LACRIME IN CARRIERA 13 Luglio Lug 2012 1156 13 luglio 2012

Al lavoro piango. E allora?

Dalla Fornero a Rosi Mauro, troppe emozioni in pubblico fanno bene. Solo ogni tanto.

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Elsa Fornero, ministro del welfare, scoppia in lacrime durante l'annuncio della controversa riforma delle pensioni. Era il 4 dicembre 2011 (Getty).

ALBERTO PIZZOLI - 2011 AFP

In tempi difficili piangono un po’ tutti, uomini e donne. Ma come sempre, è il gentil sesso a farsi più problemi, se colto in flagrante. Siamo dunque in tante a chiederci perchè si piange al lavoro e, ancora di più, quelle che si chiedono se questo sia o meno legittimo.
GLI UFFICIALMENTE COMMOSSI
Le lacrime di Elsa Fornero hanno fatto il giro del mondo e dato il via al contagio. E non è stata da meno Rosi Mauro, che non ce l’ha fatta a trattenere occhi lucidi e voce tremula sia a Palazzo Madama sia a Porta a Porta. Dopo di lei, è stato il turno di Napolitano, visibilmente commosso nel pronunciare il discorso in ricordo delle vittime del terrorismo. Dalla politica alla moda, con il pianto di Naomi Campbell all’Oprah Winfrey Show, fino ai campi di calcio, innaffiati dalle lacrime degli ormai ex-campioni del Milan Inzaghi, Zambrotta, Gattuso e Van Bommel. E questi sono solo i più recenti.
VECCHI PREGIUDIZI DURI A MORIRE
Altro discorso, se si tratta di luoghi di lavoro: secondo la cultura aziendale diffusa, in situazioni pubbliche si può ridere, ma non è consentito piangere. Non esiste una regola ufficiale al riguardo, ma è norma condivisa considerare la casa come il regno delle emozioni, mentre il posto di lavoro l’arena della razionalità.
UNO STRAPPO ALLA REGOLA
Il pianto, di conseguenza, non è vietato, ma nemmeno ben visto in ufficio, per dirla all’inglese rientra nei comportamenti professionally uncorrect. Ancor più per la donna che, «in Paesi come il nostro in cui prevale ancora un’impronta maschile (o maschilista)», afferma Pier Giovanni Bresciani, presidente della Società italiana di psicologia del lavoro e dell’organizzazione, «deve fare i conti con l’idea che piangere sia una manifestazione di debolezza tipicamente femminile». Vien da sé che lasciarsi andare fino alle lacrime debba essere uno strappo alla regola concesso una tantum alla wonder woman in carriera che si rispetti e, soprattutto, che si vuol far rispettare.

Per evitare di confermare i luoghi comuni è meglio esprimere le proprie emozioni, ma trattenere il più possibile le lacrime.

Getty Images/Pixland

PREVENIRE O ACCETTARE
Per evitare di confermare i luoghi comuni, conviene, quindi, esprimere le proprie emozioni, ma trattenere il più possibile le lacrime. E per farlo, secondo gli esperti, ci sono due possibilità. La prima, preventiva, consiste nel «contrastare l’affermarsi di un management che condanna il pianto, attraverso riferimenti a fatti reali, tipo il “caso Fornero”, film, anche barzellette in cui lacrime e sentimenti vengono associati a valori positivi e a soggetti di ambo i sessi».
I momenti di pausa, come pranzi e coffee break con colleghi, diventano allora attimi preziosi da cogliere al volo.
La seconda, invece, riguarda il lavoro che ognuno deve fare su stesso: «Conoscersi a fondo e accettarsi per come si è fatte sono il primo step per farsi conoscere, accettare a tutto tondo e apprezzare dagli altri, ma anche per rallentare la tensione e vivere meglio la quotidianità lavorativa e i momenti di stress, come colloqui e discorsi pubblici», spiega Bresciani.
EMOZIONI CON IL CONTAGOCCE
Negli ultimi tempi, però, qualcosa è cambiato e si è iniziato a riconoscere l’importanza delle emozioni in ambito professionale: «Oggi i management cercano persone umane, dotate, cioè, di competenze professionali e di una certa sensibilità caratteriale», afferma Jacopo Castano, consulente di Experience international human research. Che aggiunge: «Essere in grado di gestire le proprie emozioni, esprimendole, entro i limiti, e non sopprimendole, diventa un requisito chiave», spiega l’esperto, «anche perché rimuovere le emozioni, imporsi di apparire imperturbabile qualunque cosa succeda, ricorrere a dosi massicce di self control per nascondere reazioni naturali e umane, quali pianto, rossore o voce tremula, alla lunga diventa controproducente». Perché danneggia il singolo, i colleghi e le performances, proprie e altrui, più di quanto non le favorisca.
NON CONFONDERE UMANITÀ CON FRAGILITÀ
Non tutte le lacrime sono uguali e vengono giudicate allo stesso modo da colleghi e collaboratori. Si può piangere per stress, pressioni, mobbing, rischio di perdita del posto, oppure per commozione, soddisfazione o, ancora, per ragioni extralavorative, appartenenti, cioè, alla vita privata. Per Dino Ruta, presidente del master in Organizzazione e Personale dell’Università Bocconi di Milano, «bisogna sempre risalire alle cause che portano al pianto per non confondere forme di umanità con segnali di fragilità, soprattutto in tempi di crisi e incertezza come questi».

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