Elezioni 2018

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2 Marzo Mar 2018 1741 02 marzo 2018

Elezioni 2018, Celeste Costantino (LeU): «Sono una figlia del femminismo»

La candidata calabrese di Liberi e Uguali ci ha spiegato cosa ha intenzione di fare se sarà eletta. E tanti interventi riguardano le donne.

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Celeste Costantino Liberi Uguali

Se cresci in un quartiere popolare controllato dalla 'ndrangheta, sai già che prima o poi dovrai prendere una decisione: con loro o contro di loro. E Celeste Costantino, che è nata a Reggio Calabria, ha fatto la sua scelta a 15 anni, spinta da una forte insofferenza alle ingiustizie. Oggi, di anni ne ha 38 ed è una delle candidate di Liberi e Uguali alle elezioni del 4 marzo 2018. La situazione, in Italia, non è delle migliori e la politica calabrese non è di certo ottimista: «Sono preoccupata e sconfortata dalla scarsa capacità di reagire che abbiamo come Paese, tutti focalizzati su singoli problemi come gli stranieri o i privilegi della casta e non ci rendiamo nemmeno conto che sta sprofondando la tenuta democratica dell’intero Paese». Sì, perché la lotta alla mafia non è la sua unica missione: combatte anche per l'uguaglianza di genere, per l'uguaglianza salariale tra uomini e donne, per il sostegno alla famiglia e alla maternità. Senza contare l'impegno contro i maltrattamenti, le molestie sessuali e la violenza sulle donne.

D: Nel suo programma quali sono, di preciso, gli interventi in questo senso?
R: Quella che ho più a cuore è l’introduzione dell’educazione sentimentale nelle scuole. Nei miei incontri con i centri antiviolenza e le operatrici, è stato molto chiaro che perché le vittime non siano vittime, è necessario decostruire gli stereotipi e affrontare il problema dal punto di vista culturale. Ormai manca soltanto nei programmi scolastici di Italia e Grecia, nonostante sia prevista anche dalla Convenzione di Istanbul.

D: Quando era incinta ha scritto un articolo che si intitolava Io non ho bisogno del bonus mamma: perché?
R: Ho contestato il metodo di erogazione di questi bonus, che vengono assegnati senza un criterio reddituale. In un momento in cui le casse del nostro Paese non sono in grande salute, che senso ha dare quella cifra a me, una parlamentare che ha già uno stipendio, e destinarne una uguale a una giovane mamma precaria, che certamente non ha le stesse possibilità?

D: Quindi l’ha rifiutato?
R: No, l’ho accettato e sarà devoluto a un’associazione di Tor Pignattara che si occupa di mamme migranti. Credo sia giusto così, va destinato a chi ne ha bisogno.

D: E di cos’altro hanno bisogno le neo mamme?
R: Servizi, asili nido, maggiore sostegno e un welfare sociale vero, anziché quello attuale basato soltanto sulla famiglia. Su tutta quella partita di servizi negli ultimi anni non abbiamo prodotto niente di nuovo né di utile, anzi si è smantellato ciò che di buono c’era già. E poi però diamo soldi a chi non ne ha bisogno, come nel mio caso.

D: A che punto è la riflessione sulle questioni di genere in Italia?
R: Il caso Weinstein, negli Stati Uniti, ha dato un bello scossone. Noi, invece, quando qualcosa si è mosso anche qui (in Italia, ndr), sebbene in maniera differente e più maldestra, abbiamo perso un’occasione. Le voci che si sono levate dal mondo del cinema potevano essere un bello spunto per una riflessione collettiva sulla stortura di un meccanismo di potere o su come si può agire una dinamica di solidarietà fra simili. Ma niente di ciò è arrivato al dibattito pubblico, peccato.

D: Perché, secondo lei?
R: Gli uomini sono andati subito sulla difensiva. Dagli addetti ai lavori del cinema c’è stata una levata di scudi a protezione del loro mondo e nemmeno quelli che vengono ritenuti i grandi intellettuali del nostro Paese hanno saputo o voluto cogliere l’opportunità per riflettere su questi temi. Purtroppo credo che abbiamo un popolo maschile che al momento non è assolutamente in grado né di confrontarsi né di riflettere su ciò che accade.

D: E le donne?
R: C’è stato poco coraggio e mi riferisco alla parte politica. Molte mie colleghe, ancora oggi, per riuscire a imporsi nella discussione o per rivestire alcuni ruoli scelgono di assumere comportamenti maschili e tendono ad assecondare i posizionamenti dei colleghi. Viceversa, esporsi molto sulle questioni di genere fa paura, alcune temono di essere identificate come “donne che si occupano di questioni femminili” e che questo sia sminuente o che le releghi esclusivamente a quel settore.

D: È vero?
R: In parte sì. A me le questioni di genere stanno molto a cuore e me ne sono sempre occupata perché penso siano fondamentali, ma devo dire che è stato molto difficile affrontarle e allo stesso tempo avere la stessa credibilità su altri temi considerati più maschili. Comunque, alla fine, ce l’ho fatta: non riuscirci avrebbe significato rinunciare a un parte di me.

D: Come si esce da questa situazione?
R: Noi donne dobbiamo avere più coraggio e cercare di imporci con maggior forza nel discorso pubblico ma dobbiamo anche essere consapevoli che gli uomini italiani sono molto più arretrati dei loro colleghi europei e, in una situazione generale che ritengo disastrosa, non sono in grado di mettersi in discussione.

D: Cos’è per lei il femminismo?
R: È prima di tutto un’esperienza storica straordinaria, fatta dalle donne che negli Anni ‘70 hanno preso parola pubblica, la stessa che oggi noi non riusciamo ad avere. Fatico a definirmi femminista perché credo che oggi quel pensiero politico si sia trasformato in altro, così come sono cambiate le pratiche che lo contraddistinguevano. Ma sono grata a ciò che è stato e sono frutto di quel pensiero politico.

D: A quale trasformazione si riferisce?
R: All’epoca, in una società in cui il genere femminile era visto soltanto per il suo ruolo materno, le donne avevano bisogno di identificarsi e per farlo c’era bisogno di una rottura. Oggi la precarietà esistenziale avvicina i due sessi, perciò credo che il femminismo odierno debba creare dei legami e ricongiungere il mondo mondo maschile e quello femminile. La vera sfida oggi è la parità dei diritti.

D: Lei si presenta con due valori importanti in prima linea, antimafia e antifascismo: dove li ha appresi?
R: Sono due forme di militanza nate dalla mia città di origine, Reggio Calabria, dove sia mafia che fascismo sono molto radicati. Ho cominciato a fare politica giovanissima e per noi era molto importante opporci a una città che cercava pacificazione con la sua storia, una storia che per il mio territorio è stata veramente dannosa e ha portato il male, da tanti punti di vista. Reggio Calabria è la città di 'Boia chi molla', e la mafia calabrese ormai è considerata la più pericolosa e la più forte economicamente, quella che con la droga si è imposta su scala internazionale.

D: Come si passa dal crescere dentro un sistema al combatterlo?
R: Sono nata in un quartiere con forte presenza ‘ndraghetista perché era un quartiere popolare. Quando nasci in un ambiente impari da subito a convivere con le sue dinamiche, che all’inizio ti sembrano normali. Poi cresci e capisci che c’è molta differenza fra il bene e il male e tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Da questo punto di vista la mia città è stata una vera palestra, perché i due valori più importanti li ho imparati sul campo, facendo politica per il territorio.

D: Che tipo di rapporto hanno nella sua esperienza le donne e la mafia?
R: C’è un detto secondo il quale le mafie non toccano né donne né bambini, ma non è vero. Con la mia associazione (Dasud, ndr) abbiamo raccolto un lungo, lunghissimo elenco di donne uccise dalla ‘ndragheta e poi completamente dimenticate. Poi abbiamo esteso la ricerca anche alle altre mafie e naturalmente ne abbiamo trovate ancora. Le abbiamo raccolte in un volume intitolato Sdisonorate. A guardare bene, poi, si scopre che la maggior parte di queste storie sono classici femminicidi in ambito criminale, donne uccise per vendetta e gelosia, quasi sempre mogli, sorelle o figlie.

D: Quindi sono principalmente vittime?
R: Non solo. Nella mafia c’è anche un protagonismo femminile che vede la presenza di donne molto attive e sanguinarie, che in quanto a ferocia non hanno niente da invidiare ai compagni maschi. E poi ci sono le parenti delle vittime e quelle che lavorano nelle associazioni e sul territorio, donne che fanno un lavoro straordinario di cui però purtroppo si sa poco. Di antimafia in generale si parla poco. E, di solito, solo quando si muore.

D: Cos’è per lei la politica?
R: Credo di essere attiva e in prima linea perché non sopporto il senso di ingiustizia e le disuguaglianze. Sono figlia di un ferroviere e di una casalinga: so cosa significa il diritto allo studio e mantenersi all’università e so com’è stato difficile farlo in anni in cui questo era ancora possibile. L’idea che ci siano ragazzi che oggi non possono nemmeno sperarci, perché non se lo possono permettere, per me è inconcepibile. Il mio sogno di cambiare le cose si nutre del forte bisogno di giustizia che sento: faccio politica per questo.

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