e Angelica hanno iniziato a interessarsi al metodo, cominciando a vedere il mondo educativo con occhi diversi. Soprattutto perché, per loro come per molte altre madri che hanno intrapreso questa strada, la scuola 'tradizionale' è vista in primo luogo come un «deposito dove lasciare i figli mentre i genitori vanno a lavorare». Mentre grazie all’homeschooling è possibile imparare secondo i propri tempi e predisposizioni, incentivare e seguire le proprie passioni. Ad esempio, Alessia spiega che per due bambini così diversi come i suoi un tipo di insegnamento standardizzato, uguale per tutti, non sarebbe efficace. Nel confronto con gli altri, nella valutazione in una determinata materia uno dei due si sentirebbe sempre e comunque inferiore all’altro, anche se magari è più bravo in un ambito diverso. Fuori dalla classe, invece, entrambi possono capire in cosa sono più capaci, avere le proprie soddisfazioni e imparare a collaborare.

PER GLI ESPERTI MANCA IL CONFRONTO

Ovviamente questa visione non viene accettata da pediatri e pedagoghi, che condannano fermamente questa costante mediazione del genitore tra il bambino e la realtà. «La scuola è un’occasione per confrontarsi con la varietà delle cose, con situazioni economiche, culturali, religiose diverse, anche con la disabilità», spiega il pediatra Paolo Sarti, «certo, andrebbe migliorata, ma può fare vivere l’esperienza del mondo, la sua varietà, e questo non è facoltativo». Inoltre, sottolinea l’importanza di avere una preparazione adeguata per poter dare un insegnamento completo e diversificato: «Le persone che fanno una scuola familiare in qualche modo presumono di essere in grado di proporre la varietà del mondo e invece ne ripropongono una loro visione che magari è bellissima, tuttavia la capacità intellettiva si sviluppa se si hanno davanti modelli differenti. Il ruolo del genitore è di sostegno, di accompagnamento, non può essere anche di insegnante. L’insegnante porta altro, porta il mondo, la diversità attraverso la scuola. E poi, per insegnare ci vuole tanta esperienza, non si può improvvisare».

«GLI AMICI SE LI SCELGONO DA SOLI»

E la socializzazione? A sentire gli homeschoolers, il rapporto con i coetanei sembra l’ultimo dei problemi. Anzi, tutti ci tengono a specificare che i loro figli, gli amici, se li scelgono da soli, senza essere «costretti» a interagire soltanto con i 20 bambini della classe. Inoltre, la rete degli homeschoolers è molto attiva e coesa. Si incontrano spesso e organizzano attività da fare insieme: dalle visite ai musei allo sport, dai laboratori di cucina ai corsi di inglese. In questo modo, dicono, possono vivere la città a 360 gradi con tutte le opportunità che offre. Per i contrari, però, è proprio la mancanza di una differenziazione dei ruoli a essere dannosa per la crescita: «Bisogna imparare a recepire le frustrazioni e a capire dove ci si trova e chi si ha davanti: questo non è un istinto, è un’intelligenza che va acquisita con l’esperienza. È come quando sai che quando c’è il nonno puoi fare delle cose che se ci sono i tuoi genitori non puoi fare. Il bambino capisce che ci sono cose che può e non può fare a seconda delle situazioni, ma questo si apprende solo vivendo».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Correlati

Potresti esserti perso