30 Marzo Mar 2018 1824 30 marzo 2018

Maria Antonietta racconta Deluderti, il nuovo album

Un lavoro nato dalla rabbia, dalla vicinanza alla bellezza e da una sottile idea di intimità. In uscita il 30 marzo.

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Maria Antonietta Deluderti

Maria Antonietta torna dopo quattro anni prendendosi la libertà di deludere. No, nessun giudizio negativo sull'album in uscita il 30 marzo, Deluderti: semplicemente, la cantautrice pesarese, vero nome Letizia Cesarini, si è resa conto che la delusione può diventare un atto liberatorio e, attorno, ci ha costruito il suo personale concept album. «Il tema su cui mi sono concentrata è stato appunto quello dell'aspettativa e, di contro, della delusione, che spesso è il modo migliore per scardinare tutte le proiezioni che quotidianamente ci vengono messe sulle spalle, spesso anche da noi stessi», spiega a LetteraDonna. Una presa di coscienza, la sua, nata nel buen retiro di Senigallia, nella casa di campagna circondata dai meli, dagli olivi, dai cipressi, dalle siepi di salvia, dal gelsomino e dalle api.
Uno spazio sicuro, immune dal concetto di aspettativa e delusione, astratto dalle contingenze di tutti i giorni. È qui che Maria Antonietta ha trascorso la maggior parte degli ultimi due anni: «Ho letto tantissima poesia e la frequentazione intensiva della bellezza mi ha costretta in qualche modo a parteciparne, scrivendo di nuovo delle canzoni».

DOMANDA: Da un ambiente così pacifico sono però nati testi dove si possono leggere rabbia e voglia di rivalsa. Ti rivolgi a qualcuno in particolare, visto che parli spesso a una seconda persona, a un 'tu'?
RISPOSTA:
Nei miei testi c'è sempre sicuramente molta rabbia, sarà perché sono una ragazza timida e spesso le persone timide non si permettono di essere arrabbiate. Ma la rabbia è un sentimento potente che se gestito produttivamente è vitale, dunque io cerco di sfruttarla il più possibile. Quanto all'identità del 'tu', diciamo che è un segreto professionale e che non voglio rivelarla (ride, ndr).

D: Mi pare di capire che i tuoi testi nascono spesso di esperienze personali.
R:
Sì, tendenzialmente sì. Poi ovviamente non siamo in un reality show, quindi c'è sempre una mediazione, una costruzione, ma questo non minaccia la sincerità: semplicemente cerco di ampliare la visuale, di evitare l'autoreferenzialità perché è sempre un rischio. Il passo deve restare ampio, così come l'orizzonte.

D: È più facile 'raccontarsi' in italiano, piuttosto che in inglese?
R:
Per forza: l'italiano è la mia lingua ma, soprattutto, quella che parlano le persone a cui mi sto rivolgendo. Se il tuo focus sono i testi e fai musica in Italia, mi sembra abbastanza lineare adottare l'italiano.

D: Nel panorama italiano, anche indie, ci sono più uomini che donne. Per quale motivo secondo te?
R:
Le donne hanno spesso l'ossessione della perfezione, io per prima, e cimentarsi con un'attività creativa è cimentarsi con l'imperfezione, con cose che evolvono, crescono, cambiano, che non puoi gestire né controllare fino in fondo. È un'attività che ti mette perennemente in crisi, in cui bisogna essere anche abbastanza forti per reggere ai commenti costanti sul tuo aspetto fisico, sulla tua sessualità, su tanti aspetti che con le canzoni non hanno nulla a che fare, alle critiche basate su stereotipi e cliché.

D: Hai accennato a sessismo e maschilismo. Durante la tua carriera hai mai ricevuto proposte indecenti, magari da qualche discografico?
R:
Commenti e insulti sessisti a bizzeffe, ma proposte non gradite diciamo di no.

D: Il 2017 è stato l'anno di #MeToo, Time's Up e #QuellaVoltaChe. Che ne pensi di questi movimenti?
R:
Sensibilizzare e rendere percettibile il fatto che le molestie e le violenze esistano e siano più diffuse di quel che si creda è un bene. Credo che comunque ognuna debba trovare il suo modo di relazionarsi con ciò che ha subito.

D: A proposito di 'subire', tra le tue fonti di ispirazioni ci sono figure tormentate e che, spesso, hanno fatto una brutta fine. Come Maria Antonietta, ovviamente, ma anche Giovanna d'Arco. Perché ti affascinano così tanto?
R:
Perché sono attratta sostanzialmente da tutte le figure femminili forti e volitive, dalle donne che hanno cercato di realizzarsi e realizzare qualcosa in questa vita. Sul braccio destro ho anche un grande tatuaggio che ritrae, appunto, Giovanna d'Arco.

D: La Pulzella d'Orléans ci porta direttamente alla storia medievale e alle sante, altre due tue grandi passioni. Come nascono?
R:
Le sante sono, per l'appunto, figure femminili forti e volitive dotate di grande fiducia e coraggio, dei modelli positivi che mi ispirano a non essere mediocre in quello che faccio e in quello che sono, che mi spronano ad essere migliore. In generale ho una passione per la società e la storia medievale, nata grazie a mio padre, che dipinge icone sacre medievali e che è uno studioso dell'arte di quel periodo.

D: Tale padre, tale figlia insomma. Al punto che, recentemente, ti sei laureata in storia dell'arte. Complimenti. Di cosa parlava la tesi?
R:
Grazie! La tesi era dedicata ad alcune pratiche sommerse della creatività femminile,a certe tattiche quotidiane di resistenza creativa: ho esplorato reliquiari realizzati dalle monache di clausura, album visivi realizzati a collage da donne vittoriane, il merchandising delle suffragette cucito e ricamato a mano dalle stesse aderenti... 110 e lode (ride, ndr)!

D: Nel singolo Pesci citi Alda Merini: «Perché chi mangia dolore mangia sempre solo in questa vita». Un'altra tua grande passione è la poesia.
R:
Sì, anche se devo ammettere che Alda Merini non è in realtà tra le mie preferite. Ci sono autrici che conosco e che amo molto di più. È stato un po' strano inserirla nel testo ma, si sa, la vita è misteriosa.

D: Presentando l'album, hai indicato infatti tra le tue fonti di ispirazioni Cristina Campo, Fernanda Romagnoli, Emily Dickinson e Sylvia Plath. Ti va di indicarci, per ognuna, la tua poesia preferita?
R:
Di Cristina Campo amo molto Elegia di Portland Road, di Fernanda Romagnoli Rito, di Emily Dickinson direi Io canto per riempire l'attesa, di Sylvia Plath Io sono verticale.

D: Tutte donne, comunque. I poeti non riescono a trasmetterti le stesse emozioni?
R:
Nel 2017 attorno a queste figure femminili ho costruito il reading Letture perché volevo ricostruire una specie di genealogia, quindi la mia passione per loro è più nota. Ma tra i miei autori di riferimento ci sono anche Boris Pasternak, Rainer Maria Rilke, Sandro Penna e Arthur Rimbaud.

D: Alla fine scrivere canzoni è scrivere in versi. Dopo l'esperienza di Letture conosceremo anche una Maria Antonietta poetessa?
R: In effetti scrivo poesie da un paio di anni. Mi piacerebbe molto se accadesse.

D: Dalle ispirazioni storiche a quelle musicali: quali sono gli/le cantanti che ti hanno ispirato?
R:
Sono partita dai gruppi del movimento riot grrrl, i gruppi punk femminili americani dei primi Anni '90 come Bikini Kill, Babes in Toyland, Hole, poi sono approdata attraverso un filo femminile ai girl group degli Anni '50 e '60, come Ronettes, Shirelles, Shangri Las e così via. Al momento la mia artista del cuore è Lana Del Rey.

D: Il tuo primo concerto?
R:
I Placebo, in terza media.

D: E tu, che sembri una cantante molto 'intima', come ti trovi nella dimensione 'live'?
R:
Mi piace, la trovo gratificante, reale. Quanto all'intimità, la realizzi con davanti una persona o mille: non cambia, se tu resti trasparente. Certo, non è sempre facile.

D: Al momento sei indie, anzi sei il prototipo della cantante indie. Cosa ne pensi degli indie che alla fine vanno a Sanremo?
R:
Se mi dici che sono indie mi fido. Ma non so cosa significhi nei fatti questo termine. Per me essere indipendente significa non scrivere canzoni con lo scopo primario di intercettare il mercato o denaro. Se lo intendi così mi onora. Comunque, le etichette mi hanno fatto sempre sorridere, per me chiunque può fare qualsiasi cosa. Se mi inviti e io posso fare me stessa e suonare le mie canzoni non credo ci sia alcun problema: non sono ideologica e diffido di chi lo è.

D: E degli 'alternativi' che diventano giudici di X Factor, tipo Levante?
R:
Guarda, non sono io che devo giudicare le scelte degli altri, ognuno fa i conti con se stesso e con quelle che sono le sue priorità e i suoi obiettivi, facendo ciò che lo fa sentire in pace e sereno. Mi sentirei a disagio e fuori contesto, ma probabilmente non mi inviteranno mai, quindi non si porrà la questione (ride, ndr).

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