9 Maggio Mag 2018 1720 09 maggio 2018

Martina Loreggian: «Io, lesbica e convertita all'ebraismo riformato»

Ha fatto coming out a 21 anni. Ha sposato la sua compagna poi si è avvicinata alla religione. «Vivere con la mia identità è molto complicato».

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Martina Loreggian Lesbica Ebrea

Porta gli occhiali e ha i capelli corti, tendenti al grigio. È nata e cresciuta tra Milano e provincia, in una famiglia atea. I genitori, impegnati in politica, erano iscritti al Partito Comunista ed entrambi coinvolti nell’attività sindacale. Una famiglia degli Anni ’70, «tipica del momento storico in cui sono nata io, una di quelle assolutamente laiche e non credenti», mi spiega Martina Loreggian sorridendo.
Oggi ha 44 anni, un lavoro e una compagna con cui è unita civilmente, e si è convertita all’ebraismo riformato sette anni fa, anche se l’avvicinamento alla religione c’è stato prima, tra il 2006 e il 2007. All’interno della sua comunità ha il ruolo di «cantora», fa la Tefilláh (una preghiera) in pubblico e impartisce delle lezioni alle persone che vogliono convertirsi. A LetteraDonna spiega che cosa significa appartenere a due comunità, quella LGBT e quella ebraica. Apparentemente così diverse.

DOMANDA: Quanti anni aveva quando ha fatto coming out?
RISPOSTA: Ventuno, frequentavo già l’università. Studiavo Filosofia e avevo una compagnia di amici tutti eterosessuali. Tranne una ragazza, che poi si è rivelata lesbica. Mi ero presa una cotta per lei, non ricambiata, come spesso accade le prime volte (sorride, ndr). Quella è stata la molla. La prima a saperlo è stata mia mamma.

D: La sua conversione all’ebraismo ha a che fare con delle origini familiari?
R: Non direi. Ho scoperto, soltanto tempo fa, che mia madre, di Finale Emilia, forse poteva avere delle radici. Io faccio parte di una comunità ebraica riformata, anche perché l’ebraismo non è un insieme monolitico: come in altre confessioni, ci sono altri approcci, sfumature e diverse correnti.

D: Che differenza c’è con la comunità ebraica tradizionale?
R: Si caratterizza principalmente per una maggior apertura nei confronti delle persone omosessuali e per un’attenzione alla parità di genere. Ci sono rabbini e rabbine omosessuali. Non abbiamo i matronei, per esempio.

D: Si è avvicinata direttamente all’ebraismo riformato?
R: No, ho fatto prima un passaggio alla Chiesa Valdese, perché una carissima amica dei miei era di famiglia valdese. Anche lei, come i miei genitori, non era credente né praticante, ma teneva molto a queste sue origini. Li ho frequentati per un periodo. Apprezzavo molto la Chiesa valdese per alcune cose, ma non mi trovavo nella teologia cristiana ed ero interessata alla lettura ebraica della Bibbia, per questo mi sono avvicinata alla comunità ebraica.

D: Essere credenti e omosessuali non è così frequente.
R: No, non lo è. Intanto perché, secondo me, le religioni tradizionali - e questo è innegabile - nella maggior parte dei casi hanno un atteggiamento di condanna nei confronti dell’omosessualità o, al massimo, di rispettosa tolleranza. Spesso gli omosessuali arrivano a un punto della loro vita in cui gli viene imposto un aut aut.

D: Che cosa intende?
R: Magari sono cresciuti come credenti, fin da piccoli, ma a un certo punto si trovano di fronte a una specie di scelta obbligata: o vivono la loro omosessualità, e questo per forza di cose costringe a lasciare fuori dalla loro vita la religione, oppure reprimono il proprio orientamento pur di rimanere all’interno delle istituzioni religiose. Altri ancora, allontanandosi, sviluppano una loro spiritualità oppure una forma di anti-clericalismo molto spiccata, perché bè molto doloroso vedersi negata una parte così importante della propria identità. Non è semplice ma conosco persone che hanno trovato spazio in comunità religiose più aperte.

D: Tipo?
R: C’è una parte della Chiesa cattolica più aperta, alcune confessioni protestanti, le comunità ebraiche riformate e, in Italia, un’esperienza molto interessante, per esempio, è «Allah loves equality», che sta facendo un buon lavoro all’interno della religione musulmana.

D: Che cosa significa essere donna, lesbica ed ebrea, nel 2018?
R: È un’identità molto complicata da vivere, sia all’interno della comunità ebraica, che fuori. All’interno perché - per quanto la comunità ebraica riformata sia aperta, sostenga la parità di genere e le persone omosessuali - spesso accade che ci siano delle resistenze. E non parlo solo del rabbinato.

D: Perché, secondo lei?
R: Perché per molti è già difficile accettare di poter avere un rabbino donna, figuriamoci se donna e lesbica. La figura del rabbino, poi, è quella del maestro ma è vero che c’è anche una parte che riguarda il suo ruolo di guida e, per alcuni, il fatto di non avere una famiglia tradizionale può risultare un problema. In ogni caso è ancora complicato come in altri settori: nel mondo del lavoro essere donna, e per di più lesbica, ti procura un carico di lavoro, anche emotivo, più pesante. Per poter ottenere gli stessi risultati, per farti accettare, devi sempre dimostrare di essere capace, di valere quanto un uomo. E poi, c’è anche il problema di farsi accettare come ebrea dalla comunità LGBT.

D: In che senso?
R: Molti omosessuali ancora non comprendono come sia possibile essere credenti e gay allo stesso tempo. E, a maggior ragione, appartenere a una delle religioni tradizionali che vengono viste come oscurantiste, oppressive nei confronti delle donne e della comunità LGBT. Per molti è una scelta incomprensibile. Quindi quando ho detto ad alcuni amici che mi sarei convertita all’ebraismo è stato una specie di coming out al contrario. In alcuni casi è stato complicato quanto dire a genitori e agli amici eterosessuali di essere lesbica (sorride, ndr).

D: Si è mai sentita oggetto di discriminazione all’interno della comunità ebraica riformata per il suo orientamento sessuale?
R: Sì, è capitato anni fa e devo dire che fortunatamente adesso questa cosa non succede più, anche perché c’è stato un cambio alla guida. Qualcuno ha detto che era problematico che io facessi la «Tefillah» e che avessi assunto anche un ruolo di guida. Alcuni sostenevano che la cosa potesse danneggiare la comunità, allontanando delle persone che avrebbero voluto avvicinarsi perché bisognose una forma di ebraismo meno osservante. Rischiavamo di perdere adesioni. Sono stati momenti abbastanza duri: qualcuno è stato astioso e poi ognuno ha preso la propria strada. Alcuni di questi non vengono più e hanno deciso di frequentare la comunità ortodossa. Ma alla fine c’è stata una sorta di riconciliazione: ci si sente, ci si scambiano battute o esperienze di vita.

D: Che rapporto avete con la comunità ebraica tradizionale?
R: La mia conversione non è riconosciuta dall’ebraismo ortodosso. Per loro io non sono ebrea, perché non mi è stata trasmessa dalla famiglia e perché l’ebraismo ortodosso riconosce come ebree le persone che fanno le conversioni davanti a un tribunale ebraico ortodosso. I rapporti con la comunità sono di dialogo complicato. Stiamo facendo un lavoro per fare in modo di essere riconosciuti.

D: Ha mai avvertito la sua sessualità come un peccato?
R: No, anche perché vengo da una famiglia completamente atea. E poi la scelta è stata quella di essere prima lesbica che ebrea. Non avrei mai fatto un passo di questo tipo se non avessi trovato il modo di tenere insieme le due cose. Conosco persone che sono state prima religiose e poi si sono scoperte omosessuali, per cui sì, hanno vissuto la loro sessualità come problematica e peccaminosa da un punto di vista religioso. È una condizione difficile, perché potrebbero poi vivere male la sessualità. Il peccato e il senso di colpa possono diventare una schizofrenia un po’ pesante da sostenere. Per me non è stato così.

D: Lei che rapporto ha con il sesso?
R: Non esiste una questione legata al voto di castità. Io sono sposata. L’ebraismo, anche quello ortodosso, vive come problematico il fatto che una persona non abbia un compagno o una compagna. Ci sono rabbini single ma la maggior parte che io conosco, sia eterosessuali che omosessuali, hanno compagni e figli. La vita familiare e amorosa è assolutamente consigliata. La vita sessuale, in particolare nell’ebraismo ortodosso, è regolata: il sesso deve essere praticato all’interno del matrimonio però non è visto come peccaminoso.

D: Nel libro del Levitico si parla dell’unione omosessuale come di un abominio. Come giudica queste parole? Si è mai sentita offesa?
R: La domanda è complicata. È stato scritto molto sull’interpretazione di questo versetto, che non condanna l’omosessualità in generale: il versetto dice «Non giacerai con un uomo come giaci con una donna, è abominio». E va interpretato.

D: Come?
R:
L’ebraismo riformato dice che questa parte di Bibbia è stata scritta da esseri umani in epoche in cui chiaramente alcune cose erano vietate. C’è chi sostiene che il Levitico fosse rivolto ai sacerdoti, quindi non alla popolazione in generale e quindi vieterebbe l’omosessualità praticata nell’istituzione sacra. In realtà le tre religioni monoteiste concentrano la costruzione del rapporto uomo-donna non tanto su questo versetto ma sulla Genesi, sulla creazione, il fatto che esistano un maschio e una femmina per fare dei figli. In ogni caso, ciò che crea fondamentalismo, in tutte le religioni, è una lettura letterale e puntuale del testo. Non mi sono mai sentita offesa da questo versetto, anche perché ci sono scritte molte altre cose pesanti all’interno della Bibbia e non ho mai pensato di dover giustificare chi sono e la mia sessualità, nemmeno di fronte al testo biblico. E nemmeno di fronte a Dio.

D: Lei indossa la kippah che, per il mondo ebraico, è appannaggio solo maschile. È una scelta sua?
R: La kippah è appannaggio degli uomini all’interno dell’ebraismo ortodosso. All’interno dell’ebraismo Reform le donne possono indossarla. Io la porto in sinagoga. Non ha a che fare con l’orientamento sessuale, credo sia un simbolo però: viene indossata per ricordarci che c’è qualcosa sopra di noi. E poi si tratta di un segno distintivo dell’essere ebrei.

D: Nei mesi scorsi si è parlato spesso di un rigurgito fascista. Lei avverte maggiormente omofobia o antisemitismo?
R: È complicato. Per l’ambiente che frequento io, sicuramente più a sinistra, forse è più complesso essere ebrea che lesbica. Sulla mia pelle ho provato più questo: l’omosessualità è più accettata rispetto al mio essere ebrea e al mio legame con Israele.

D: E socialmente?
R: Sicuramente l’omofobia, anche perché è più strisciante. C’è gente che fa finta che non sia un problema, poi però è innegabile che sul posto di lavoro, il fatto di essere lesbica purtroppo crei dei problemi.

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