13 Maggio Mag 2018 1001 13 maggio 2018

La Legge 180 compie 40 anni: Alberta Basaglia racconta la rivoluzione di suo padre

Grazie a lui si iniziò a capire cosa fosse davvero la malattia mentale: «Prima del ‘78 i manicomi erano luoghi terrificanti». Ma non vuole che sia santificato.

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Franco Basaglia

Riuscì ad abbattere i muri e aprì i cancelli. Dentro e fuori. Tolse, letteralmente, le catene ai malati e li accolse per ciò che erano. Non internati costretti a espiare una pena, ma persone bisognose di cure. Allontanò dalla patologia psichiatrica l’idea di «colpa», restituendole dignità. Così, il 13 maggio 1978, in Italia, venne promulgata la legge 180. Porta il nome di Franco Basaglia, il suo promotore. Che fu, per questo Paese, molto più di un neurologo psichiatra.

«IL MANICOMIO ERA UN POSTO DA ORCHI»

La 180 è stata la prima e unica legge quadro che impose la chiusura dei manicomi e che regolamentò il Trattamento Sanitario Obbligatorio. Una rivoluzione di cui fu testimone diretta Alberta Basaglia, figlia del professore. Che imparò, dal padre, che la malattia psichiatrica esisteva e che era necessario farsene carico.
Ha un accento marcatamente veneto e parla adagio, forse per essere certa di farsi comprendere. Sorride spesso. Somiglia molto al padre, soprattutto nello sguardo. Oggi è una psicologa che si è occupata di infanzia e di violenza sulle donne.
«Personalmente non ho mai visto un manicomio: noi bambini eravamo protetti dal vedere che cosa ci fosse dentro. Vidi quello di Gorizia, dove mio padre iniziò a lavorare nel 1961, ma solo quando fu «liberato» dopo la legge del '78. Se dovessi descriverlo a una persona nata dopo quell'anno, sicuramente lo rappresenterei come un luogo terrificante, proprio come un posto da orchi», spiega Alberta Basaglia, che a LetteraDonna racconta chi è stato suo padre e che cosa le ha insegnato.

Alberta Basaglia.

DOMANDA: Dottoressa Basaglia, 40 anni fa suo padre compì una rivoluzione sociale. Che ricordo ha di quel cambiamento?
RISPOSTA:
Per me non fu una sorpresa, ma la conseguenza di tutto quello che avevo visto fare negli anni della mia infanzia.

D: Cioè?
R: Ricordo tutto ciò che è successo prima della legge, arrivata dopo l’esperienza di mio padre. Dopo lo smantellamento dell’ospedale psichiatrico di Gorizia, dopo la creazione di una situazione di vita possibile per le persone che vi erano ricoverate, sciogliendo le camicie di forza e la contenzione.

D: In casa percepivate questa trasformazione? Lui ve ne parlava?
R: Certo. Il «problema» era che la casa e il fuori erano un po’ la stessa cosa (ride, ndr). In famiglia tutti, grandi e piccoli, erano coinvolti in questa avventura, senza però rendersene conto davvero. A posteriori abbiamo capito cosa abbiamo vissuto.

D: E secondo lei suo padre era consapevole di aver fatto una rivoluzione così importante nella medicina?
R: Sì, lo testimonia tutto quello che è stato scritto in quegli anni. E, soprattutto, era impossibile non accorgersene visto anche il tanto dissenso attorno a questa cosa: la società era molto restia ad accogliere un cambiamento di quel tipo.

D: Perché?
R: Perché rompeva tutti gli schemi.

D: Forse perché rompeva anche una barriera psicologica nella società, visto che quello dei «matti» era un altro mondo.
R: Sì, ma soprattutto si trattava di una decisione che riguardava le istituzioni. Andavano cambiate se non distrutte. La 180 era diventata proprio un discorso politico: non riguardava soltanto la cura, ma anche la vita sociale del nostro Paese.

D: Ci fu un episodio particolare che spinse suo padre a lottare per questa battaglia?
R: Quello che so è che la prima volta che entrò nel manicomio di Gorizia ritrovò gli stessi odori, la stessa chiusura e lo stesso orrore di ciò che lui aveva vissuto stando qualche mese in carcere da partigiano. In quella circostanza aveva capito che non era possibile che delle persone che soffrivano di una patologia medica dovessero essere costrette a vivere chiuse, legate e incatenate com’erano nel manicomio di Gorizia. E come accadeva in tutti i manicomi.

D: Ricorda qualche paziente di suo padre?
R: Ho ricordi di persone con cui sono venuta a contatto, andando alle prime occasioni di feste organizzate all’interno dell’ospedale di Gorizia. Ho fatto i conti con la paura.

D: Paura di loro?
R: Sì, certo. Erano completamente diversi da me. E, tra l’altro, erano persone istituzionalizzate da anni e quindi, mi creda, erano ancora più paurose ai miei occhi.

D: Perché?
R: Avevano aggiunto alla patologia anche tutto quello che li aveva segnati stando rinchiusi, esclusi da tutto. C’erano persone che a me spaventavano anche soltanto a guardarle. Ho imparato, in quelle circostanze, a non avere paura della paura.

D: In che senso?
R: La paura esiste. Non bisogna scappare, ma affrontarla, trovando delle strategie. In quei casi, per esempio, attraverso il tentativo di un approccio con loro, con quella sofferenza che può sciogliere la paura.

D: La legge 180 oggi compie 40 anni. Qual è il suo stato di salute? Qualcosa è stato «tradito» rispetto all’inizio, secondo lei?
R: La 180 ha infilato dentro al nostro stato giuridico una cosa molto importante: la decisione che le persone non possono più essere rinchiuse in luoghi dove vengono segregate e nascoste. Poi, la legge ha dato indicazioni su come si devono costruire dei servizi sul territorio che diano risposte al problema della sofferenza, perché esiste. Ogni regione ha applicato la legge come ha voluto e secondo le proprie possibilità. In alcune è andata meglio, in altre meno, ma io non voglio accusare nessuno.

D: Tornando ai manicomi prima della legge Basaglia: esistevano differenze di trattamento tra pazienti uomini e pazienti donne?
R: Chiaramente le donne, essendo state discriminate per secoli, lo sono state sicuramente anche in questo aspetto. Spesso si giocava sulla sofferenza mentale per etichettare alcuni comportamenti femminili. Io, per esempio, feci un lavoro di ricerca, parte della mia tesi di laurea, sulle cartelle cliniche delle bambine ricoverate nel manicomio di Venezia in cento anni, da metà Ottocento a metà Novecento. Erano molto chiare: alcune bimbe nascevano lì perché le madri erano già ricoverate e, come loro, ci morivano anche. Tutte le diagnosi, le descrizioni delle loro patologie sono sempre legate al comportamento.

D: In che senso?
R: Inizialmente il comportamento era segnalato come un problema. Poi, man mano, leggendo la cartella, veniva trasformato automaticamente in sintomo.

D: Lei è psicologa. Ha scelto questo percorso perché influenzata da lavoro dei suoi genitori?
R: Forse, presumo di sì (ride, ndr). Quando ho fatto l’esame di maturità è stato automatico per me iscrivermi a Psicologia. Non c’è stata una grande lotta interna nel decidere che cosa fare: è stata una cosa naturale.

D: Lo rifarebbe?
R: No, credo che farei Fisica. Come la Matematica mi affascina molto di più. Comunque se qualcuno mi chiedesse: «Se dovessi rivivere che cosa faresti?», io farei tutto diverso. Non perché ciò che ho fatto non mi sia piaciuto, ma perché vorrei vedere altro.

D: In un’intervista rilasciata a Repubblica lei ha detto di provare un certo fastidio in chi «santifica» la figura di suo padre. Cosa intendeva dire?
R: Penso che quando si santificano le persone si tolga loro la forza di ciò che hanno fatto. Una persona spesso diventa santa e non ci si domanda neanche perché. La lotta che è identificata nella figura di Franco Basaglia poi si è popolata di altre persone, e se si santifica questo movimento si toglie vigore alla battaglia.

D: Lei, per via del suo lavoro, si è occupata spesso di violenza sulle donne, un fenomeno dai numeri sempre molto alti. Si può invertire la rotta facendo prevenzione sugli uomini, secondo lei?
R: Sono dubbiosa su questo. Il lavoro sugli uomini bisogna farlo. Però che ancora debbano essere le donne a farsi carico del problema degli uomini che le ammazzano sinceramente mi sembra troppo. Bisogna certamente fare prevenzione, ma è necessario che lo facciano loro prima di tutto. Dopodiché sono anche convinta che qualcuno si debba occupare della soluzione e, come spesso accade, sono le donne a farlo. Sto lavorando a un progetto per capire come fare ad accogliere l’uomo violento. Ma sinceramente non mi entusiasma e non mi suscita la stessa curiosità di quando devo comprendere perché una donna sta dentro a una relazione di quel tipo.

D: Cosa intende?
R: Mi interessa molto di più indagare le cause che tengono le donne chiuse in quelle situazioni. Poi è abbastanza semplice capire perché alcuni uomini siano violenti: la messa in discussione del loro potere da parte di un’altra persona, che in più è una donna. Forse sono un po’ settaria (sorride, ndr). In ogni caso credo che la scuola debba educare: o si lavora con i bambini o vedo poche soluzioni al problema dell’uomo violento.

D: Che eredità le hanno lasciato i suoi genitori?
R: Credo che mio padre abbia dato a me ciò che ha dato a tutti: il sapere che le cose che si pensano impossibili in realtà sono possibili. Mia madre mi ha dato molto rispetto alla coscienza di essere donna e di che cosa voglia dire esserlo. L’ho vista vivere la contraddizione, in quegli anni, di essere donna e di voler essere persona. I miei genitori sono stati la dimostrazione che i due generi, insieme, possono trovarsi. Sulle cose concrete e sulla filosofia della vita.

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