20 Aprile Apr 2018 1927 20 aprile 2018

Cécile Kyenge: «Sto con le donne e #TowandaDem»

«Rappresentatività di genere? Dovremmo imparare dal Ruanda», dice l'ex ministra, che in politica ha scontato «il fatto di essere donna oltre che nera».

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Cecile Kyenge

Pensavamo fosse razzismo e invece era solo un vicino incazzato.
A grandi linee, e con un po' di ironia, si può riassumere così lo sterco-gate che ha convolto Cécile Kyenge, la quale si è vista imbrattare i muri della casa di Gaggio di Castelfranco da un vicino esasperato dal comportamento di Domenico Grispino, marito dell'ex ministro per l'Integrazione del governo Letta, restio a raccogliere dalla pista cliclabile e dalle strade del quartiere le feci del cane Zibi. Insomma, «un gesto di odio», come l'aveva definito fin dall'inizio Kyenge, oggi europarlamentare del Partito Democratico, ma non un raid razzista. E nemmeno una vendetta politica, visto che la casa imbrattata è addirittura tripartisan: Grispino ha infatti dichiarato di aver votato Lega al Senato e M5s alla Camera, e di ritenere «bollito» il Pd. Raggiunta da LetteraDonna, Kyenge ha preferito non commentare l'episodio, mentre ha fatto intendere di non condividere l'opinione del marito sul partito: «Si sentiva che il clima nel Paese non era sereno nei confronti del Partito democratico. Eravamo al governo e non potevamo fare promesse mirabolanti, giustamente. È fisiologico che chi governa si trovi penalizzato alle elezioni. Vedremo con i nuovi governanti se andrà così anche per loro».

DOMANDA: Dopo la disfatta del 4 marzo, il Pd è nella bufera. Cosa pensa dell'appello #TowandaDem lanciato dalle donne del partito, che ne 'sfiducia' i vertici (maschi)?
RISPOSTA:
Credo che le donne debbano avere la possibilità di accedere a posizioni di potere, alla pari degli uomini. Dunque ogni iniziativa in tal senso è ben accetta e la battaglia lanciata all’interno del Pd su questo tema deve essere estesa verso altri partiti, dove la questione della parità di genere è ancora tutta da affrontare. Il fatto è che il Pd si è dato regole di parità di genere nelle candidature e ha adottato l’inserimento alternato dei nomi nelle liste: diciamo che abbiamo difficoltà a determinare una parità elettiva.

D: Il neogovernatore della Lombardia Attilio Fontana ha detto che le donne sono meno interessate alla politica, che hanno meno voglia di emergere e che è per questo se poche vengono elette.
R:
Mah! Le ragioni per le quali le donne non sono proporzionalmente rappresentate nelle istituzioni si conoscono tutte. Non abbiamo bisogno di Fontana per capirle. Basti pensare che basterebbe fare una legge elettorale paritaria, stabilendo che la metà degli eletti devono essere donne, in rappresentanza della meta della popolazione, che è donna. E invece nulla. In materia di rappresentatività di genere, mi dispiace per molti che lo scopriranno in questa intervista, ma dovremmo imparare dal Ruanda, Paese enfant prodige dell'emancipazione femminile in tutto il mondo.

D: In quanto donna, durante la carriera politica si è mai sentita svantaggiata?
R:
Dipende. La politica è tutta una lotta all'interno delle istituzioni, dei partiti e della società. I tempi della politica militante sono spesso in conflitto con i tempi della famiglia, dunque in effetti la mia condizione di donna mi ha penalizzata rispetto a determinate circostanze politiche. E non è vero solo per me, ma anche per tante altreche, oltre a fare politica, devono portare avanti una famiglia.

D: Di sicuro ha subito molti attacchi. Qual è stato il peggiore?
R:
Difficile individuarne uno in particolare. Mi è capitato in alcune occasioni di subirne addirittura di fisici, oltre alla violenza verbale. Penso al lancio di uova e banane, in una situazione di tafferugli e concitamenti degni di una rivolta anarchica. Questi episodi in cui ho rischiato di essere assalita mi hanno davvero procurato spavento: non credevo che lavorare per l’universalizzazione di diritti immateriali come la libertà potesse portare a tale violenza. Però vado avanti lo stesso, anche per onorare tutte le altre persone che mi incoraggiano e che sostengono la causa politica e civile dell'uguaglianza, dell’accoglienza e dell’integrazione, con tutte le loro forze.

D: Possiamo dire che essere di colore ha peggiorato le cose, ma che anche essere donna (di successo) non l'ha aiutata?
R:
Innanzitutto, vorrei dire che sono fiera di essere nera. Poi, è vero, ho scontato anche il fatto di essere donna oltre che nera, come se fosse un aggravante: non a caso, parliamo di 'discriminazioni multiple'. D'altra parte la condizione femminile in tutto il mondo comporta un supplemento di fatica, e l'Italia non fa eccezione. Nell’ultimo decennio sono state elaborate e adottate misure e norme nazionali ed internazionali che tendono al superamento progressivo degli ostacoli di genere, ma c’è ancora molta strada da percorrere, soprattutto sul piano culturale.

D: A proposito di sessismo, cosa pensa degli attacchi subiti negli ultimi anni da Laura Boldrini?
R:
Penso che l'abbiano presa di mira fin troppo. Proprio lei, che rappresenta quella parte dell’Italia umanamente eccezionale. Lei, che ha rappresentato il nostro Paese in modo eccellente sia a livello internazionale sia a livello nazionale come presidente della Camera, meriterebbe una medaglia per la dignità con la quale ha portato avanti i compiti a lei affidati. Invece riceve da qualcuno degli insulti o, peggio ancora, l'incendio di fantocci che la raffigurano. Sono cose di una violenza inaudita.

D: Lei è stata ministro per l'Integrazione. A che punto è in Italia?
R:
Circa due decenni fa, l’Italia aveva imboccato la dritta via verso una integrazione di qualità, dal momento che aveva deciso di normare il fenomeno migratorio, definendo più chiaramente gli obblighi ed i diritti degli immigrati. Purtroppo, dalla Legge Bossi-Fini in poi, l’Italia ha via via perso la filosofia dell’integrazione che aveva iniziato a concretizzare, optando per un'impostazione securitaria sempre più penalizzante. C’è stato da allora un deterioramento dell'integrazione e il dilagare di sentimenti xenofobi, aggravati dalla crisi economica. Con la mancata adozione dello Ius Soli, infine, abbiamo mancato il più grande appuntamento con la storia. Occorrerà tornare a combattere insieme alle organizzazioni della società civile per riaffermare i diritti di cittadinanza dei migranti.

D: Lei è europarlamentare. C'è un Paese che, per quanto riguarda l'integrazione, potremmo prendere come modello?
R:
Lei mi chiede un Paese intendendo uno Stato. Ma io le rispondo con dei paesi, intesi come comuni italiani. Riace, Monteleone di Puglia, Acquaformosa, Caulonia hanno accolto i migranti e sono stati ripagati con grande generosità, tanto che si parla di una rinascita di questi contesti, un tempo ritenuti morti. Altre storie meravigliose di integrazione e accoglienza riguardano comuni come Nonantola e Torre Pellicce, dove i rifugiati e gli autoctoni hanno trovato nuove opportunità insieme, con benefici per la microeconomia locale. Queste esperienze mostrano che un buon governo dell'immigrazione può fare la differenza: coniugando solidarietà e benessere della popolazione che accoglie.

D: Proviamo ad allargare i confini...
R:
Se vogliamo proprio fare un paragone tra l’Italia e gli altri Paesi del mondo, la Palma d'Oro dell’accoglienza a livello globale andrebbe data ad alcuni Stati del Corno d’Africa o del Sahel, come il Niger, che addirittura attuano politiche di rilocalizzazione, concedendo anche pezzi di terra ai rifugiati accolti sul proprio territorio affinché possano stabilizzarsi: un gesto significativo che salva la dignità delle persone e le mette nelle condizioni di vivere una vita migliore, insieme ai cittadini autoctoni, contribuendo poi alla crescita della società accogliente. Del resto, una persona che si aggrappa alla casualità della sua nascita in una nazione per professare la segregazione rinnega anche la propria umanità e perde legittimità ancor prima che la legalità.

D: A tal proposito, cosa vedrebbe Matteo Salvini nel ruolo di premier?
R:
Ultimamente non sembra più molto interessato a fare il premier, ed è alla Presidente del Senato, Maria Elisabetta Casellati, che il presidente della Repubblica aveva dato il mandato esplorativo. Se Salvini sarà mai premier, ci dovremo aspettare ulteriori inasprimenti delle leggi sull’immigrazione, operazione ingiusta sia nei confronti degli immigrati, sia dell’Italia.

D: D'altra parte, come ha detto a Lettera43, «il razzismo della Lega non scompare con un senatore nero».
R:
È così, ma tengo a precisare che a Toni Iwobi ho fatto i miei complimenti per l'elezione a Senatore della Repubblica: rappresenta oggi un motivo di orgoglio per l’Italia, come è toccato a me ed a centinaia, forse più, di immigrati che hanno assunto cariche pubbliche nelle istituzioni italiane, da quelle locali a quelle nazionali. In più credo che la sua storia di lotta sia molto interessante, perché in casa Lega non deve essere sempre stato facile. Mi auguro che con la sua tenacia contribuisca a fare dell’Italia un posto migliore per tutti, a differenza del suo partito che ha fatto dell’esclusione e della xenofobia i propri marchi di fabbrica.

D: E per quanto riguarda il suo Pd, ritiene impossibile un'alleanza con il M5s?
R:
Mi ricordo sempre dell’approccio collaborativo e di dialogo di Pier Luigi Bersani prima, e di Matteo Renzi poi, nei confronti dei pentastellati. Tutti rimandati indietro a malo modo da chi ci riteneva allora attaccati alle poltrone. Ironia della sorte, le parti si sono invertite e con grande sorpresa sento il M5s invocare l’alleanza post-elettorale con il Pd. È una storia ridicola, ma non voglio essere quella che chiude le porte, perché la politica è un campo di compromessi. Ma credo che chiunque andrà al governo con il M5s rischi situazioni rocambolesche. Di sicuro le prime mosse dei cosiddetti vincitori lasciano molta preoccupazione, perché sembra di camminare al buio.

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