24 Aprile Apr 2018 1039 24 aprile 2018

Ludmilla Radchenko: «In tv non ho avuto successo perché non sono scesa a compromessi»

Ex modella, artista, moglie e mamma, ci ha detto la sua sullo scandalo molestie. «Il caso Weinstein? Non così diverso dal Bunga Bunga».

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Ludmilla Radchenko

Nove anni fa la svolta. Ludmilla vola a New York per seguire un corso di recitazione. È stufa di sentirsi proporre il solito copione e il solito ruolo: la bellona di turno, la escort russa, cose così. Va in America per studiare e migliorarsi. Ma qualcosa cambia. Complice una telefonata, quella del nonno, da Omsk, Siberia: «Ma perché non ti rimetti a fare quello che facevi qui in Russia, ti piaceva così tanto». Ludmilla si era diplomata in Design della moda prima di partire per l’Italia. «Volevo dimostrare di essere indipendente, soprattutto al fidanzato di allora. Mio padre mi diede un solo paletto: prima finisci la scuola, poi fai quello che ti pare».
Arriva nel nostro Paese a 20 anni. Fa la modella, diventa paperetta di Paperissima, ballerina a La Sai L’Ultima, infine letterina a Passaparola, che le vale successo e notorietà. Poi però lascia il suo agente, Lele Mora. Prova altre strade, sempre in tv, poca roba. E allora, ecco il grande salto: New York.
Al telefono, il nonno le suggerisce però di tornare al suo primo amore, l’arte. Lei ci pensa. Gli insegnanti del corso di recitazione le insegnano a credere in se stessa, nei suoi sogni. E così, terminata la scuola, Ludmilla Radchenko torna in Italia dove c’è Matteo Viviani che l’aspetta, e sceglie di fare l’unica cosa che forse, in cuor suo, voleva fare da sempre: l’artista pop. Da quel momento non si è più fermata.

Nei giorni scorsi, per il Fuorisalone di Milano, Camicissima le ha messo davanti una gigantesca macchina da cucito. «Trasformala in un’opera d’arte», le hanno detto. Ci ha messo una giornata intera. Il risultato è questo.

DOMANDA: Scusa Ludmilla, ma noi non è che siamo proprio degli intenditori, quindi ti chiediamo: come hai concepito questa particolare opera d’arte, se è giusto chiamarla così?
RISPOSTA:
Giustissimo! Ho pensato prima a un’idea generica di dipingere la macchina con i colori della bandiera italiana. Poi l’ho adattata alla mia tecnica, una specie di collage usando prodotti di consumo: carta di giornali, pubblicità… Tutti i dettagli un po’ li studio prima, un po’ si aggiungono man mano che vado avanti. In questo caso ho trasformato la macchina in una specie di portavoce del mio pensiero, come mi capita di fare quasi sempre, qualunque sia il soggetto.

D: C’è anche la foto di Sgarbi assieme alle sue inseparabili capre.
R:
Quando lo vedo in tv mi fa sempre ridere. Un po’ di ironia non guasta mai.

D: Insomma, ti ha spaventato di più questa macchina da cucito gigante o i 40 che compirai a novembre?
R: Nessuno dei due. Senza falsa modestia credo di poter essere un esempio per chiunque, sono una fanatica della palestra, mi sono rimessa in forma subito dopo aver partorito Nikita, il mio secondo figlio. In famiglia stiamo benissimo e sono indipendente. D’altra parte non mi spaventa neanche la macchina da cucito, come vedi, l’ho 'domata' alla grande.

D: A proposito del tuo essere mamma: hai scatenato un bel vespaio un anno fa, quando hai su Instagram hai scritto: mi occupo dei miei figli senza l’aiuto di nessuno. Valanga di critiche e insulti da parte dei tuoi haters.
R:
Ma è normale. Sono i sintomi del successo, o perlomeno di chi lo ha avuto. Io ho visto il mondo, ho una famiglia unita, sono indipendente. È normale che subentri l’invidia. Ma non mi offendo. Al massimo penso: «Poverini quelli che criticano». E comunque adesso, a dirla tutta, una tata russa che mi aiuta ce l’ho. Otto ore al giorno, cinque giorni a settimana. Cresco i miei figli con la doppia lingua, conoscere l’italiano, il russo e l’inglese che studieranno a scuola credo sia importante.

D: Una delle critiche maggiori che ti hanno lanciato è che sei una «mantenuta».
R: Ho venduto 460 quadri da quando ho iniziato a lavorare nell’arte. Il più caro l’ho piazzato a 15 mila euro. Quello meno caro a circa 500 euro. Non sono una mantenuta. Ma non mi importa se c’è qualcuno che pensa questo di me.

D: Quali sono le tua principali fonti di guadagno? Matteo Viviani, tuo marito, è una Iena da diversi anni. E tu?
R:
Nessuno mi ha mai fatto questa domanda e sono contenta che tu me l’abbia fatta. I miei guadagni si distinguono in tre filoni. Il primo sono i quadri, come detto, che mi generano il 60% delle mie entrate. Posso raccontarti un aneddoto: a Lucca ho fatto sold out. Il curatore è stato molto bravo a piazzare tutte le mie opere ai suoi clienti. Il ruolo del curatore è importante. Non conta soltanto il fatto che tu sia brava o meno come artista.

D: Pensi che il tuo successo derivi anche dalla tua notorietà?
R:
Sì, lo ammetto. Ma credo abbia avuto un peso maggiore quando ho deciso di iniziare. Sono passati più di 15 anni da Passaparola, non credo che la gente compri i quadri solo perché si ricorda di me in quel programma.

D: Dicevi, tre filoni. Quadri: ricordi il primo che hai venduto?
R:
Certo! Un pittore mi ha coinvolto a fare una mostra prima che io partissi per New York, era il 2009 mi pare, e ho fatto la mia prima serie: Angeli Ribelli. Ne ho venduti due. Mi diede una bella sensazione.

D: Secondo filone.
R:
Sciarpe e foulard. Applico le stampe delle mie opere su cachemire e seta. Un’idea che ho avuto nel 2012, quando ero incinta di mia figlia Eva. Volevo qualcosa che potesse arrivare anche alla gente comune, che fosse più facile da vendere e a buon prezzo. Ne vendo tanti, sia sul mio sito che nelle fiere di arte. Il terzo filone è il lavoro che svolgo con le aziende. Oggi c’è Camicissima ma ho collaborato molto con Rucoline, firmando scarpe e borse, e con Cam, per i passeggini. Applico la mia arte su qualunque cosa. Anche una mostra può generare guadagno (ha esposto a New York, Amsterdam, Milano e Monaco ndr).

Ludmilla con il marito Matteo Viviani.

D: Quanto ha inciso nella tua scelta di cambiare totalmente attività il fatto di non essere riuscita a sfondare come avresti voluto nel mondo dello spettacolo?
R:
Sicuramente ha inciso, non mi nascondo. Sapevo in cuor mio di essere portata per la recitazione, ma ero sempre destinata ai ruoli da straniera. E poi non mi è mai piaciuta l’idea di dover sempre dipendere da qualcuno: dall’agente, dalle conoscenze, dai party giusti. Ero sempre nel mood: «Chissà cosa mi aspetta il futuro». Una dipendenza che mi pesava sempre di più. Forse è proprio questa la cosa più importante che mi ha dato l’arte. Non dipendere da nessuno.

D: Però hai lavorato anche con gente di un certo livello. I Manetti Bros ad esempio, in una puntata dell’ispettore Coliandro.
R:
Indovina per fare cosa? La escort russa super gnocca. Sempre la stessa storia. Quando sono tornata da New York mi sono arrivate altre proposte, tutte uguali. Le ho rifiutate. Ma io non ho mai accettato compromessi e forse è anche per questo che non sono stata fortunata.

D: Intendi dire che non hai mai ceduto a molestie di registi o produttori potenti?
R: Il mio agente era Lele Mora. Con lui sono entrata a Passaparola. Ma dopo un anno l’ho lasciato e non mi hanno riconfermata. Non so bene cosa succedesse dentro quell’ambiente ma so che le ragazze che lo hanno seguito sono rimaste in quel settore a lungo.

D: E tu?
R:
Io no, ero una pecora nera, un po’ naif nel mio modo di vedere le cose. Solo successivamente ho capito le dinamiche. Tante ragazze sono state i suoi jolly. Ma per quanto mi riguarda non ho niente da rimproverarmi. Non ho mai ceduto a nessuna molestia. Probabilmente se avessi accettato avrei avuto ruoli più importanti, sia nella tv che al cinema.

D: Cosa pensi del caso Weinstein?
R: Appena una una ha parlato, hanno subito parlato anche tutte le altre. Nel mondo dello spettacolo la cosa peggiore che ti possa capitare è perdere l’attenzione. E quando la perdi, pur di averla nuovamente sei pronta a fare e a dire tutto, anche cose che non ti fanno piacere. Nel cinema e nella tv ci sono e ci saranno sempre provocazioni e molestie. Ci sono registi onesti, altri meno. Ma sarà sempre così. Perché ci saranno sempre donne che pur di emergere sono disposte a fare qualunque cosa e ci saranno sempre uomini che ne approfittano.

D: Non ti ha stupito per niente, insomma.
R:
Ti dirò la verità, mi ha quasi fatto ridere, perché dalla prima denuncia ne sono spuntate fuori altre mille. Questo vuol dire che finché sei rimasta zitta ti ha fatto comodo. Quando invece attrici e modelle hanno iniziato ad aprire bocca, un po’ alla volta, ecco che si è creata la fila. Non è stato tanto diverso dal Bunga Bunga.

D: Cioè?
R:
Fui invitata da Chiambretti nel suo show in qualità di eccezione, di donna che aveva scelto di non aver nulla a che fare con quel tipo di situazione e di ambiente, portando avanti un’attività con successo, e senza compromessi. Fu un momento bellissimo.

D: Finiamo con la tua giornata tipo. Sei mamma, moglie e imprenditrice.
R: Sveglia alle 7. Con Matteo prepariamo la colazione a turno. Dopo le 8 devo preparare tre cambi: per me e i due bambini. Porto Eva a scuola che ha sei anni e mi spupazzo Nikita, il più piccolo, nato un anno fa, fino alle 11. Poi viene la tata, io inizio a lavorare, tengo qualche riunione con il mio staff e posso dedicarmi un po’ alla creatività. Non sto tanto al computer, ho due assistenti smanettoni davvero bravi. Lo studio dove lavoro è lo stesso che trovai una volta tornata in Italia con l’idea di mettermi in proprio. Mi ci sono affezionata. Alle 18 circa vado in palestra, alle 19 recupero i bambini se non l’ha già fatto Matteo, e poi torno a casa.

D: Cene fuori?
R: Raramente. Non abbiamo tempo, né le energie. Ma per il compleanno di Matteo gli ho regalato un viaggio ad Amsterdam. Solo noi due.

D: Cucini?
R: Sì, di solito cucino io ma odio le ricette. Vedo quello che c’è in frigo e mi invento qualcosa.

D: Un po’ come quando ti hanno messo davanti la macchina da cucire.
R:
Non mi spaventava la macchina da cucito gigante, figuriamoci un frigo semivuoto.

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