8 Marzo Mar 2018 1630 08 marzo 2018

Nome di Donna è il film che racconta le molestie sessuali al lavoro

La protagonista è una madre, Cristiana Capotondi. Intervista alla sceneggiatrice Cristiana Mainardi: «Un problema che esiste da sempre. Ma c'è omertà».

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Cristiana Capotondi Nome Di Donna

Nina è una giovane madre che vuole rendersi indipendente. Trova lavoro in una casa di riposo per anziani nella campagna lombarda e tutto sembra andare per il meglio. Fino a quando non scopre a sue spese che il direttore della clinica è un molestatore abituato a ottenere tutto ciò che desidera da infermieri e assistenti.
Nome di donna, nuovo film di Marco Tullio Giordana, racconta una storia come troppe ce ne sono in Italia. Secondo dati Istat sono infatti 2,5 milioni le donne italiane che nel 2016 dichiaravano di aver subito molestia nei tre anni precedenti. La storia di Nina, interpretata da Cristiana Capotondi, è quella di una donna che decide di ribellarsi e si ritrova isolata dalle colleghe, vittime come lei. «Con la crisi economica si stavano affermando nuove o antiche fragilità, qualcosa che somigliava a un'emergenza», ci spiega Cristiana Mainardi, sceneggiatrice del film con un passato da giornalista: «Si tratta di un argomento sottaciuto che poteva portare indifferenza o addirittura resistenza. Dicevo: interessante affrontarlo tramite il cinema, e mi rispondevano forse se non l'hanno fatto fino ad ora un motivo c'è». Alla fine, però, il film si è fatto.

Una foto di scena tratta dal film di Marco Tullio Giordana 'Nome di donna' con Cristiana Capotondi.

DOMANDA: Nome di Donna nasce prima dello scandalo Weinstein.
RISPOSTA:
Nasce dall'enorme consapevolezza che il problema esiste da sempre, una consapevolezza che per la verità avrebbero potuto avere tutti, perché anche se i dati in Italia sono sempre stati molto scarsi, questo tema è talmente radicato nella nostra sottocultura della convivenza tra i generi nel mondo del lavoro che io direttamente o indirettamente in 30 anni di vita professionale l'ho incontrato moltissime volte. Vero che però non se n'è mai parlato o non lo si è mai affrontato, se non episodicamente, ma si è rimasti fermi lì.

D: Secondo lei perché non lo si è mai fatto prima un film del genere?
R:
Non lo so, ma penso che il tema sia veramente respingente, genera tanta omertà. Al di là di quello che sentono le vittime: se solo lo 0,8% di quei 2,5 milioni denuncia è perché c'è un aspetto di trauma e di fortissima autocolpevolizzazione.

D: Nel film Nina è la sola a trovare la forza di ribellarsi.
R:
Forse non ha neanche bisogno di andare a cercare il coraggio tanto lontano perché ha avuto una sua esperienza di vita per cui cerca indipendenza e autodeterminazione. Ma nemmeno lei reagisce la sera della prima avance, e forse se lì avesse incontrato la complicità di Alina, se il giorno dopo lo stesso direttore avesse finto indifferenza, sarebbe stata una proposta inadeguata a cui lei avrebbe portato un no e basta. Ma la cosa grave accade quando il direttore esibisce un sistema di potere consolidato e protetto, la minaccia attraverso la figlia.

D: Ecco, la figlia di Nina è un personaggio secondario ma allo stesso tempo tanto presente.
R:
Sì, incarna il tema di consegnare un futuro migliore alle nuove generazioni, un tema a cui tengo molto.

Se solo lo 0,8% di quei 2,5 milioni di donne denuncia è perché c'è un aspetto di trauma e di fortissima autocolpevolizzazione.

D: Perché le altre donne isolano chi denuncia?
R:
Per paura e bisogno. Il livello dei diritti si abbassa tanto più sale il livello del bisogno. Parliamo di persone che hanno necessità di lavorare e alle spalle un percorso di profonda difficoltà, e non è certo semplice rinunciare a qualcosa che rappresenta il proprio mezzo di sostentamento in virtù di qualcosa difficile da recepire, affrontare e risolvere. Inoltre ognuno ha una propria soglia di tolleranza, quello che noi chiamiamo in un modo a un'altra donna può sembrare altro.

D: Il mondo ritratto nel film parla al maschile ed è pieno di pregiudizi sulle donne.
R:
Il mondo in cui viviamo è quello che racconta che i posti di potere sono tuttora detenuti per la maggior parte dagli uomini. La stessa Onu afferma che il 23% della disparità salariale è il più grosso furto nei confronti dell'umanità. Nel film viene raffigurato un mondo con una distribuzione di potere ben precisa, ma abbiamo anche donne di potere come l'avvocatessa Tina Della Rovere. Anche se il potere, quello che si auto protegge e si autodetermina, è storicamente prevalentemente maschile.

D: Lei ha firmato la lettera di Dissenso Comune. Monica Guerritore, pur esprimendo la sua vicinanza alla causa, ha criticato l'impostazione passiva del manifesto sostenendo che quel «non userete più il potere per ridurci a un ruolo di inferiorità» sarebbe dovuto essere un «non vi permetteremo più di usare il potere».
R:
Ho firmato con grande convinzione perché non credo che importi fare piccoli distinguo di forma sulle parole e sulle proprie personali definizioni delle cose. Quello che è importantissimo è la volontà che sta dietro questa iniziativa e sarà ancora più importante quello che riusciremo a fare con Dissenso Comune. Tra noi donne, ma spero anche col supporto e il confronto con gli uomini.

Cristiana Capotondi e Cristiana Mainardi.

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