27 Febbraio Feb 2018 1250 27 febbraio 2018

Carolina Orlandi: «David Rossi, un suicidio per mancanza di prove»

A quasi cinque anni dalla morte, i dubbi sono ancora tanti. Per non spegnere l’attenzione, la figlia ripercorre quei giorni in Se tu potessi vedermi ora.

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Carolina Orlandi David Rossi

Ho vissuto a Siena dieci anni. Ci torno appena riesco, per ritrovare ritmi lenti. Per me è la più bella del mondo, tutto l’anno, ma se dovessi consigliare a qualcuno un mese per andarci direi senza dubbio maggio, la stagione dei tamburi, la chiamo io, perché le contrade si risvegliano e per le strade risuonano le note della festa che viene. Tre minuti col cuore a mille, in attesa. «È un volo!», il palio, scrive Montale nell’omonima poesia. A David Rossi, responsabile della comunicazione della banca Monte dei Paschi morto nel 2013, quei versi erano cari. Quando Carolina Orlandi, figlia della moglie Antonella e autrice del libro Se tu potessi vedermi ora (in uscita il 27 febbraio, Mondadori), ha iniziato a catalogare la sua immensa libreria, un segnalibro l’ha portata dritta a Palio. David era della Lupa, guai Siena a usare il termine tifo, perché qui vige lo ius soli, contradaiolo si nasce. «Controllato ma appassionato», così David viveva il palio, mi spiega Carolina. Lei invece tiene per l’Oca, però quando il 2 luglio 2013 Tittia lascia indietro tutti e conquista il drappellone la gioia è amara. Quattro mesi prima, il 6 marzo, David era volato dalla finestra del suo ufficio a Rocca Salimbeni. Una vicenda piena di misteri, che il libro di Carolina mette a fuoco tutti.

L’autrice ripercorre puntuale i giorni che hanno stravolto la sua vita e quella della sua famiglia. Caduto? Impossibile, una sbarra di ferro alla finestra impedisce incidenti. Il suicidio resta da subito l’ipotesi più accreditata. Lo scandalo del Babbo Monte, come a Siena tutti chiamano la banca, è già scoppiato. Un buco da 200 milioni di euro lasciato dalla dirigenza allora guidata da Giuseppe Mussari, di cui Rossi era stato collaboratore. Si pensa a un momento di sconforto. L’indagine sembra facile, eppure poco a poco emergono dettagli che messi insieme delineano un panorama inquietante. David cade alle 19.43, rimane agonizzante per 22 minuti. Una telecamera riprende la fase finale dello schianto. Atterra praticamente seduto, una traiettoria insolita per uno che si butta da una finestra. Alle 20.16 si vede cadere un oggetto di piccole dimensioni, è l’orologio del giornalista, che nello schianto si rompe. Salta la lancetta dei minuti, ma quella delle ore non mente: sono le 20. E poi ci sono le luci di una macchina, e un’ombra.
«Dettagli sfuggiti di mano», scrive la Orlandi, tasselli che ancora oggi non trovano una loro collocazione. L’inchiesta è stata archiviata, riaperta e chiusa di nuovo. A riportare l’attenzione sul caso, una perizia grafologica su alcuni biglietti lasciati da Rossi. Chiama la moglie «amore, tesoro, Toni», il suo nomignolo da ragazza. Cose che in vita non aveva mai fatto. «Coercizione fisica o psicologica», ha decretato l’esperto di parte della famiglia. Con Carolina Orlandi abbiamo ripercorso quei giorni, e i punti oscuri di quello che lei definsice senza dubbio un «suicidio per mancanza di prove».

DOMANDA: Sono passati quasi cinque anni dalla morte di David. Come mai ha deciso di tornare sulla sua morte con un libro?
RISPOSTA: Ho iniziato nel giugno 2016, a un certo punto ho avuto la consapevolezza di volerlo fare. David non era solo la persona che era caduta dalla finestra del Monte, era molto altro, e volevo che questo si sapesse. Allo stesso tempo non si parlava più di lui, bisognava fissare da qualche parte quello che era accaduto e riportare l’attenzione su tutta la vicenda.

D: Al di là dell’ipotesi suicidio/omicidio, che idea vi siete fatti in famiglia? poteva aver scoperto qualcosa o essere finito in una situazione pericolosa?
R: Non posso sapere come sono andati i fatti, ma so come non sono andati. David non si è suicidato. Stiamo cercando di capire, di ricostruire. Il giorno prima della morte pensavo avesse delle paranoie, ma poi ho capito. Ricostruendo quel giorno e i giorni precendenti mi sono resa conto di quanto fosse impaurito. Era un uomo terrorizzato, più che angosciato.

D: La sera prima della morte le aveva fatto capire che non dovevate parlare in casa di certi argomenti, tanto che avevate preso a comunicare per iscritto. Non era mai accaduto prima?
R: No, solo quella sera, pensava che in casa ci fossero delle cimici.

D: In famiglia David non parlava mai di problemi sul lavoro o della crisi del Monte?
R: Ne parlava solo quando insistevamo, bisognava pungolarlo un po’. Ci aveva fatto capire che si trattava di qualcosa di grave, non una cosa su cui scherzare. Poi era una persona seria, integra, non aveva mai avuto problemi con nessuno.

D: «Il suicido non si accetta», scrive a un certo punto.
R: L’idea che una persona possa decidere di togliersi la vita e fare del male a tutti quelli che la circondano è straziante, però oggi potrei vivere più serenamente se sapessi per certo che abbia deciso di farla finita.

D: Perché?
R: È più facile pensare a un raptus, a un momento di sconforto, e accettarlo, piuttosto che confrontarmi con il fatto che dietro la sua morte possa esserci qualcosa di diverso. Che qualcuno gli abbia voluto fare volontariamente del male.

D: Tante domande sono rimaste senza risposta.
R: Abbiamo cercato di collaborare il più possibile con la Procura ma alcune cose non sono state per niente prese in considerazione. Ci è stata negata la verità nonostante elementi oggettivi che non andavano trascurati.

D: Leggerezza o voglia di chiudere in fretta una faccenda scomoda?
R: Non credo alla negligenza, non ci credo più.

D: Oggi è di nuovo tutto fermo o c’è qualche possibilità di riaprire le indagini?
R: L’inchiesta è stata chiusa il 4 luglio 2017, al momento c’è solo un procedimento della Procura di Genova che indaga sul comportamento di quella di Siena (un’inchiesta contro ignoti per abuso d’ufficio legata alle dichiarazioni dell’ex sindaco Pierluigi Piccinni sulla morte di Rossi e sui motivi che avrebbero spinto i magistrati a non cercare la verità. Piccinni fece riferimento ad alcuni festini a cui avevano partecipato personaggi importanti, ndr).

D: Anche Le Iene hanno riportato l’attenzione sulla vicenda.
R: Se ne è ricominciato a parlare proprio da quel servizio, una cosa che a Siena non è andata giù a molti.

D: Come mai?
R: Il caos mediatico ha attirato l’attenzione sulle ombre della città, e questo qui non è ben visto. Regna l’idea che i panni sporchi vadano lavati in casa, una cosa che non fa assolutamente parte del mio modo di pensare. Della morte di David si deve parlare per cercare la verità.

D: Oggi i rapporti con la città come sono?
R: Migliorati, decisamente, cerco di prendere quello che c’è di buono.

D: Quelli che all’epoca erano i più stretti collaboratori di David che fine hanno fatto?
R: Tutti spariti, c’è anche chi mi incontra per strada e si infila nei negozi. L’unico ad esserci rimasto vicino è Luca Scarselli, che era molto legato a lui e oggi è il nostro perito di parte.

D: «Avevo bisogno di tutti e quattro», è stata la prima cosa che ha detto a suo padre quando lo ha visto dopo la morte di David.
R: La nostra non è una famiglia tradizionale. Ho avuto quattro figure importanti nella mia vita, i miei genitori e i loro nuovi compagni. Nessuno si è mai sostituito all’altro, ma ognuno di loro rappresentava un punto di riferimento per qualcosa. David lo era per la cultura, la politica, il desiderio di scrivere. Su questo era con lui che mi confrontavo.

D: Che tipo di persona era?
R: Sembrava gelido, distaccato, poi però ti faceva capire con gesti semplici quanto ci tenesse. Io l’ho conosciuto quando avevo sei anni, e piano piano abbiamo costruito un bel rapporto. Lui all’epoca non aveva idea di come ci si comportasse con un bambino.

D: Magari era anche un po’ intimorito!
R: Sì, forse un po’ sì.

D: Oggi cosa rimane?
R:
L’integrità che mi ha trasmesso. Come un’investitura, un mandato, non solo per il giornalismo, che era la sua professione e che voglio sia anche la mia. Oggi questo significa anche cercare di capire cosa gli sia successo davvero. Io volevo fare reportage di viaggi, invece la morte di David mi ha portata in un campo che non avevo mai considerato. I reportage non mi interessano più.

D: È stato quella guida che lei sapeva sarebbe stato dopo la laurea.
R: Sì, ho trovato la strada grazie a lui anche se in modo diverso da come avevo sempre immaginato.

D: Nel 2016 la Lupa ha fatto cappotto (vinto il palio due volte nello stesso anno, ndr).
R: Una cosa che David non ha potuto vivere. Non credo all’aldilà ma forse l’ha vista anche lui. Sarebbe stato molto felice.

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