18 Marzo Mar 2018 1132 18 marzo 2018

Aya Homsi: «Racconto al mondo occidentale la guerra in Siria»

Attivista nata in Italia da genitori siriani, ha i parenti nel suo Paese di origine. «Il problema non sono solo le stragi pesanti: il conflitto è quotidiano».

 

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Aya Homsi Siria (2)

Scrivono che il Ghouta sia il nuovo campo di battaglia della guerra in Siria quando in verità, nei pressi dell’area che circonda la città di Damasco, si combatte e si muore dal 2013.
La chiamano guerra. Ma se per guerra si intende l’equazione: bombe contro bombe, allora non lo è per niente. Perché se da una parte il regime attacca con tutte le armi possibili e immaginabili, comprese le cosiddette barrel bombs imbottite di esplosivo, chiodi e ferraglia, dall’altra gli attivisti, che possono contare solo su loro stessi, non sono certo in grado di rispondere con la stessa potenza di fuoco. Per il regime, si tratta di lotta al terrorismo. La realtà dei fatti però racconta esattamente l’opposto: a portare il terrore nella civiltà, quel poco che ne è rimasto in Siria, è proprio l’esercito di Bashar Al Assad. «Che manda i soldati a prelevare casa per casa i ragazzi che non vogliono rispondere alla chiamata alle armi minacciandoli di morte o violentando le donne della loro famiglia». Tutto vero. Ma quello di Aya Homsi, giovane siriana nata in Italia da genitori siriani, non è un appello. Del resto non è servito a niente quello decisamente più forte lanciato poco più di un anno fa dalla giornalista arabo israeliana Lucy Aharish, che denunciò in diretta, sulla tv di stato di Tel Aviv, la crisi siriana usando queste parole: «Ad Aleppo è in corso un Olocausto. E il mondo se ne sta a guardare senza fare nulla».

TRAMITE AYA, LA SIRIA CHIEDE AIUTO

Dicevo che non è un appello quello di Aya. Nè un grido di allarme o di aiuto. Trent’anni, mamma, cresciuta a Bologna e ora residente a Padova, lavora per un progetto ministeriale chiamato «Sprar», che sta per Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati. «L’appello di quella giornalista arrivò verso la fine del 2016, contemporaneamente a diverse manifestazioni in tutto il mondo a favore del mio Paese» spiega Aya a LetteraDonna. E aggiunge: «Io stessa organizzai alcuni flash mob in Italia. Ma ormai è passato più di un anno e non è cambiato proprio niente. In sincerità non so più cosa occorra al mio Paese, quale possa essere un aiuto vero. L’unica cosa che personalmente posso fare, ed è quello che faccio, è cercare di far sapere al mondo occidentale che cosa succede in Siria». Lo fa ogni giorno, Aya. Riceve le testimonianze di chi vive ancora a Damasco, nel Ghouta, o ad Aleppo, le traduce e le pubblica sui social network, Facebook in particolare, sulla pagina Vogliamo la Siria libera. E così, scorrendo il suo profilo si può leggere il grido di aiuto di Bassam Khabieh: «Il regime di Assad utilizza cloro, fosforo, napalm, barili, raid aerei russi e siriani contro i civili di Hamuriya, Saqba e Madiara. Le ambulanze non riescono più a muoversi a causa dei bombardamenti che hanno colpito le strade principali. Dozzine di bambini e donne soffocano nelle cantine in attesa di coloro che verranno a salvarli». Si può guardare la fotografia della piccola Hala, morta perché colpevole soltanto di essere nata a vicino Damasco. O la storia di Zuhair, giovane attivista ucciso mentre cercava di portare della farina alla famiglia, rimasta senza.

DOMANDA: Aya, tu sei nata in Italia da genitori siriani. Ma hai ancora tanti parenti nel tuo Paese di origine.
RISPOSTA:
Mio nonno si trova là. Non vuole fuggire. Ama troppo il suo Paese per lasciarlo in mano ai terroristi o ai militari. Con lui c’è anche mia zia, è anziana, ha un handicap alla gamba e fa fatica a camminare. Un anno e mezzo fa le hanno bombardato la casa ad Aleppo ma per fortuna era fuori, quando è successo. Infine mio zio, malato anche lui, avrebbe bisogno di fare la chemioterapia ma da tempo ha dovuto interrompere le cure. Mia cugina invece è morta tre anni, fa, annegata al largo delle coste della Grecia e della Turchia. Aveva 40 anni.

D: Anche loro contribuiscono a farti arrivare le notizie dai luoghi del conflitto?
R:
Diciamo che sono troppo impegnati a sopravvivere, considerato il fatto che hanno anche una certa età. Le testimonianze che raccolgo, con l’aiuto di altri volontari e altri siriani sparsi per l’Italia, provengono soprattutto dagli attivisti più giovani, sempre meno per la verità, che se non sono impegnati a improvvisarsi infermieri, svolgono un enorme lavoro di informazione dall’interno del paese. Noi prima verifichiamo le fonti, poi traduciamo, infine pubblichiamo.

D: L’impressione è che adesso si combatta soprattutto nel Ghouta.
R:
Impressione sbagliata. In quell’area si spara o si scappa da cinque anni. Il problema è che si parla di Siria ormai solo quando si verificano stragi pesanti. Il conflitto purtroppo per noi è quotidiano, dura dal 2011 e l’abitudine, si sa, rende la gente indifferente. So bene di non dire nulla di nuovo, questo vale per tutte le guerre, non solo quella siriana.

D: Perché hai detto che gli attivisti sono sempre di meno?
R:
Perché di solito sono i più giovani a mettersi in contatto con noi o comunque a pubblicare i fatti che la stampa del regime nasconde. E prima o poi per questi ragazzi arriva la chiamata alle armi. A quel punto rimangono solo due scelte da fare.

D: Arruolarsi significa obbedire all’ordine di distruggere tutto ciò che fino a quel momento hai amato e protetto.
R:
Proprio così, quindi l’alternativa è fuggire. O uccidi o scappi. I militari vanno a prendere casa per casa i giovani che non rispondono alla chiamata alle armi. Cercano di convincerli, per farlo sequestrano i genitori, i fratelli o le sorelle più piccole, nella migliore delle ipotesi.

D: E nella peggiore?
R:
Le donne vengono violentate dai soldati. Il modo più comune per colpire un uomo che non si arruola e che diserta l’esercito governativo è entrare in casa sua e violentare la moglie, le figlie, la madre. Lo sfruttamento del sesso come arma di ricatto, roba da Medioevo, è diffuso da anni in Siria. Ma anche di questo purtroppo si parla poco. Come troppo spesso si tace sulle donne violentate come merce di scambio per avere qualunque mezzo di sussistenza, da un pezzo di sapone a un tozzo di pane. Tenete conto che un pacchetto di sigarette può arrivare a costare fino a 400 euro.

D: Chi scappa dove va?
R:
I siriani che arrivano in Italia godono solitamente dei corridoi umanitari (verso la fine di gennaio ne sono arrivati 30, in aereo da Parigi, soprattutto donne e bambini, ndr). Chi invece cerca di scappare in barca è costretto ad attraversare Turchia e Grecia via mare. Poi risale l’Europa dell’Est, ci prova perlomeno, di solito per raggiungere la Germania, i più fortunati possono arrivare fino in Svezia.

D: Essere accolti in Italia nel periodo in cui l’immigrazione è uno dei temi più trattati, con toni anche piuttosto forti, da campagna elettorale insomma, non è proprio il massimo.
R:
Ma per loro è il paradiso: un Paese democratico è il sogno di tutti i siriani. Un posto dove esiste la libertà di poter parlare, di poter dire: «Questo mi piace» o «Questo non mi piace» è un traguardo inimmaginabile per la mia gente. In Siria si è costretti a cantare a favore del regime, ad accettare che, dopo Dio, esiste solo il dittatore Assad. Ai bambini delle scuole, le poche rimaste in piedi, spesso viene chiesto di disegnare i propri sogni e sui loro fogli c’è solo la guerra, i carri armati, i cadaveri. Perché va così: un bimbo nato nel 2011 e che vive questo conflitto da otto anni può solo sognare di prendere le armi e proteggere ciò che gli è più caro, un genitore, un fratello, o anche soltanto un giocattolo.

D: Che cosa si può fare per il tuo Paese? Quale può essere l’aiuto più immediato di cui la Siria ha bisogno?
R: Non so dare una risposta, davvero. Di sicuro quello dell’Onu è stato l’intervento più inefficace e inutile in assoluto. Come quello dei Paesi che si dicono alleati e non solo. Turchia, Stati Uniti, Russia, Arabia Saudita, Libano. Sono tutti uguali. Non c’è nessuno meglio di altri. Questi Paesi agiscono ognuno secondo il proprio interesse. Ecco perché sbloccano i loro aiuti umanitari solo se ottengono qualcosa in cambio.

D: Possibile che non ci siano soluzioni?
R:
L’aiuto più importante arriva da chi continua a resistere, da chi si batte per un posto in più in ospedale, per una nuova scuola o da chi lotta per far giungere più medici possibili nelle zone colpite. Ad Aleppo, per intenderci, non esistono più strutture sanitarie ricettive in questo senso. Questa è la gente di cui la Siria adesso ha bisogno.

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