Elezioni 2018

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2 Marzo Mar 2018 1956 02 marzo 2018

Elezioni 2018, Emma Bonino: «Più lavoro significa meno violenze»

La leader di +Europa ha tante battaglie da combattere. Molte di queste a favore delle donne.

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Emma Bonino Elezioni 2018 Piu Europa

«Niente è in secondo piano». Emma Bonino è in prima linea dagli Anni '70, e ha intenzione di rimanerci anche dopo le elezioni 2018. si presenta a questa tornata elettorale con una lista a suo nome, +Europa, che punta dritta all’Unione. Senza lasciare indietro, però, le battaglie vecchie e nuove in nome dei più deboli: «Da sempre il mio impegno in favore dell’uguaglianza è a tutto tondo, e continua ad essere così», racconta a LetteraDonna. In prima linea da sempre per i problemi delle donne in tutte le loro declinazioni, affronta il gender gap in un’ottica di empowerment senza rimproveri né lamentazioni, orientata soprattutto all’efficacia delle scelte collettive e al benessere delle singolarità: «Dalla parità salariale al contrasto alle mutilazioni genitali femminili, passando per altri temi importanti come la valutazione economica in termini di PIL del lavoro domestico svolto dalle donne, che siamo riusciti a far includere nel programma della Presidenza Italiana del G7, e la violenza di genere». La priorità per conseguire tutti questi obiettivi è una sola: «Un Ministro o a una Ministra per le pari opportunità che sieda in Consiglio, che abbia risorse e personale adeguato per incidere sulla coerenza e l’efficacia di tutte le politiche di promozione e di contrasto, in linea con Agenda 2030 (per lo sviluppo sostenibile, ndr)».

D: Dopo gli ultimi fatti di cronaca, non possiamo non parlare del tema delle violenze sulle donne.
R:
La interrompo subito. Esiste un Piano strategico nazionale sulla violenza contro le donne che è stato adottato. I soldi ci sono e devono essere spesi bene. Un’impresa impossibile? No, se c’è un coordinamento istituzionale forte.

D: Il supporto delle vittime deve essere prioritario.
R:
E sono proprio gli episodi giudiziari e di cronaca più recenti a dimostrare quanto sia importante. Partendo dal presupposto che la prevenzione viene prima di tutto, la fase più delicata è quella che va dalla denuncia alla chiusura del processo. In questo senso esistono esperienze virtuose di procure che hanno creato delle strutture ad hoc con magistrati e avvocati specializzati e assistenza sociale e psicologica.

D: Di prevenzione si parla sempre molto, ma come è davvero realizzabile?
R:
Sarà banale, ma ripeto: la sfida principale è culturale. Dobbiamo iniziare dalle scuole e dai nostri media. I segnali ci sono. Guardi gli episodi di harassment emersi quest’anno dopo lo scandalo Weinstein, la campagna #metoo – ma anche quella #heforshe lanciata anni addietro: sono gocce nel mare di un cambiamento culturale che deve avvenire decisamente, soprattutto in Paesi come l’Italia in cui il sessismo è quasi, purtroppo, una norma sociale.

D: Bisogna cambiare la mentalità di un’intera nazione. Non è facile.
R: Cominciamo dalle bambine, che devono acquisire consapevolezza delle potenzialità illimitate che hanno e fiducia in loro stesse, ma soprattutto educhiamo i ragazzi e i bambini al rispetto. Solo facendo sì che la disparità di genere e il sessismo non siano più fenomeni accettati o accettabili possiamo contrastare la violenza. E poi mi lasci aggiungere un altro aspetto basilare.

D: Prego.
R:
Economic empowerment: una donna economicamente autonoma è meno esposta alla violenza, in particolare a quella domestica.

D: Ecco un altro tasto dolente: l’occupazione femminile.
R:
Pochi mesi fa, in Italia c’era chi festeggiava la crescita del tasso d’occupazione femminile: a giugno 2017 aveva raggiunto il 48,8%, il più alto mai registrato nel nostro Paese (ultimamente è già ridisceso). Ma dobbiamo imparare a guardare al di là del nostro giardino. A livello Europeo, l’Italia è penultima, un dato preoccupante se vogliamo raggiungere, il prima possibile, un vero equilibrio di genere e crescere davvero.

D: Cosa propone il suo partito per centrare l’obiettivo?
R:
Intanto rivoluzionare il funzionamento dei centri per l’impiego: devono davvero diventare poli d’incontro tra domanda e offerta, nonché di riqualificazione. I nuovi fenomeni di povertà richiedono politiche di contrasto basate non solo su sostegni al reddito temporanei, ma soprattutto su politiche d’inclusione nel mondo del lavoro e sull’adeguamento delle competenze: bisogna essere pronte a rispondere alla richiesta di professioniste altamente qualificate.

D: E qui parliamo soprattutto delle più giovani.
R:
Il loro tasso di disoccupazione è tre volte maggiore di quello di altre fasce di età. Ma attenzione: non sono l’unica categoria che necessita di interventi adeguati.

D: Per esempio?
R:
Ci sono anche altre fasce a rischio. Parliamo per esempio della generazione delle donne over 50 che sono state penalizzate dalla digitalizzazione e dalla crisi. Per loro pensiamo a contributi alla formazione e al sostegno al reddito, fondamentali quando si è perso il lavoro. Inoltre, ci vorrebbe una sorta di sussidio di disoccupazione europeo come strumento di stabilizzazione.

D: Non dimentichiamoci delle neomamme.
R:
È importante promuovere il loro ritorno al lavoro dopo la maternità, con strumenti che le garantiscano sotto il profilo della retribuzione e dell’inquadramento professionale. E poi visto che si parla tanto di parità, bisognerebbe pensare un superamento del congedo di maternità in favore del congedo parentale, di cui debbano usufruire sia gli uomini sia le donne.

D: Lei è una delle pochissime politiche di lungo corso italiane. L’impressione è che le donne siano un po’ refrattarie a questo tipo di percorso.
R:
Non userei il termine refrattarie. Alcune lasciano il testimone perché non vengono prese sul serio o perché bisogna avere alleati uomini lungimiranti per farsi strada. D’altronde sappiamo che è un mondo un po’ maschile. Ma non è impossibile. E ne abbiamo di esempi di donne che, in tempi non sospetti, hanno ricoperto ruoli fondamentali nella storia del nostro Paese.

D: Certo guardando a queste elezioni pare che l’esempio non basti.
R:
Il panorama attuale è effettivamente sconfortante. Basta guardare al numero dei candidati premier donna.

D: Insomma, il fallimento delle quote rosa.
R:
Non sono state sufficienti. Lo dimostra l’attuale sistema elettorale, ma anche i metodi di rappresentanza femminile nei consigli d’amministrazione delle imprese ne sono un altro. Basta cambiare l’ordine degli addendi e si riesce a mettere gli uomini in posizioni più sicure o importanti rispetto alle candidate o alle consigliere che si devono includere per legge.

D: Esisteranno dei modelli da fare nostri.
R:
Senza andare troppo lontani: ci sono legislazioni europee virtuose, per esempio quella tedesca. Occorre arricchire l’attuale normativa prevedendo un sistema di controlli efficaci e di sanzioni significative al fine di costringere realmente aziende e partiti a rendere uguali i valori retributivi e gli incarichi tra uomini e donne a parità di impegno.

D: Cosa consiglia alle donne che vorrebbero scendere in campo, o l’hanno appena fatto?
R:
Di insistere e di allearsi con chi crede in noi: non ci sono altri segreti.

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