24 Aprile Apr 2018 1255 24 aprile 2018

Annalisa Monfreda racconta la maternità in un libro: «È più difficile crescere figli maschi»

In Come se tu non fossi femmina la direttrice di Donna Moderna racconta l’essere madre a partire dal superamento degli stereotipi.

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Donna Moderna Direttrice Annalisa Monfreda Libro

Paletta, secchio e mocio, tutto in formato mignon. «Diventa brava come la mamma», ammicca la scritta sulla scatola del gioco. Quando l’ho visto ho pensato a come un’ipotetica figlia non potrebbe ambire a nulla di peggio che emularmi nelle faccende domestiche. Io del resto sono un asso a montare i mobili dell’Ikea e a costruire prolunghe elettriche, per le necessità basiche esistono gli aspirapolveri, le verdure commestibili crude e i surgelati. Eppure da piccola avevo un bellissimo set di pentole rosso fuoco. Ci cucinavo intrugli di fango e pozioni avvelenate. Le equazioni sui libri di matematica erano le ricette. Quel mocio, insomma, potrebbe diventare pure l’asta di un microfono per sfondare a un talent o il bastone di un mago, perché i bambini non vedono le cose come le vediamo noi. Loro vedono oltre. E immaginano. È uno delle riflessioni più interessanti fatte durante una chiacchierata con Annalisa Monfreda, direttrice di Donna Moderna e Starbene e mamma di due, la Novenne e la Seienne. Bambine figlie del proprio tempo, che si arrampicano sugli alberi con papà, scelgono da sole come vestirsi e prendono in giro la «nonna fanatica» che a ogni vacanza in Puglia prova ad agghindarle da principesse. Chicche di vita quotidiana che riempiono le pagine di Come se tu non fossi femmina, primo libro della giornalista edito da Mondadori. Nessuna ambizione pedagogica, ma una riflessione nata durante un viaggio inatteso (colpa di una defezione dell’ultimo minuto del suo Lui), che alla fine si è trasformato nell’occasione di fare un percorso ancora più importante. Da Milano alla Croazia, tra paura di perdersi per via di un senso dell’orientamento non proprio eccezionale, e cose da vedere assolutamente, ma soprattutto con fuori programma tutti da vivere, come la corsa a Roma per conoscere la nuova cuginetta, ennesima femmina in una famiglia (felice) di femmine. In mezzo, 50 Lezioni che l’autrice si augura che le sue bambine recepiscano, ma senza imposizioni.

DOMANDA: È il tuo primo libro, che sensazioni ci sono?
RISPOSTA:
Si tratta di un racconto molto intimo, diverso da quello che faccio di solito, però in realtà non c’è emozione perché è come un articolo: nel momento in cui esce diventa di tutti.

D: Le bambine sanno di essere diventate le protagoniste di un libro?
R: Sì, gira per casa da qualche giorno, ma non sono incuriosite. Mi hanno detto che è roba da grandi. Sono lettrici appassionate, magari tra qualche anno vorranno leggerlo.

D: Delle 50 lezioni l’ultima è la chiave di tutto: «Il dono più grande» è la libertà. Bisogna farsi anche un po’ da parte?
R: Mettersi da parte e non imporre nulla come madri, perché ci pensa già la società. Credo che sia importante creare situazioni che non limitino la libertà dei più piccoli. L’abbigliamento è una di queste. Insegnare il rispetto per se stesse e per gli altri, come la pulizia, è fondamentale, ma se una delle mie figlie vuole uscire di casa vestita da Babbo Natale, ed è successo davvero, non la limito. Per strada tutti si giravano a guardarci e anch’io ero divertita. Quando è arrivata a scuola e ha aperto la porta i compagni hanno cominciato a dirle: «Ci porti i regali?» Non è stata presa in giro, e ha continuato a vestirsi in quel modo anche nei giorni successivi. Se glielo avessi impedito avrebbe perso un’occasione di libertà. E di divertimento.

D: Capita anche che escano di casa vestite in un certo modo e che poi si ridimensionino strada facendo però.
R: Sì, ma se fossi io a farle vergognare sarebbe diverso. La scelta resta in ogni caso loro, perché questa creatività è un’epressione di un modo di essere. Ho voluto costruire un ambiente familiare con massima libertà per esprimersi.

D: La libertà quando è sbagliata porta a casi estremi come quelli dei ragazzi che bullizzano i prof. Che idea ti sei fatta da mamma?
R:
Alla base c’è il crollo dell’autortià. Non siamo più i genitori autoritari del passato. A me piace quando i ragazzi mettono le cose in discussione, ma ci vuole rispetto. Do tanto ed esigo tanto, se tradisci la mia fiducia rompi un equilibrio. Non credo che la soluzione sia tornare ai modelli autoritari di una volta, sia perché per carattere non sono portata a rimpiangere il passato, sia perché anche prima si trovavano valvole di sfogo, magari imboccando strade peggiori. Il rispetto inizia in casa, trattando i figli come esseri umani. Loro capiscono subito se mentiamo, o se inventiamo scuse inesistenti per giustificare un no, o se non li ascoltiamo in qualcosa che ci sembra inutile ma che per loro in quel momento è essenziale. La fiducia estrema viene sempre ripagata.

D: Una delle prime lezioni invece dice che la felicità è un compromesso. I sogni da una parte, assoluti, i desideri dall’altra, di pancia. È una consapevolezza arrivata con la maternità?
R:
Una riflessione da donna saggia, arrivata con l’avvicinarsi dei 40 anni, 10 anni fa non avevo pensieri di questo tipo. E mentre vivevo la maternità ero troppo presa dal momento per pensarci. Se guardo la mia vita poi… Mi immaginavo in Africa o in guerra, a fare la giornalista sul campo, e per un po’ è stato così. Oggi però, pur facendo una cosa che non avevo messo in conto, un lavoro meno avventuroso, sono felice. Ciò che importa è capire in fretta cosa ci fa stare bene. Non bisogna pensare a cosa teoricamente ti farebbe felice, ma a cosa ti fa felice davvero. Distinguere tra la concretezza dei desideri e l’astrazione dei sogni. È un equilibrio, frutto di un compromesso.

D: A un certo punto l’attenzione si concentra sui limiti dell’essere donna, che dici di non aver avuto, fatta eccezione per quelli che ti eri imposta da sola.
R:
Sono stata molto fortunata, la direzione di Cosmopolitan mi è stata proposta mentre aspettavo la mia seconda figlia. Io vedevo il problema, il mio capo no, quindi posso dire di non aver avuto limiti al di là di quelli che io stessa mi ponevo per auto-sabotarmi. Le limitazioni però esistono per molte donne. Penso a una collega licenziata dopo la maternità. Se lo avesse saputo forse quel figlio non sarebbe nato. Ma oggi il suo bambino è anche motivo di forza, per ricominciare.

D: Perché le donne hanno la tendenza ad autolimitarsi?
R: Lo fanno in molte, spesso costruiamo ostacoli ancora prima di affrontarli. Quando poi cadi davvero, se cadi, non sei più preparata ad affrontare quella situazione che hai già vissuto nella tua testa, ma sei già stanca, esausta, perché su quel fallimento hai lavorato tantissimo. Per quanto mi riguarda, nessuno mi ha messa in guardia su quello che avrei potuto incontrare lungo la strada. Quando è cosi è meglio, perché affronti le situazioni con maggiore freschezza e lucidità.

D: È una debolezza delle donne?
R: Colpa di secoli di storia che ci pesano sulle spalle. Abbiamo da sempre davanti agli occhi esempi di madri vessate e schiave. Non è colpa delle donne, ma della società in cui siamo cresciute. Le donne che non hanno limiti precostituiti, infatti, sono donne che li superano, e per fortuna oggi raccontiamo ogni giorno storie di donne che hanno fatto grandi cose.

R: Le nuove generazioni avranno una marcia in più?
D: Sicuramente sì, le bambine di oggi hanno moltissimi esempi a cui far riferimento. Per loro niente sarà impossibile.

D: Racconti un bell’esempio di sorellanza, ma anche di amicizia tra donne. Però nella vita di tutti i giorni non è facile trovare così tanta solidarietà al femminile.
R:
La competizione tra donne è il meccanismo naturale che scatta in tutti gli oppressi. Chi arriva da un contesto di discriminazione tende a discriminare piuttosto che a mostrare empatia. È anche la tesi del libro Dalla parte delle bambine, di Elena Gianini Belotti, che nel mio lavoro cito spesso. In famiglia la competizione scatta quando il padre tratta le figlie come le sue principesse. Identificate come piccole donne, le bambine tenderanno a lottare tra di loro per far sì che una sia la sua preferita. Se invece non c’è questo meccanismo, non scatta la voglia di primeggiare.

D: È quello che succede anche in molti ambienti di lavoro.
R:
Soprattutto se c’è un capo maschio. Se lui approfitta della competizione tra donne per dominare allora si avrà un gruppo di lavoro pieno di donne che lottano per emergere, ma se il capo non fa nulla per alimentare questi meccanismi, non si generano. Nella mia redazione, ad esempio, dove le donne sono la maggioranza, il lavoro è bellissimo, non sarebbe corretto parlare di famiglia, ma è un ambiente molto sereno. Le donne quando fanno gruppo sanno dare risultati incredibili.

D: Che idea ti sei fatta delle donne schierate contro le donne dopo il caso Weinstein?
R:
Una cosa molto brutta, ma è anche vero che non siamo tutte uguali, a molte manca la capacità di empatizzare quando altre si comportano in modo diverso da come faremmo noi. Bisognerebbe aiutare a prescindere.

D: Si parla sempre di educare le donne fin da bambine, ma i bambini sono davvero più liberi?
R:
Questa è una cosa a cui penso spesso. Oggi secondo me crescere un figlio maschio è molto più difficile che crescere una femmina. Una bambina con lo skate è figa, ma se un bambino spinge un passeggino per strada si girano ancora tutti. Ed è ancora difficile per gli uomini muoversi in ambiti che per tanto tempo sono stati solo femminili. Un uomo ha problemi in azienda per la paternità, così come nell’uscire prima dal lavoro per andare a prendere i figli a scuola.

D: Ci vorrebbe un manuale su come crescerli allora!
R:
Sì, servirebbe molto di più. Il cambimento ci sarà quando saranno cambiati i maschi. Il fatto che le donne possano tutto ormai è sdoganato.

D: La diversità però non va imposta, come ha fatto quella mamma che ha vietato Barbie alla figlia spingendola a giocarci di nascosto con le amiche.
R:
Se per un compleanno una bambina riceve solo Barbie devi allargare gli orizzonti, sono la prima ad integrare con Lego o altri giochi, ma decidere a prescindere cosa faccia bene e cosa no è sbagliato, perché in questo modo crei frustrazione e un desiderio forte. Una bambina poi non vede nella Barbie quello che vediamo noi, la sexy bomb perfetta. È solo un oggetto di plastica a cui far fare delle cose. Se invece siamo noi a metterle in testa che quello è un ideale di corpo perfetto e che quindi non è un gioco educativo, anche lei comincerà a vederla come la vediamo noi.

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