Elezioni 2018

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16 Aprile Apr 2018 1615 16 aprile 2018

Odetta Melazzini analizza la sconfitta del Partito Democratico

La vicepresidente della cooperativa sociale Accesso analizza le parole di Fontana contro le donne e il gay pride e parla della sconfitta elettorale.

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Odetta Melazzini Partito Intervista

Nella politica italiana c'è un certo ostracismo (eufemismo) nei confronti delle donne. Se da una parte le esponenti del Partito democratico sono arrivate a gridare #TowandaDem, 'sfiduciando' gli uomini del partito, dall'altra c'è chi non fa mistero di avere scarsa considerazione delle colleghe. Intervistato da Lettera43, a proposito del fatto di avere solo cinque donne tra gli assessori (16 in totale), il neogovernatore della Lombardia Attilio Fontana ha infatti dichiarato che molte di quelle inserite nelle liste «non hanno una grande volontà di impegnarsi, di emergere» e che «la donna deve essere scelta perché è un valore aggiunto, non per obbligo». Non è però solo una questione di Lega: dalla Giunta al Consiglio le cose non cambiano e, se possibile, peggiorano. I consiglieri sono 80, ma solo 21 donne. La 'quota rosa' del Pd ammonta a cinque elette su 16, mentre il M5s, che dovrebbe rappresentare la rottura nei confronti della vecchia politica, vanta una sola consigliera su 13. Si 'salva' (ma sono numeri troppo bassi per fare statistica) la lista civica Gori Presidente, con un consigliere e una consigliera. «Chiunque abbia fatto una campagna elettorale sa benissimo che i partiti puntano sempre su alcuni candidati di punta e sa altrettanto bene che nel 90% dei casi sono uomini», spiega a LetteraDonna Odetta Melazzini, che alle elezioni del 4 marzo correva proprio con questa lista e che, vicepresidente della cooperativa sociale Accesso, nel 2017 ha creato Za’atar, progetto di catering sociale per donne immigrate e rifugiate.

DOMANDA: Immagino non sia d'accordo con le parole di Fontana.
RISPOSTA:
Personalmente conosco tantissime donne in gamba che si interessano e che fanno politica. Mi fa impressione che un Presidente di Regione faccia tali dichiarazioni. Forse nel suo mondo le donne sono relegate alle segreterie, nel mio no. Inoltre, gli assessori possono essere scelti anche al di fuori degli eletti. Avrebbe potuto dare un segnale importante, ma non l’ha fatto.

D: Lo ha dato in un'altra direzione, annunciando che la Regione non patrocinerà il Gay Pride, in quanto «manifestazione divisiva». Si aspettava una dichiarazione del genere?
R:
Di sicuro non mi aspettavo parole progressiste. Fontana dice esattamente quello che il suo elettorato vuole sentirsi dire. Ma in che modo affermare dei diritti può essere divisivo? D'altra parte in questo clima politico reazionario non mi meraviglio di una tale presa di posizione. Comunque, ci sarà da capire se, invece, il patrocinio sarà concesso a manifestazioni come il Family Day, che nascono solo per andare contro qualcosa, invece che a favore. Attendiamo.

D: Rispetto al 2013 la coalizione di centrosinistra, che in questo caso appoggiava Gori, ha perso sei seggi.
R:
Le elezioni regionali sono andate male, è inutile raccontare favole. Non solo per un traino nazionale: evidentemente i lombardi hanno cercato la continuità con un governo di centrodestra che dura da più di 23 anni. Abbiamo cercato di raccontare una Lombardia diversa, ma in giro ho visto tanta disaffezione alla politica, tanto disinteresse.

D: E dal punto di vista personale, con la lista Gori Presidente, com'è andata?
R:
Ho preso sufficienti preferenze per essere soddisfatta del mio risultato personale da outsider, ma troppo poche per entrare in consiglio. Comunque sono felice della mia campagna elettorale, in cui ho potuto parlare di temi di cui mi occupo da anni, come antimafia, ambiente, mobilità, diritti degli animali, e portare un po’ di società civile nel dibattito elettorale.

D: Lei non è iscritta al Pd, ma ha appoggiato un suo candidato. Prima ha parlato di traino nazionale: si aspettava una disfatta del genere alle politiche del 4 marzo?
R:
Sì, perché purtroppo il Pd in questi anni ha smesso di parlare all'elettorato tradizionalmente di centrosinistra, che è via via migrato in un nuovo contenitore politico, ovvero il M5s. Sta di fatto che i partiti di sinistra hanno perso senza possibilità di appello.

D: Cosa dovrebbe fare il Pd per risollevarsi?
R:
Dovrebbe ripartire dai temi che storicamente sono del centrosinistra: lavoro, ambiente, welfare, diritti, cultura. Ripartire da questi temi, ma con un linguaggio comprensibile, potrebbe essere un nuovo inizio.

D: E per quanto riguarda il segretario, la guida del partito?
R:
Se il Pd vuole tornare ad essere un punto di riferimento per chi a sinistra non ha più casa politica, me compresa, forse dovrebbe pensare a personalità politiche come l’assessore Pierfrancesco Majorino oppure, perché no, pensare a una segreteria a due che possa unire le diverse anime del partito.

D: In generale, anche per cambiare la sua immagine, il Pd avrebbe 'bisogno' di avere alla sua guida una donna?
R:
Dipende. La guida di una donna non ha valore in sé, ma solo se inserita in un reale cambiamento politico. Di sicuro del Pd fanno parte donne molto meritevoli, ad esempio l’Onorevole Lia Quartapelle, che meriterebbero maggiore spazio nel dibattito interno al partito.

D: Dunque, cosa pensa del grido di battaglia #TowandaDem, lanciato nei giorni scorsi dalle donne del PD?
R:
Penso sia giusto farsi sentire. Allo stesso tempo, in ogni partito il cambiamento avviene realmente solo in occasione dei congressi: dal momento che le liste elettorali sono state fatte da qualcuno, esiste una responsabilità. E se la dirigenza non è stata in grado di dare spazio alle donne, va cambiata. Mi sembra molto semplice.

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