8 Marzo Mar 2018 1326 08 marzo 2018

#Quellavoltache diventa un libro sulle molestie sessuali

Dopo lo scandalo Weinstein Giulia Blasi lanciò un hashtag diventato virale. L'8 marzo quelle testimonianze diventano una raccolta: «Sosteniamo chi parla».

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Giulia Blasi Quella Volta Che

Sono storie di molestie e di violenze. Ma anche semplici momenti di disagio che le donne non avevano mai avuto il coraggio di raccontare. Finché in Rete non è apparso un hashtag: #quellavoltache.
Lo ha lanciato Giulia Blasi, scrittrice, era il 12 ottobre, nel pieno del Weinstein Gate. Tre giorni dopo è partita un’altra campagna, stavolta dagli Stati Uniti, chiamata #metoo. Due strade diverse ma con un obiettivo comune: raccontare episodi di violenza subite dalle donne rimaste fino a quel momento nell’ombra, per mancanza di coraggio. Per mancanza di qualcuno disposto ad ascoltare, e a credere. «Non rivendico certo il fatto che la prima a lanciare l’iniziativa del genere sia stata io», spiega Giulia a LetteraDonna. E aggiunge: «Mi piace di più pensare che tante donne abbiano avuto la stessa idea e nello stesso periodo». La denuncia su Twitter di Asia Argento, proprio attraverso l’hashtag della scrittrice, nata in Friuli ma residente a Roma, ha fatto tutto il resto. #quellavoltache è diventato virale. Decine di migliaia di tweet e di post su Instagram. «A me è successo in bagno, sul lavoro». «A me durante una festa, quando avevo 20 anni. Erano in due, io volevo andarmene ma loro mi dissero: prima devi baciarci». «Ho 50 anni, non ne ho mai parlato prima d’ora, ma a sei anni ho subito delle violenze». Un urlo al femminile contro tutti i Weinstein d’Italia che oggi diventa un libro, il cui titolo è lo stesso dell’hashtag. L’obiettivo? Sostenere chi non ha avuto finora il coraggio di denunciare una molestia. Puntare l’indice contro chi abusa della propria posizione di potere per costringere donne e ragazze a favori sessuali in cambio di qualcosa. Ma non soltanto. Anzi: il messaggio è ben più grande. Come ci spiega Giulia Blasi stessa, in questa intervista.

DOMANDA: Giulia, partiamo da una domanda semplice, perché questo libro?
RISPOSTA:
Prima di tutto ci tengo a dire un paio di cose: i proventi della vendita di questa raccolta andranno tutti a favore della Casa Internazionale delle Donne, un’associazione che ha sede a Roma. E poi voglio che sia chiara una cosa, il libro non è tutta opera mia: effettivamente l’idea dell’hashtag lo è, ma il lavoro redazionale che c’è dietro questa iniziativa editoriale è merito di 15 persone con cui ho collaborato. Senza di loro nulla sarebbe stato possibile.

D: Il libro è diviso in capitoli, o meglio: in «ambiti», quelli più comuni in cui si verificano gli episodi di molestie.
R:
Esatto. Non credo sia superfluo ricordare ancora una volta che non stiamo parlando di qualcosa che accade solo nell’ambito dello spettacolo, ad attrici o modelle. Credo che soprattutto in Italia sia una situazione che parte dal basso, questo almeno è quanto emerge dalla nostra raccolta. Bariste, commesse, cassiere, hostess. Non esagero dicendo che non c’è un ambito esente da questo tipo di aggressioni. E non abbiamo neanche preso in considerazione chi ha una vita più irregolare, come le donne che vivono nei campi e che vengono molestate dai caporali.

D: Quelle che avete raccolto nel libro sono tutte testimonianze autentiche? La Rete, si sa, è piena di bufale, e la linea tra il «provarci» e le molestie stesse può essere sottile: in questo senso si è espressa, ad esempio, Cathrine Deneuve.
R:
La testimonianza di queste donne rappresentano perfettamente la voce di tutte le vittime di molestie in Italia (quasi nove milioni nel 2015-2016, dati Istat ndr). Credo però non si debba fare confusione.

D: Cioè?
R:
Quello che voglio dire è che Cathrine Deneuve probabilmente non sale su un tram dagli Anni '50. Questo discorso non può riguardare l’alta società, dove le donne possono disporre anche di un… chiamiamolo «potere contrattuale» per potersi difendere. Dal mio punto di vista la sua lettera si schiera dalla parte di una sessualità tristissima, quella del «diritto degli uomini di importunare e quello delle donne di rifiutare», perché in sostanza mettono le donne nelle condizioni di non potersi esprimere, al contrario possono solo aspettare di essere importunate, esponendosi così, potenzialmente, a una lunga fila di complimenti e magari di mani addosso tra cui destreggiarsi e, alla fine, a scegliere il meno peggio.

D: Eppure non sono in pochi ad essersi schierati dalla parte dell’attrice francese.
R:
Liberi di scegliere. Ma lei rivendica la libertà di una donna di essere importunata e questa è una libertà che però va in conflitto con la libertà della donna stessa, anzi: le toglie spazio. E questo non va bene. Questa non è libertà. Anzi, è la conferma che è il sistema a dover cambiare. Non a caso l’idea di #quellavoltache mi è venuta guardando in tv Asia Argento mentre veniva trascinata nel fango, dai media, per aver denunciato le molestie subite. Ero irritata, quasi sconfortata da questa cosa. Perché in Italia se sopravvivi a questi episodi di violenza diventi un parassita. Solo se non sopravvivi allora diventi martire. Ha senso tutto questo?

D: Pensi che questo accada solo in Italia?
R:
Non so gli altri Paesi come siano messi, ma negli Stati Uniti c’è stata una rivoluzione e abbiamo visto tutti che fine ha fatto Harvey Weistein, licenziato dalla sua compagnia, lasciato dalla moglie e ora sotto inchiesta. Nel nostro Paese il sistema è talmente marcio che oggi è l’agente stesso a mandare la propria cliente, che può essere una modella, una showgirl o un’attrice, a fare la gatta morta dal produttore di turno. «Vai, prova. Magari quando lo vedi sei fortunata e non ti fa neanche schifo» e questo nella migliore delle ipotesi.

D: Conosci qualcuno a cui è capitata una situazione del genere?
R:
Miriana Trevisan ha raccontato recentemente, anche lei in una lettera, di essere stata «espulsa» dal giro dopo aver rifiutato ogni proposta oscena possibile e immaginabile. Lei non ha voluto che si parlasse troppo di sé perché è una donna molto riservata. Di fatto però non ha accettato questo sistema ricattatorio e, dopo Non è la Rai e Striscia La Notizia, è sparita dalla circolazione.

D: C’è chi però questo sistema lo ha accettato e ne ha tratto vantaggio.
R:
Ammesso e non concesso che una donna abbia ceduto alle molestie e che ne abbia tratto vantaggio, rimane il fatto che lei ha ricevuto comunque una pressione psicologica. Perché in una frazione di secondo si ritrova suo malgrado a dover scegliere quale possa essere la conseguenza meno dannosa per lei. Può decidere di concedere niente, mantenendo quindi la dignità intatta, ma così deve dire addio a un certo tipo di carriera o di occupazione. Se invece decide di concedere qualcosa, ottenendo così quello che desidera, dovrà comunque portarsi dietro un peso. E ancora c’è gente che dice e scrive: «Beh, potevi non andarci, lo hai fatto per interesse e per opportunismo e ora che fai? Ti lamenti?».

D: In linea di massima, le donne preferiscono stare zitte e avere un lavoro piuttosto che denunciare e rimanere senza. Ed è il sistema che denunci tu.
R: Viviamo in un Paese dove c’è chi considera normale che vi siano situazioni di molestie, sul lavoro e non solo. Normale usare il proprio potere contrattuale per ottenere favori sessuali. Capisco ogni tipo di reazione, compreso quello del silenzio. Nessuno ha il dovere di sacrificarsi sull’altare di un presunto bene superiore. La soluzione non è: «Armatevi e partite». Troppo facile dire: «Vai avanti tu, denuncia per prima tu che poi noi altre ti veniamo dietro».

D: Cosa si può fare allora? Qual è il messaggio di #quellavoltache, che poi era la prima domanda di questa intervista?
R:
Sostenere chi parla. Chi decide di parlare deve avere il sostegno della società ed è esattamente il contrario di quello che succede ora. Vi ricordate di Berlusconi e delle serate di Arcore? Due ragazze decisero di andare a denunciare tutto alla polizia.

D: Alludi ad Ambra Battilana e Chiara Danese?
R:
Proprio loro. Ma cosa emerse alla fine da quelle testimonianze, anzi: cosa è rimasto? Un sistema ricattatorio dove gli uomini potenti erano in grado di dare un lavoro in cambio di favori sessuali o un sistema parassitario in cui ragazze con un mestiere non proprio chiaro frequentavano queste cene sperando di ottenere una svolta? Io propendo per la seconda ipotesi. E oggi fare marcia indietro è molto complicato. Per farlo però occorre tornare ad ascoltare la voce delle donne, che oggi vale la metà di quella degli uomini. Occorre ascoltarle non solo quando finiscono in ospedale. Si tratta di un primo passo, da accompagnare magari anche a gesti di vita quotidiana, come fermare l’amico in discoteca che sta esagerando con una ragazza. C’è un’intera cultura da cambiare, e questo non può accadere da un giorno all’altro.

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