30 Aprile Apr 2018 1517 30 aprile 2018

Valentina De Poli, direttrice di Topolino: «Il mio magazine, un sogno di carta»

Ha un sito, si può leggere sullo smartphone ed è sempre più interattivo, ma il settimanale punta ancora sul formato classico. E con l’ultimo restyling si rivolge soprattutto ai più piccoli.

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Valentina Depoli Topolino

Chi è fedele alla carta lo sa: i giornali, tutti, hanno un odore che li definisce, come le persone, certi oggetti e le stagioni. Quello di Topolino è sempre lo stesso. L’ho riconosciuto subito quando l’ho avuto di nuovo tra le mani, dopo una vita dall’ultimo acquisto. I giornali sanno anche di altro, ovviamente. Nel mio caso specifico Topolino sa di pizza bianca e lunghissime ore in attesa di poter fare il bagno al mare, perché i genitori una volta calcolavano i processi digestivi con una certa larghezza di maniche, quindi tra la colazione e il tanto agognato tuffo potevi anche leggere più volte il tuo giornalino preferito, costruire metropoli di sabbia e pescare uno squalo. C’era anche qualche litigata, visto che io leggevo solo le storie di paperi e mio fratello andava pazzo per i topi. «Topolino? Vedo che stai regredendo!», mi ha detto antipatico avvistandolo sulla scrivania. Poi quando ha scoperto che avevo delle pagine inedite sul pc è riemerso anche il suo di lato bambino: «Che figata, davvero? Ancora non sono uscite in edicola? Allora Topolino me lo prendo io». E Topolino è sparito. Un mito, insomma, anche per quelli che l’infanzia se la sono lasciata alle spalle da un pezzo, o fanno spavaldamente finta di averlo fatto. Metterci mano per l’ennesimo restyling, arrivato con il numero 3255, uscito in edicola l’11 aprile, ho immaginato, non deve essere stata una cosa per niente semplice per Valentina De Poli, classe 1968, direttrice del Topo da 11 anni. Un pensiero confermato da lei stessa, che tra curiosità e qualche anticipazione ci ha portati dietro le quinte di un settimanale amatissimo, che nel 2019 festeggerà 70 anni, senza dimostrarli affatto.

DOMANDA: Non è stato un intervento invasivo, ma associare il termine restyling a un mito non è mai semplice.
RISPOSTA:
Vero, quando si lavora su un giornale consolidato da decenni ogni volta che ci metti mano rischi di deludere. Topolino poi è un’istituzione quindi è importante che sia sempre lui e che resti riconoscibile dai lettori. Non è la prima volta che subisce un restyling, però è stato più complicato rispetto ad altre volte. Alla base, l’obiettivo condiviso di tornare un po’ alle origini e al pubblico dei bambini, quelli dagli 8 ai 12 anni, che rappresentano un terzo dei lettori del settimanale.

D: Li avevate un po’ trascurati negli ultimi tempi?
R: Trascurati no, però quando è cambiato l’editore (da Disney Italia a Panini, nel 2013, ndr) abbiamo iniziato a trattare anche temi più adulti, perché gli adulti rappresentano i due terzi dei nostri lettori; faccio riferimento soprattutto a un emisfero di ragazzi più grandi, come quelli che frequentano le superiori. Con questo nuovo restyling invece ci siamo voluti riavvicinare anche a tutti gli altri. Oggi è molto facile strizzare l’occhio ai lettori più grandi, che magari seguono Topolino anche su Facebook o leggono più volentieri il giornale sull’app. Ci siamo resi conto che negli ultimi quattro anni questo aveva modificato un po’ gli equilibri, così abbiamo voluto puntare di nuovo lo sguardo sui più piccoli.

D: Il giornale negli anni è diventato molto interattivo. Avete un sito, i giochi, Instagram, canali di comunicazione al passo coi tempi. Il cartaceo sta al passo?
R:
Questo fa parte di un restyling precedente, ci saranno sicuramente delle migliorie anche nell’online ma non nell’immediato. La lettura privilegiata per noi rimane quella tradizionale, oggi è davvero una bella sfida.

D: Qual è l’obiettivo?
R:
Coltivare il mondo della carta stampata senza snaturarlo, poi tutto quello che c’è intorno ovviamente va bene, ma è altro dal prodotto principale, che resta un punto fermo. Ci piace l’idea che il lettore abbia consuetudine a sfogliare un giornale, anche perché oggi c’è più familiarità con i libri di carta piuttosto che con i giornali di carta. Sfogliare è sempre più associato solo al libro, si sta perdendo dimestichezza con il gesto, ma anche con l’abitudine di andare in edicola, e infatti le edicole sono in sofferenza. Noi vogliamo utilizzare i codici del fumetto per continuare a puntare sulla carta, in fondo è il nostro punto forte da sempre, quasi 70 anni.

D: Come avete vissuto il restyling?
R:
È stato anche un modo per fare il punto della situazione. Come sono cambiati tempi, i lettori… serve per fare una mappatura delle cose. In questo processo c’è stato un contatto diretto con i lettori, sia i più grandi che i più piccoli, chiamati in redazione, una conversazione infinita. Io per esempio ho fatto una full immersion per capire il mondo degli youtuber, che ormai sono molto presenti nella vita dei ragazzi.

D: Nuovi idoli?
R:
Non sono nuove star, ma compagni di divertimento sì, loro li vedono in questo modo.

D: Sul numero del restyling ha tenuto banco lo chef Paperacciuolo, ispirato ad Antonino Cannavacciuolo, che è stato anche un omaggio a Napoli e al Comicon che si è tenuto in città. La trasformazione di personaggi reali in fumetto è una scelta vincente?
R:
Assolutamente sì, in realtà ci sono sempre stati, però prima più che altro si storpiavano i nomi, oggi si fa una vera e propria paperizzazione.

D: Come li scegliete? sono sempre legati all’attualità?
R: Sì, ma anche personaggi molto amati capaci di trasmettere un messaggio positivo. Nel numero del restyling ad esempio c’è anche Bebe Vio, scelta per ciò che rappresenta: forza, determinazione, voglia di vivere. Anche Cannavacciuolo è un persoanggio amatissimo, la sua trasformazione ha fatto parlare molto. Lo facciamo in modo costante da dieci anni, il primo fu Papertotti, nel 2008. I calciatori in modo particolare funzionano bene, recentemente ha avuto molto successo Icarduck (ispirato al calciatore Mauro Icardi, in occasione dei 110 anni dell’Inter, ndr).

D: Loro come reagiscono?
R:
Sono sempre contenti, nessuno mi ha mai detto «no, non voglio». Lo vedono come un punto di arrivo. C’è anche chi ce l’ha chiesto, tipo Benji e Fede, da lettori di Topolino a personaggi. Poi ognuno la vive a modo suo, alcuni vogliono partecipare anche alla realizzazione della storia in prima persona, altri invece sono più passivi e lasciano fare. La paperizzazione è un richiamo anche per chi di solito non compra Topolino.

D: Più paperi che topi, come mai?
R:
Diciamo sempre paperizzati anche se diventano topi, però è vero, di solito una trasformazione in papero è più semplice per via del becco. Sono più facili da gestire nel processo creativo.

D: Chi sarà il prossimo?
R:
Roberto Bolle, lo vedrete a fine maggio inizio giugno. E anche lui sarà un papero. Sto pensando anche a un altro calciatore ma su questo non dico nulla, a fine campionato è sempre molto difficile...

D: I personaggi famosi vengono intervistati dai toporeporter. Come li scegliete?
R:
Possono scriverci per proporsi, oppure mandare direttamente una storia, è un altro modo di interagire con il giornale.

D: Tu, Valentina, sei più una da paperi o da topi?
R:
Ho sempre amato Topolino perché sono nata lettrice di Topolino, specie le storie più dinamiche e misteriose, oggi però faccio un po’ più di fatica a scegliere.

D: Una storia che ti è particolarmente cara?
R: Tante, ad esempio Zio Paperone e l’avventura in Formula 1, anno 1984. C’erano Alberetto, il pilota Alboreto, in Perrari, Alain Crost in McLallen, Pretese sull’Alfa Marameo e Niki Bagnacauda sull’altra Mclallen. Come dicevamo prima, a quel tempo storpiavamo solo i nomi!

D: È vero che hai iniziato la tua carriera a Topolino rispondendo ai lettori?
R: Sì, è stato il mio lavoretto. In Mondadori, allora editore del settimanale, cercavano dei ragazzi che se ne occupassero. Poi sono passata alla segreteria di redazione, un bel periodo, vedevo passare tutti gli artisti e le storie che sarebbero state pubblicate. Da lì ho iniziato a lavorare in redazione, sono diventata giornalista, redattrice, caporedattrice e infine direttore. Sono stata anche via per un periodo, non ho lavorato solo a Topolino, ma alla fine tornare è stato come tornare a casa.

D: Qual è il segreto di questo magazine secondo te?
R:
Il fatto è che Topolino è una cosa sempre nuova, sia con le storie classiche che con quelle diverse, come nel caso di Comic and Science, che tratta in modo chiaro anche tematiche difficili come quelle scientifiche. Vedere come il fumetto riesca a combinare argomenti molto lontani da quello che facciamo di solito è davvero bellissimo. Sono passi, inoltre, che contribuiscono ad alzare sempre un po’ di più l’asticella del giornale e a migliorarlo.

D: Il fumetto in Italia come lo vedi?
R:
Si tratta di una realtà molto particolare. In questo momento assistiamo a un’invasione nelle librerie, con graphic novel e testi a fumetti, da quelli che traggono ispirazione dall’attualità, ai racconti giornalistici, ai romanzi. Le case editrici si sono molto avvicinate al genere, anche se per quelli che come noi fanno giornali è diverso, perché il settore edicola è in crisi. I bambini per fortuna si stanno riavvicinando a frequentarle, anche grazie a iniziative come Topo Lab: Il Fumetto che fa scuola, rivolto alla fascia di età dagli 8 ai 10 anni. Un modo per imparare, ma con un approccio divertente. Anche questo è Topolino.

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