6 Aprile Apr 2018 0915 06 aprile 2018

Terremoto L’Aquila: la ricostruzione che fatica e il ricordo di chi c’era

La testimonianza di Vanni Biordi, speaker di un'emittente radiofonica locale. Che quella notte era lì.

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Terremoto Aquila

Agli aquilani non piace parlare di terremoto, almeno non nei termini consueti con cui ogni anno si scava tra le macerie di quello del 6 aprile 2009 alla ricerca di una storia che per un giorno diventi «la storia», quella capace di rappresentarle tutte: 309 morti, 1500 feriti e 10 miliardi stimati di danni. Esclusi quelli del cuore, s’intende, incalcolabili.
«La storia» commovente, disperata, ingranaggio di un plot strappalacrime e non semplice sfumatura qui non la troverete. Perché nonostante la tragedia, all’Aquila c’è stato anche altro, da subito. E il terremoto si è trasformato in un collante e uno stimolo a fare. Per rimettersi in piedi.

LA BUROCRAZIA FRENA LA RICOSTRUZIONE

A nove anni dal sisma la ricostruzione ha due facce, spedita nelle periferie, macchinosa nel centro storico. Me lo spiega Vanni Biordi, speaker di Radio L’Aquila, toscano di nascita, aquilano da 35 anni. «Fuori è più facile, ma manca l’agorà, così si rischia di creare una scatola vuota, eppure i fondi ci sono. Ci vorrebbe qualcuno con le palle che dicesse: «Qui si fa così, qui cosà», invece no. Colpa della burocrazia, le gare di appalto sono tutte bloccate, il 90% del centro è vincolato dalla soprintendenza, quindi è sicuramente più facile costruire un palazzo nuovo che ristrutturarne uno vecchio. La ricostruzione privata (quella degli appalti affidati direttamente ai cittadini, con fondi pubblici, ndr), invece procede, quindi magari capita di vedere un palazzo bellissimo rimesso a nuovo e accanto uno ancora in macerie». Ovvio che poi ci sia rabbia e poca voglia di raccontare quando il calendario riporta a quella notte.

Vanni Biordi.

L'ESIGENZA DI DOVER FARE QUALCOSA

«Ho vissuto l’emergenza nella tendopoli di Collemaggio, organizzata dalla regione Toscana e dalla Protezione Civile, un’esperienza straordinaria nonostante la drammaticità del momento e le difficoltà vissute da chi come me si è ritrovato da un giorno all’altro senza una casa, senza sapere dove andare», prosegue Vanni, che non ha mai pensato di andarsene e ricominciare da un’altra parte. Una scelta condivisa con tantissimi altri, compresi quelli che per colpa del sisma sono diventati pendolari, la notte a dormire sulla costa, il giorno tra le macerie, per rendersi utili, ricostruire. «Questa città mi ha dato tutto, un lavoro, l’amore, dovevo fare qualcosa anch’io», aggiunge Vanni con la voce forgiata da anni in onda, le parole scolpite una a una senza nessuna inflessione dialettale, lucide, ripensando alle ore più dure, anche se quella più dolorosa, «terremoto», non la dice mai. Resta tra noi, fantasma, presenza evocata. Diventa «tragedia», «dramma», «quella sera».

QUELLA NOTTE

Quella sera Vanni era sveglio perché il 5 aprile è il suo compleanno. «Ero in un locale, un amico mi aveva fatto uno scherzo: «Vieni a fare una serata», mi aveva detto. Invece avevano organizzato una festa a sorpresa, dovevo bere un flûte per ogni anno. Sono andato via passando per la piazza. C’era un clima surreale, pieno di gente, all’una un’altra scossa forte, l’ultima prima di quella distruttiva. Si respirava isteria perché erano mesi che le scosse si succedevano, le persone erano già molto provate psicologicamente. E poi mi ricordo i ragazzi, gli studenti, tanti, chiamavano casa per rassicurare le famiglie. Non mi sono spogliato, una cosa insolita perché io di solito quando rientro mi metto le pantofole. Erano le 3.15, lo ricordo come fosse oggi. Ho acceso il computer e sono andato su Facebook per ringraziare degli auguri. Nemmeno il tempo di rispondere al commento di un’amica e scrivere: «Va tutto bene, ormai siamo abituati», che si è scatenato il finimondo. Io ero sveglio, ma alcuni sono stati colpiti nel sonno da suppellettili, altri cadaveri, tanti, avevano la bocca aperta, sono morti soffocati dalla polvere, è una cosa terribile, allucinante. Lì per lì ho pensato che fosse finito tutto, che non ci fosse più un domani, non pensi ad altro, poi la mia testa mi ha preso a schiaffi: 'Dai una mano', mi ha detto. Abbiamo organizzato aree di accoglienza. Mi è tornata in mente l’Irpinia, «poveracci» dicevamo a quei tempi, ma non comprendi quello che significa fino a quando non tocca a te. A me non servono consigli, serve una mano, sono uno che si rimbocca le maniche, così siamo ripartiti».

UNIRSI INTORNO A UNA RADIO

Tra le prime cose a rinascere all’Aquila in quella primavera di nove anni fa proprio la radio, 12 giorni dopo il sisma. Non più nella sede storica di via dell’Indipendenza, una traversa della centralissima Piazza Duomo, ma in una postazione di fortuna, come tutto in quei giorni. Dai colleghi di tutta Italia arrivano cuffie, amplificatori, microfoni, il necessario per andare in onda. Cambia lo scopo, non più intrattenimento ma informazione costante, dalle 8 alle 13, dalle 14 alle 20. «La gente ci chiedeva tutto, da come trovare le medicine, agli assorbenti, da cosa fare in caso di nuove scosse forti a dove mangiare, fino al cibo per cani e gatti. Sembra una sciocchezza, ma esistono persone legate a persone e persone legate agli animali, anche quello è stato un problema. Tutte cose quotidiane che siamo abituati ad avere e che all’improvviso sono diventate straordinarie e difficili da reperire».

COME UN BOMBARDAMENTO

Il momento più difficile? «Dire a una donna che la sorella era morta, perché noi avevamo anche la lista di chi ce l’aveva fatta e di chi no. Non me la sentivo, però alla fine ho dovuto dirglielo. Siamo dovuti diventare anche un po’ psicologi. Non è stato solo un terremoto, è stato come vivere un bombardamento, che continuava, e che continua (l’ultima scossa nella notte tra il 30 e il 31 marzo scorsi, 3,9 gradi Richter, ndr)». L’approccio, spiega Vanni, è sempre stato positivo e propositivo. «'Buongiorno dalla città più bella del mondo', dicevamo ogni mattina, è diventato il nostro slogan. «Siete pazzi», obiettò qualcuno. Eppure per molti è stato un conforto, la gente aveva bisogno di questo, di una spalla. A distanza di tempo una signora mi ha incontrato e mi ha detto che le faceva piacere. Mi ha ringraziato perché la mattina aveva bisogno di sentire quelle parole. Era la cosa giusta da fare».

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