26 Aprile Apr 2018 1925 26 aprile 2018

Chef Rubio: «Le mie battaglie per i diritti umani»

Odia la disinformazione, la parola femminicidio, e le discriminazioni. Dal 10 maggio si rimetterà on the road con Camionisti in Trattoria.

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Chef Rubio

Odia le ingiustizie. Difende i buoni. E a modo suo, lotta contro il male. Non è l’uomo Tigre, non porta maschere, Chef Rubio, e la sua identità non è certo un segreto, dato che il suo vero nome è Gabriele Rubini. Trentacinque anni, di Roma, difende i buoni intesi i piatti, anche quelli più semplici a patto che siano gustosi e alla portata di chiunque, tutto il contrario delle ricette raffinate e dal costo elevato a cui la tv ormai ci ha abituato. Unti e Bisunti gli ha regalato la popolarità, trasmissione sullo street food trasmesso su DMax. Si rimetterà on the road molto presto, a partire dal 10 maggio con Camionisti in Trattoria, sullo stesso canale.

DOMANDA: Di recente è stato pubblicato uno studio, proprio dall’associazione. Per il 70% delle donne, le violenze nei loro confronti sono aumentate. Ma per un uomo su due, se ne parla solo di più rispetto a quando i social non c’erano ancora.
RISPOSTA:
Il web è un mare in cui è facile perdersi, dove per la maggior parte delle persone è sufficiente guardare la punta dell’iceberg per comprendere i fatti, quando in verità c’è un sommerso molto più imponente e complesso. Non tutti leggono, né si documentano.

D: Sei d’accordo con le donne quindi: i femminicidi sono aumentati.
R:
Non mi piace questa parola. La abolirei.

D: Quale, femminicidio?
R: Per me è un termine alla cazzo. Si parla di omicidio. Punto. E un omicidio è da condannare sempre e comunque, si tratta di qualcuno che priva della vita un essere umano. Sento parlare troppe volte di campagne spesso accecate da uno slogan o da un morto specifico. La verità è che il lutto e le dinamiche che ne conseguono sono temi che purtroppo abbracciano costantemente e quotidianamente tutte le persone, indipendentemente dal sesso, dalla razza o dalla provenienza.

D: Qual è allora il senso del tuo impegno?
R:
Personalmente non cedo il mio 5 per mille ad Amnesty perché è un’associazione che nello specifico difende le donne o gli omosessuali. La sostengo perché tutela i diritti umani. Un immigrato che viene ucciso di botte da quattro persone mi indigna tanto quanto un ex fidanzato che fa fuori la fidanzata con l’acido. Poi è ovvio che i giornali, ma anche i social, ci mettono del loro dando più importanza a un episodio piuttosto che a un altro ritenendolo più o meno grave. Ma creare etichette, o sottoinsiemi, rischia solo di creare confusione. Sia chiaro, è il mio pensiero, non pretendo che tutti siano d’accordo con me.

D: Torniamo alla disinformazione. Come combatterla?
R:
Bisognerebbe cambiare molte cose, a partire dalla scuola, ma già dalla prima elementare. Come tutte le cose lunghe però i risultati arriverebbero in un decennio, come minimo. Ecco perché alla fine si decide sempre di dare retta alla tesi più diffusa e quindi più facile da seguire. Le violenze sulle donne sono per il 98% tra le mura domestiche, eppure sui social il messaggio che ottiene più consensi è: gli stranieri vengono a casa nostra e ci violentano le mogli.

D: C’è un evento o più di uno del tuo passato che ti ha spinto a partecipare così attivamente alla difesa dei diritti umani? Un maltrattamento, ad esempio, magari che riguarda qualcuno a te molto vicino?
R:
Non nascondo di essere cresciuto vedendo ragazze che da un giorno all’altro apparivano con un occhio nero in faccia. Ma la verità è che odio le ingiustizie, o per dirlo alla romana: me rode er culo. Questo mi spinge a fare quello che faccio. I mariti che picchiano le mogli, il razzismo, i politici che non fanno il bene del Paese, i cecchini israeliani che uccidono i ragazzini prendendoli per i fondelli, sono tutte cose ormai considerate parte integrante del mondo e della nostra società. Per me invece tutto questo non è la normalità. Non può esserlo, e ognuno di noi credo debba dare e fare qualcosa, in questo senso.

D: Però ammetterai che ti spingi anche oltre. La tua partecipazione al convegno sulla sessualità dei portatori i handicap lo dimostra.
R:
È ovvio che molti di loro una vita sessuale non possono averla perché non ne sono coscienti a causa del gap che può esserci tra fisico e mente. Ma molti altri invece sono costretti a reprimere i loro istinti naturali solo perché non ci sono dottori che spiegano loro come convivere con le loro zone erogene, e questa per me è un’altra ingiustizia. Come vedete, alla fine, è sempre una questione di informazione. Non ne usciamo, purtroppo o per fortuna.

D: Intanto il tuo coinvolgimento su questi temi ha contribuito a renderti ancora più popolare.
R:
Ammetto che per me ormai è sempre più difficile girare in strada senza che la gente mi chieda di fare qualche foto. Ciò nonostante non rinuncio a camminare per Roma, prendere la metro o il treno quando per lavoro devo girare l’Italia. Le persone che mi fermano in giro non mi disturbano, anzi: mi fa piacere che lo facciano. Mi disturba di più il fatto di non poter più essere anonimo. Questa cosa, devo ammetterlo, un po’ la soffro.

D: La tua vita insomma, a partire da Unti e Bisunti, è cambiata.
R:
Ma non in meglio. Sarei un ipocrita se lo dicessi. Certo, sono molto fortunato per il lavoro che sto facendo adesso ma quello di cui ho bisogno io, per come sono fatto io, e quindi innanzitutto della mia privacy, non ce l’ho più.

D: Esiste un target di fan che maggiormente ti seguono?
R: Non direi. C’è molta trasversalità. Si va dall’anziano che si ricorda di me per qualche motivo ai bambini che mi vedono come potenziale idolo, fino ai teenagers e ai miei coetanei (Rubio va per i 35 ndr).

D: Prima parlavi di girare l’Italia per lavoro. Camionisti in Trattoria ti ha rimesso letteralmente on the road.
R:
Due entità che mi hanno sempre affascinato. Non ho esitato quando mi hanno proposto il format. Si parlerà di cucina di sostanza, di piatti abbondanti e saporiti che, non dimentichiamolo, rappresentano la base di tutte quelle declinazioni nobili e raffinate che ora vanno per la maggiore. Senza le trattorie, le osterie e le locande, i piatti gourmet oggi non esisterebbero. Torneremo un po’ indietro nel tempo, quando i bisonti della strada si ritrovavano nei cosiddetti punti di bivacco.

D: Avresti potuto chiamare la trasmissione: «Unti e Bisonti».
R: Non male. Ma era meglio non rischiare problematiche riguardanti il copyright. Camionisti in Trattoria è più diretto. E poi avrò l’occasione di raccontare la vita di questi uomini che in strada rischiano parecchio, devono seguire molte direttive dell’Unione Europea, per certi versi troppe, e di cui si sa pochissimo, ad esempio non avrei mai immaginato che molti di loro fanno questo lavoro per passione a dispetto di grandi sacrifici. Primo fra tutti la famiglia: praticamente non ce l’hanno. E quando ce l’hanno non la vedono per mesi.

D: Qualche tempo fa il tuo nome è stato accostato a Masterchef. Che poi è proprio quel tipo di programma televisivo che racconta il concetto di cucina più sbagliato che esista.
R:
E infatti sono ancora qui. Questo però non vuol dire che non mi sia stato proposto di farlo. Ed è anche per questo che, a mio giudizio, certe persone dovrebbero informarsi, prima di parlare.

D: Chiudiamo con il sorriso. il piatto più buono che hai assaggiato recentemente.
R:
Intendi roba da: «Anvedi che bbono»?

D: Esatto.
R:
Sono molto affezionato al Molise, alle loro tradizioni e ai loro piatti. A conferma che per un motivo o per un altro, sto sempre dalla parte dei deboli anche se gli abitanti di questa regione, troppo spesso bistrattata, hanno una grande forza, che ammiro e rispetto. In questi luoghi ricordo mangiate epiche.

D: Un piatto.
R:
Se devo dirti il piatto allora ci spostiamo in Polonia. Ci sono andato di recente, da amici. Ho assaggiato una loro zuppa chiamata Flaki, è una sorta di stufato a base di manzo, trippa e spezie. Un piatto molto povero, risale intorno al 1300, veniva preparato alla fine del mercato con quello che avanzava. Saporito, un po’ pesante, ma buonissimo. Ai camionisti piacerebbe un sacco, e non solo a loro.

D: Tifi Roma. In Champions League avevi pronosticato il 3-0 contro il Barcellona dopo il 4-1 del Camp Nou e sappiamo com’è andata. Ora c’è un 5-2 da ribaltare contro il Liverpool. Come finirà?
R:
Quattro a uno. Questa però è dura. Ci crediamo ma è dura forte.

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