15 Marzo Mar 2018 1037 15 marzo 2018

Paolo Longarini si racconta papà nel libro 'Tutte le prime volte'

Il suo terzo lavoro parla, tra ironia e profonda leggerezza, del rapporto con le sue figlie Chiara e Irene. «Devi essere il loro pavimento, non le loro pareti». L'intervista.

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Paolo Longarini

I titoli, a volte, ingannano. E Tutte le prime volte. Educazione sentimentale di un padre e delle sue piccole grandi donne (Harper Collins Italia) il terzo libro di Paolo Longarini, sulle prime dava l’idea di essere un manuale d’uso, uno di quei testi pesantissimi scritti da chi ha scoperto il segreto della genitorialità e detta le regole ai neofiti della categoria, magari sull’orlo di una crisi per mezza linea di febbre. Invece sono stata travolta dalla carica ironica di un volume che non vuole insegnare niente a nessuno, ma racconta, con leggerezza, la storia personalissima di un padre alle prese con due figlie. Femmine. La momentanea delusione di non poter ruttare in curva all’Olimpico con un ipotetico maschio da chiamare Odoacre o di bere birra alle ore più impensabili della notte è stata ripagata da Chiara e Irene, ragazze intelligenti che ragionano con le rispettive teste e hanno idee nitide, a differenza del loro «papo» da giovane. Lui, del resto, è un maschio. Un libro che è (anche) un elogio del femminile, maturato all’interno di una famiglia in rosa, dove pure gli animali sono sicuramente femmine.

Aggancio Longarini su WhatsApp per concordare un orario, gli do del lei ovviamente, che fai, dai del tu a uno che non hai mai visto? Gli scrittori, poi, ci tengono. Serve ad alimentare la loro aura di esseri irraggiungibili. Invece per Paolo il «tu» è vitale. «Ho lavorato per 35 anni in un negozio di elettrodomestici e dalle mie parti, a Cerveteri, siamo abituati a una certa confidenza. Ti chiamano «coso», «ciccio», «ahó», mi spiega. «C’è anche un altro motivo, il signor Longarini era mio padre». Il passato tradisce emozione, mi riprometto di non accennare al signor Longarini, quello vero. Partiamo.

D: Il libro esce il 15 marzo. Non è il primo ma che sensazioni ci sono?
R: Panico controllato. Bella risposta, eh? Me la sono preparata, ci ho pensato negli ultimi dieci minuti! Il fatto è che è la prima volta con una casa editrice importante, non sono cosi scafato dall’averci fatto il callo, me per me è una realtà tutta nuova, ho delle persone che mi seguono, sono in una realtà in cui posso dire: «La mia agente». È bello e inusuale.

D: Cominciamo dalla dedica. A Chiara e Irene, il mio 42. Cos’è il 42?
R:
Adesso attacco. Sei davanti a un computer? Cerca: «come chiedere scusa» (Ride, ndr.).

La situazione si fa esilarante, mi cospargo il capo di cenere e ammetto la mia suprema ignoranza su un libro intitolato 'Guida Galattica per gli Autostoppisti', pietra miliare fantascientifica in cui alla fine vengono svelati il senso della vita e dell’universo. La risposta ai sommi misteri del mondo è 42. Arcano svelato. Chiara e Irene sono il suo tutto. Bello, no? Andiamo avanti.

D: Una dedica bellissima. Come hanno preso il libro?
R: Sono molto contente, ma sono le mie figlie, sanno che questo è una parte della mia vita. Non si sentono le protagoniste di un romanzo, sono sempre le stesse.

D: Con loro sei un papà molto complice, anche a leggere le avventure che riporti sulla tua pagina Facebook. La storia della lite al semaforo con conseguente furto di chiavi all’energumeno inviperito è vera?
R: Sì, io e Chiara siamo entrambi animati dallo stesso spirito cazzone, ma immagino che tu questo non potrai scriverlo.

«Certo che lo scrivo» gli rispondo. «Cioè, mi stai anche facendo continuare?», mi fa lui. «Assolutamente, continua», concludo.

R: Spirito goliardico, insomma, ci troviamo a fare cose di questo tipo. Quando lavoravo mi sono spesso trovato a fare i conti con l’arroganza della gente. Quando sei dietro a un bancone le persone pensano sempre che tu le voglia fregare, quindi attaccano. Ho imparato a non alimentare i toni dello scontro, ma a elaborare forme di prese in giro creative.

D: Il libro inizia con un termometro che non sembra un termometro. Alla fine l’arrivo di Chiara ha influito con il calcetto del giovedi?
R: I miei amici mi hanno subito sostituito, hanno ritirato la maglia. Non vedevano l’ora, del resto non sono mai stato molto bravo.

D: Chi era il tuo mito in campo?
R: Agostino Di Bartolomei, un signore. Il calcio come dovrebbe essere.

D: Hai portato le tue figlie in curva qualche volta?
R: In curva no, ma Chiara è venuta con me all’ultima partita dell’era Zeman, Roma-Cagliari. Il nostro portiere prese la palla e la schiacciò in rete. Non sarebbe mai entrata, non c’era nessuna possibilità. (Era il 2013, finì 4-2 per i sardi, il portiere Goicoechea dopo la sua unica stagione con la Magica riparò in Sudamerica, ndr). Mi sono sentito afferrare le spalle, qualcuno mi disse di smettere di urlare. Vivo il calcio in maniera molto personale… Da quella volta non l’ho più portata. Irene invece non è mai venuta.

D: All’inizio del libro c’è un passaggio molto bello. Dici di essere diventato padre quando sei riuscito a far star bene Chiara.
R: Il primo momento in cui ho sentito la naturalezza del prendermene cura. È stato come la comparsa del monolite in Odissea nello spazio 2001, una folgorazione. Tutto si è fermato. Mi sono evoluto da uomo a padre, anche oggi mi identifico prima come padre che come uomo. Penso che avrei voluto bene a Chiara e Irene anche se non fossero state figlie mie, le amo perché sono loro.

D: Sei un padre che partecipa totalmente all’educazione dei figli. Come sono cambiati così tanto i papà rispetto a quando erano le madri a fare tutto?
R: La mia è una generazione cresciuta da donne. Molte, compresa mia madre, lavoravano fuori casa. I padri c’erano, ma tutto era delegato a loro. Siamo cambiati per non far pesare ai nostri figli le mancanze affettive che abbiamo vissuto sulla nostra pelle. Io ad esempio sono un padre molto fisico. Magari capita che le mie figlie interrompano quello che stanno facendo per abbracciarmi. Non ricordo abbracci dai miei. Decisamente più bello oggi.

D: Il «chiedi a mamma» insomma è roba vecchia?
R: Tranne che per i compiti. Penso anche che certe cose se le inventino per farmi impazzire, specie quando si tratta di matematica.

D: Ci sono stati momenti difficili?
R: Sì, ma non insormontabili al punto di aver creato chissà quale solco. Non ho mai alzato la voce, mai dato un ceffone terapeutico, nemmeno i miei l’hanno fatto con me. Ho avuto una botta di culo indicibile con le mie figlie… la fortuna, (assesta il tiro, ndr), di essere riuscito a costruire un rapporto straordinario con loro. Non sono loro amico, sia chiaro, io sono papo, mi chiamano così. Devono fidarsi di me e rispettarmi. Se sai di avere fiducia tendi a non deludere.

D: Il momento più bello invece?
R: Con Chiara forse quando è andata alle superiori. Le medie non sono state facili, poi ha trovato amici e un ragazzo, è indipendente. Irene tutte le volte che apre bocca ha una comicità naturale, ed è salda nei suoi principi. Sono molto fiero di loro, lo ripeto sempre. Lo devono sapere, non è un segreto.

D: Le cose non vanno sempre bene. Leggiamo tutti i giorni di genitori che sterminano le loro famiglie. Che idea ti sei fatto da padre?
R: Per me è un pensiero completamente alieno. Non riesco ad entrare nell’ottica di qualcuno che pensa che questa sia la soluzione. Non è una cosa che arriva all’improvviso, ci sono segnali che dovrebbero essere capiti. È grave, anche se ci fosse solo una prima avvisaglia queste persone andrebbero fermate, in qualsiasi modo. La colpa è anche della mentalità, da rifondare. Mi disturba il fatto che ci possa essere qualcuno che poteva fare qualcosa e non l’ha fatto. Quando si dice «non sopportava di essere stato lasciato», non è una giustificazione. Non può essere mai colpa di qualcun altro o di una donna che ti lascia.

D: Oggi si respira un’aria nuova. Le donne si stanno ribellando a decenni di molestie.
R: Era ora che si svegliassero. Le donne oggi sentono la solidarietà intorno a loro. Hanno sempre dovuto conquistare diritti che per gli uomini erano certezze, complice anche la morale comune dettata da altre donne. Prima se una ragazza girava con la minigonna era etichettata come 'sgualdrina' dalle vecchie del paese, non dagli uomini. Lo vedo anche oggi. L’anno scorso ad esempio c’era la moda estiva di shorts e canotte. Quando un corpo non rientra in canoni da modella e viene considerato imperfetto le ragazze sono le prime a criticare le altre. Il corpo perfetto è quello in cui ci si sente a proprio agio. Gli uomini non fanno caso più di tanto a questo.

D: Voi fate squadra da sempre, le donne sono in competizione.
R: Forse perché più abituati a ruoli più definiti: il capo, quello che non ha problemi a fare il gregario, ecc..

D: «Gli uomini», scrivi, «possono restare concentrati su qualcosa al massimo per 28 secondi». Le donne invece quando si mettono in mente qualcosa prima o poi ci arrivano, non importa quanto tempo ci vorrà.
R: E avete anche una soglia di sopportazione altissima, dovrebbero mettervi a Guantanamo a fare gli interrogatori. C’è una frase su tutte che sintetizza la resistenza di una donna: «Dobbiamo parlare». Io la vivo con minaccia e preoccupazione. Quando la sento so che per le otto ore successive dovrò sostenere una conversazione, sempre sullo stesso argomento. Alla fine mi butto per terra a tappeto persiano e confesso qualsiasi cosa.

D: Insomma le donne sono avanti?
R: Anche le bambine. Da piccole hanno già idea di che donne saranno, ma soprattutto hanno un’idea del futuro. I ragazzini no. Poi per questo a volte cerchiamo di recuperare con arroganza, o in modi poco ortodossi.

D: All’improvviso le tue bambine sono cresciute. «Come ha osato crescere? Chi le ha dato il permesso», ti chiedi pensando a Chiara. Quanto è stato difficile questa fase?
R: Abbastanza. Sono esplose allo stesso modo, all’improvviso. Chiara è diventata alta come me in due settimane, Irene è passata da «Papo, papo, ghiacciolo» a «Papo, comprami gli assorbenti che li ho finiti». Ha una quarta, giriamo abbracciati e la gente ci guarda male, come a dire «Ma guarda quel vecchio porco!» È mia figlia, che devo fare, scrivermelo sulla maglietta? (ridiamo).

D: C’è una dubbio che mi attanaglia da quando ho finito di leggere il libro.
R: Quale?

D: Che fine ha fatto Carlo, il primo ragazzo di Chiara? Se l’è cavata? (voleva ucciderlo, ndr).
R: Carlo è l’aiuola più rigogliosa del mio giardino.

D: Non ci credo che lo hai ucciso veramente!
R: No, Carlo era prima, adesso c’è Ivan. Tu come te lo immagini uno che si chiama Ivan? Biondo, un po’ alla russa, no? Invece Ivan è di origini camerunensi. Quando l’ho conosciuto mia figlia mi ha chiamato e mi ha detto: «Vieni a prenderci alla stazione?» Sono andato. Li ho visti all’angolo della strada, non passavano certo inosservati. Ho accelerato e inchiodato a pochi centimetri dalla faccia di questo ragazzo. «Tu cosa vuoi da mia figlia?», gli ho urlato. E lui: «Buongiorno sig. Longarini», mi risponde a occhi bassi. «Sig. Longariniiiiiiii?!?!?!?», dico io. Poi ho abbracciato tutti e due, ancora ne ridiamo con Chiara.

D: Irene invece ha già portato a casa qualcuno?
R: Irene sta ancora decidendo.

D: Meglio, un po’ di riposo per papo.
R: Macché, quest’anno una avrà la maturità, l’altra gli esami di terza media, insieme. Ti rendi conto di che estate mi aspetta?

D: Tanto non andiamo nemmeno ai Mondiali, che devi fare?
R: Non parliamo di calcio per favore… (evito di infierire dicendogli che parla con una juventina sfegatata, lo scoprirà leggendo l’intervista, ndr).

D: A proposito di figlie che crescono. Alla fine c’è una frase bellissima: «Devi essere il loro pavimento, non le loro pareti. E mai il soffitto. Alzando gli occhi devono poter avere soltanto cielo sopra di loro».
R: Ma davvero lo hai letto tutto?

Gli spiego che altrimenti non avrebbe avuto senso intervistarlo. Ci pensa su, perde un po’ il filo, si imbarazza, dimentica l’ironia dilagante che lo anima e si scopre per quello che è, un timido. «Sembra assurdo», mi dice. Non poi tanto. È un classico.

R: Io devo dar loro basi educative e morali, ma non limiti entro cui rimanere. Sono esseri pensanti, non voglio che diventino miei cloni. Sanno che ci sono, che ci sarò sempre. Il fatto è che devi esserci… Per poter andare via.

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