29 Aprile Apr 2018 0702 29 aprile 2018

Giornata Internazionale della danza, Simona Atzori: «Mi racconto ballando»

Nata senza braccia, ha seguito i suoi sogni ed è diventata ballerina e pittrice. Diventando un esempio. «Ma il mondo non è ancora alla portata dei disabili».

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Simona Atzori Giornata Internazionale Danza

Simona Atzori aveva sei anni quando cominciò a danzare.
Lei, bambina nata senza braccia, in mezzo alle piccole compagne che si reggevano alla sbarra. Sembrava impossibile e invece quel sogno è diventato una realtà raccontata in La strada nuova, libro da lei scritto che Giunti Editore ha pubblicato a marzo. Simona Atzori è stata Ambasciatrice per la Danza al Grande Giubileo del 2000, poi ha ballato alla Cerimonia d'apertura delle Paralimpiadi di Torino 2006, quindi a Sanremo. «La danza è ciò che permette alle persone di vedere la vera Simona e capire il potenziale che c'è in me», ha raccontato a LetteraDonna in occasione della Giornata Internazionale della Danza.

DOMANDA: Cosa significa per te la danza?
RISPOSTA:
Dire tutto forse è troppo, ma certamente rappresenta una strada, un percorso che per me sembrava solo un sogno e invece poi è diventato la mia realtà.

D: Come è nato questo amore?
R:
Avevo sei anni, i miei genitori vedevano che appena partiva qualsiasi musica iniziavo a danzare, mia sorella più grande già andava a scuola di danza e io volevo fare come lei. La accompagnavo e non vedevo l'ora di compiere i sei anni per iniziare a seguire i corsi. Avevo voglia di imparare, non mi bastava solo muovermi.

D: Che emozioni ti dà danzare?
R:
Ogni volta una diversa. Mi dà la possibilità di raccontarmi in una maniera anche un po' segreta, tirar fuori emozioni che escono attraverso il corpo che si muove con la musica, raccontando una storia attraverso una coreografia. Danzando riesco a immergermi completamente in me stessa e tirar fuori qualcosa che forse né col pensiero né con le parole si può esprimere. Una sorta di linguaggio segreto e un po' magico che muta ogni volta.

D: C'è un ricordo particolare che ti lega alla danza?
R:
Fin da piccola immaginavo di poter danzare anche se sembrava impossibile per me. Lavoravo alla sbarra con le mie compagne, ma mentre loro la usavano per poggiarcisi, io ero costretta a trovare il mio equilibrio in modo diverso, creando qualcosa di mio. Da lì è partito il grande sogno di danzare su un palcoscenico.

D: Ricordi il tuo primo saggio?
R:
Sì, mia mamma e mio papà erano preoccupati, sentivano sguardi e commenti intorno a noi, avrebbero voluto portarmi via, ma quando hanno visto la mia espressione di pura felicità dietro le quinte, hanno capito che invece dovevamo dare l'opportunità alla vita: farci scoprire che questa danza aveva qualcosa anche per noi.

D: Qual è stata la tua più grande soddisfazione a livello professionale?
R:
È difficile, sono tante, anche importanti. Forse danzare a Sanremo ha superato un po' tutte le mie immaginazioni e aspettative, così come anche farlo alla Cerimonia d'apertura delle Paralimpiadi di Torino 2006. Sono eventi che sono stati capaci di sorprendere persino una sognatrice come me.

D: Ti è mai capitato di trovare ostacoli al tuo sogno? Qualcuno che ti dicesse che non ce l'avresti fatta?
R:
Quando ero bambina o anche ragazzina non si immaginava dal di fuori che io potessi intraprendere realmente questa carriera. L'ostacolo non era tanto quello di chi mi diceva che non potevo, quanto quello di chi nemmeno immaginava potessi. Non l'ho fatto però per dimostrare qualcosa, ho solo seguito l'opportunità quando si è presentata.

D: Il mondo della danza è a misura di persone portatrici di disabilità?
R:
In realtà, in generale, il mondo non è alla portata dei disabili. Stanno cambiando tante cose rispetto a quando ho cominciato, anche solo a 18 anni fa, quando la danza era riservata esclusivamente a un certo tipo di fisicità e io guardavo a poche compagnie americane e inglesi. Ora ci sono tante compagnie al mondo.

D: E il pubblico è pronto?
R:
Sta crescendo. Chi viene a vedere uno spettacolo fa una scelta particolare, sceglie un certo tipo di messaggio che va al di là del vedere qualcosa di artistico bello. Quella sensazione di possibilità che tutti noi perdiamo per vari motivi, la si ritrova. Tanta gente mi dice «Se può farlo Simona posso farlo anche io».

D: Eventi come le Paralimpiadi aiutano ad accrescere la cultura della disabilità?
R:
Sicuramente Rio 2016 è stato un evento incredibile che ha dato una forza grandissima allo sport paralimpico. Personaggi come Bebe Vio, con la sua popolarità e la sua forza, aiutano. E il fatto che anche gli sponsor scelgano la persona e la storia che c'è dietro significa che si stanno facendo grandi progressi. Bisogna mantenerli e andare avanti. Spero sia solo l'inizio e che si arrivi a non vedere la differenza, ma solo atleti e artisti che emozionano per ciò che fanno.

D: Tu sei anche pittrice. In che modo queste due forme d'arte comunicano dentro di te?
R:
Comunicano molto, le chiamo le mie due ali. Spesso negli spettacoli porto in scena la pittura e nei miei quadri porto la danza. Dipingo la danza e danzo la pittura. Entrambi sono importanti. La danza visivamente sparisce dopo lo spettacolo, con la pittura blocco su tela quelle emozioni che poi non ci sono più.

D: Ora tu sei un modello e fonte di ispirazione per tanti giovani che si avvicinano a questo mondo. Tu ne avevi uno quando eri piccola?
R:
Ne avevo tanti. Ero una ragazzina che guardava Ether Parisi e Lorella Cuccarini in tv, ma il primo balletto alla Scala fu il Bolero con Luciana Savignano, che poi ho avuto il piacere di conoscere, così come Oriella Dorella. Sono stati due grandi fari per me e quando ho avuto l'opportunità di incontrarle ho scoperto la loro bellezza interiore oltre alla bravura tecnica.

D: Chi sono secondo te i più grandi interpreti della danza a livello mondiale?
R:
Non posso non dire Roberto Bolle. Mi piace perché è riuscito a portare la danza a conoscenza di tante persone, oltre che per la sua bravura. Mi viene da nominare lui proprio per questo motivo.

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