17 Aprile Apr 2018 1952 17 aprile 2018

Trieste, assume a tempo indeterminato una donna incinta: l'intervista

«Così torni qui perché sei importante». Mancava un mese alla fine del suo contratto. Il datore di lavoro non le ha chiesto di scegliere tra lavoro e maternità: storia di un'anomalia italiana.

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«Non mi aspettavo un riscontro del genere: pensavo fosse una cosa normale ma evidentemente non è così». Raggiunto da LetteraDonna, Christian Bracich, titolare della società di ingegneria meccanica e progettazione industriale Cpi-Eng, con sede a Trieste, non nasconde il proprio stupore: il 15 aprile è finito su Il Piccolo (e il giorno su numerose altre testate) per aver assunto a tempo indeterminato la responsabile marketing della sua azienda dopo che lei gli aveva comunicato di essere incinta.
«Mancava un mese alla fine del contratto. Allora le ho detto: 'Facciamo l'indeterminato, così vai in maternità con tranquillità, e poi torni qui perché sei importante», ricorda, raccontando tutto questo come se fosse la normalità, in un Paese in cui non lo è affatto, in cui le donne sono ancora costrette a scegliere tra avere un figlio e avere un lavoro.
La vicenda è venuta alla ribalta grazie all'altra protagonista della storia, Delia Barzotti, da quattro mesi mamma della piccola Ludovica, che dopo aver partorito ha goduto della maternità ha ricominciato a lavorare. Seconda anomalia della storia, in attesa di poter mandare la figlia al nido, Delia lavora solo due giorni a settimana. Con stipendio pieno, terza anomalia. E lo fa non presso l'azienda, ma in uno spazio di coworking a pochi passi, dove può affidare la piccola a un'educatrice.

PERSONE, NON NUMERI

Insomma, Christian Bracich dà l'idea di essere un 'capo' che sa venire incontro ai bisogni dei dipendenti: «Una volta che hai trovato una persona capace, devi fare di tutto per trattenerla. Se fai qualcosa per loro, poi le persone ti restituiscono qualcosa. Le aziende sono fatte di persone, non di numeri, contano i rapporti umani», spiega, lanciando una frecciata a qualche collega: «È una cosa che tanti imprenditori non capiscono, e infatti trattano le persone come oggetti. Sarà che forse ho una mentalità più aperta: non faccio nemmeno timbrare i cartellini!». Come spiega a LetteraDonna, lì tutto ruota attorno alla flessibilità, perché «l'importante è consegnare le commesse in tempo e il concetto delle otto ore di lavoro è superato». Insomma, conta quanto si produce e non per quante ore si produce. Un concetto condivisibile ma ovviamente adattabile solo a certe aziende. In ogni caso, sottolinea Bracich, «per quelle medie e grandi avere delle dipendenti incinte non dovrebbe essere un problema», soprattutto se ci fosse «la possibilità di creare spazi con educatrici e giochi per bambini».

POCHE, MA CONSIDERATE

Dal canto suo, Cpi-Eng è (per adesso) una piccola impresa, visti i 40 dipendenti. Le donne, come spiega il titolare, non sono certo la maggioranza, ma almeno sono trattate benissimo: «Sono cinque. Oltre a Delia ci sono l'ingegnere meccanico Vanessa e la responsabile degli acquisti Eleonora. Poi c'è Francesca, che è incinta e potrà godere dello stesso trattamento riservato a Delia. Infine Alessia, che ha un bambino di sei mesi». È arrivata da poco e, come racconta Bracich, dove lavorava prima non le volevano concedere il part time: «Queste donne con figli devono pur lavorare, no?». Eh sì. Ma vallo a dire all'Italia.

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