Elezioni 2018

Elezioni 2018

12 Aprile Apr 2018 1100 12 aprile 2018

Laura Puppato su #TowandaDem: «Un grido di dolore»

Tra le 400 firmatarie del documento contro la dirigenza al maschile del Pd c'è anche lei. Che ci ha spiegato le sue ragioni.

  • ...
Towanda Dem Laura Puppato

«L'idea è nata in modo informale, da un gruppo di persone che hanno lavorato insieme, che hanno a cuore il Pd e anche il futuro del Paese. Poi ci siamo trovate a Bologna e abbiamo steso questo documento su un tema che ci pare la conseguenza di un periodo in cui la capacità di portare avanti i valori della carta del Pd è venuta meno». Il documento in questione è la petizione #TowandaDem e il principale dei valori messi in discussione è la rappresentanza femminile («Towanda» è il grido di battaglia di Evelyn nel film Pomodori verdi fritti). A parlare è l'ex senatrice Laura Puppato, prima avversaria e poi avvicinatasi a Matteo Renzi, che raggiunta da LetteraDonna si è dimostrata più che disponibile a parlare dell'attacco sferrato dalle donne del Partito Democratico al gruppo dirigente, reo di aver tradito la storia del Pd: «Oggi vediamo partiti politici un tempo indifferenti al tema avere molte rappresentanti femminili: è merito nostro, che abbiamo piantato questo 'seme'. Ma siamo riusciti a 'contaminare' gli altri e a dimenticare noi stessi».

DOMANDA: La domanda è d'obbligo e maliziosa. Lei non è stata rieletta: avrebbe firmato lo stesso il documento se fosse ancora in Senato?
RISPOSTA:
Sì, non c'è niente di personale. Né da parte mia, né da parte delle altre ex senatrici: c'è chi non si era nemmeno candidata, chi come me l'ha fatto per senso di servizio. Oggi ho incontrato un avvocato che mi ha trovato ringiovanita! Forse la vita fuori dalla politica, quella parlamentare almeno, mi sta facendo bene, perché sostenere certi ritmi è difficile.

D: Era solo malizia, appunto. Tra l'altro le 'ex' non rappresentano nemmeno la maggioranza delle firmatarie.
R:
Sì, perché il documento ha raccolto le firme di tutti. È un grido di dolore che si è espanso a macchia d'olio e che attesta un sentimento comune per l'inversione che abbiamo avuto con queste elezioni per quanto riguarda alla rappresentanza di genere. Tra l'altro, è nato come un'iniziativa tutta al femminile, ma ci sono anche un centinaio di esponenti maschi del partito pronti a firmarlo.

D: Ma l'effetto flipper non era prevedibile?
R:
È colpa di quello, delle pluricandidature, del fatto che i segretari regionali e provinciali non abbiano avuto voce in capitolo. Si sono sommati errori su errori, senza valutare le conseguenze. Le liste sono state fatte in modo sbagliato, senza considerare rappresentanza territoriale, competenza, genere e storia politica.

D: Dunque la colpa è soprattutto di chi ha stilato le liste?
R:
Diciamo che siamo di fronte a scelte non condivise. Troppa fretta? Forse, ma per altre cose il tempo è stato trovato. Chi ha avuto l'onore e l'onere di stilare le liste lo ha fatto senza confrontarsi con i territori. E con le candidature multiple abbiamo ceduto decine e decine di ruoli.

D: E lei come ha perso il suo seggio in Senato?
R:
Nel mio collegio delle quattro province di Belluno, Venezia, Rovigo e Treviso, dove ero al secondo posto del plurinominale, il Pd ha raggiunto il 21,1%. Ma con questo meccanismo elettorale abbiamo ottenuto solo un senatore, perdendo il secondo. Che ero io. Questo a vantaggio di Fratelli d'Italia, che si è fermato al 3,9%.

D: Immagino che non sia entusiasta della legge elettorale.
R:
Quando è arrivata in Parlamento ho detto che non mi piaceva, ma d'altra parte aveva i numeri, cosa potevamo fare? Ho solo detto al mio capogruppo di avere garanzie che ci sarebbero state le primarie, grande mezzo di democrazia, ma poco usato. Utilizziamolo per il 70-80% degli eletti, ma facciamolo, diamo voce ai cittadini. Non ha senso invocare il 100% perché una segreteria politica ha il diritto di indicare figure di cui vuole circondarsi, per varie ragioni. Ma è invece inaccettabile che le ragioni della segreteria nazionale divengano esclusive rispetto a qualsiasi altro valore, perché a quel punto tutto perde senso. E noi, rispetto ai grillini, non lo avremmo fatto con dieci clic, ma con numeri veri.

D: A proposito, per quanto riguarda i capigruppo il M5S ha una donna e Forza Italia due. Il Pd ha scelto due uomini.
R:
Questa è la fotografia della nostra regressione, del meccanismo di emarginazione femminile che c'è stata nella nostra politica, difficile anche da smentire, perché i numeri parlano chiaro: ma è da qui che dobbiamo ripartire per tornare a essere un faro della democrazia.

D: Senta, tornando alla petizione: ma alla fine le quote rose non sono una specie di 'uguaglianza imposta'?
R:
Questo è un tema superato. Non stiamo affatto dicendo che dobbiamo costruire una certa mentalità, ma che dobbiamo recuperare la nostra storia. Su certe tematiche il PD era anni luce avanti agli altri e ora è rimasto indietro. Dobbiamo far sì che non ci sia la riproposizione dei meccanismi che hanno portato a questi risultati, perché alla fine c'è stata una perdita secca, anche del lavoro fatto su temi molto importanti.

D: In generale, come si spiega la disfatta del Pd?
R:
Da una parte ci sono state deficit interni e liste sbagliate. Dall'altro, abbiamo subito un attacco populista molto forte, fatto di slogan efficaci e promesse difficili da mantenere: basti pensare a quelli della Lega su legge Fornero e immigrazione, oppure al M5s e al reddito di cittadinanza. Per non parlare della diminuzione delle tasse. Gli altri toccano la pancia delle persone, illudendole con promesse facili, con soluzioni veloci. L'elettorato del Pd è invece più esigente.

D: E Renzi quante colpe ha?
R:
Faccio molti incontri con i cittadini, con i nostri elettori, e so che Renzi è un tema molto sentito. Ormai è vittima di una specie di maledizione, che ritengo ingiustificata: ha un carattere particolare e questo è noto a tutti, ma ci ha fatto lavorare molto e anche bene. Il problema è che il suo atteggiamento e la sua campagna elettorale hanno portato negatività.

D: Queste consultazioni infinite come si concluderanno?
R:
Ho un'unica speranza: che rimanga Gentiloni e che Mattarella trovi una soluzione, perché l'unico che possa fare da garante per il PD è lui. Salvini e Di Maio sono improponibili per l'Italia. E ho la sensazione che da parte ci certi soggetti non ci sia la consapevolezza di ciò che vuol dire essere al governo, con una situazione internazionale così calda e con il nostro debito pubblico. Mi sembra che la politica sia rimasta agli slogan delle campagne elettorali. Una specie di sparatoria all'O.K. Corral, ma con espressioni verbali a metà tra osteria e asilo.

D: Deduco che ritenga da escludere un'alleanza con il M5s.
R:
Ci hanno detto che siamo collusi con la mafia e che abbiamo le mani sporche di sangue, puntando non proprio sui contenuti. Ma diciamo che possiamo superare questi atteggiamenti. Quello che rimane è che Di Maio non può dire che Lega e PD sono uguali, perché questo significa che il M5s non ha bisogno di una coalizione, ma solo di una sponda che accetti di attuare politiche anche non condivise. Si chiama richiesta di compartecipazione a un potere e onestamente la cosa è indigeribile.

D: Insomma, non ha una grande opinione di Di Maio.
R:
Esatto, perché destra e sinistra sono diverse, hanno storia e valori diversi, possono coesistere ma oggi non vedo elementi che possano portarci sulla stessa barca. Anche perché il comandante, Di Maio appunto, non mi trasmette affidabilità, serietà e credibilità. Un partito con una grande storia come il nostro deve stare molto attento agli accordi che fa.

D: E alla guida di un partito come il vostro, quanto ci starebbe bene una donna?
R:
Benissimo e infatti avevo chiesto che figure come Anna Finocchiaro, solo per fare un esempio, potessero essere usate in ruoli di rilevo. Abbiamo donne che politicamente non hanno niente da invidiare agli uomini, ricche di esperienza, affidabili e competi. Valori che considero importanti: come si può essere Presidente del Consiglio senza aver mai ricoperto un incarico importante? Chi metterebbe a capo di un'azienda il primo che capita?

D: Ecco, a proposito, un premier donna quando lo vedremo?
R:
Siamo già in ritardo di 70 anni, dobbiamo aspettare ancora? La prima ministra donna fu Tina Anselmi, nel 1979: all'epoca cambiò e fece molto, su certi temi come la legge sulle pari opportunità sul lavoro fu determinante. Ma erano già passati 33 anni dal referendum. Ma siamo conservatori e ci piace lo status quo. Ormai non c'è più nemmeno la statistica e ogni margine di casualità è stato superato: siamo in ritardo con la storia.

D: Diamoci dieci anni. Troppi?
R:
Facciamo dieci mesi! Almeno provare... vogliamo dare il Paese a Di Maio, che non ha fatto niente in tutta la sua vita?

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Correlati

Potresti esserti perso