22 Febbraio Feb 2018 1551 22 febbraio 2018

Laura Bispuri: «Pochi uomini in Figlia Mia? Mi viene da ridere»

La regista sulle critiche alla sua pellicola acclamata a Berlino: «La storia del cinema è piena di film al maschile e nessuna ha mai alzato la mano per protestare».

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Laura Bispuri Berlinale 2018

Al Festival di Berlino l'hanno ammessa in concorso per la seconda volta in tre anni. Variety ha accostato il suo ultimo film al miglior cinema drammatico italiano declinato al femminile. Laura Bispuri ha convinto tutti o quasi col suo Figlia Mia, la storia di una bambina che nel giro di un'estate scopre di avere non una ma due madri e deve fare i conti con questa nuova complessa situazione affettiva. Il film, in uscita nelle sale il 22 febbraio, è la conferma dell'impegno autoriale di una regista femminista, convinta che il cinema abbia bisogno di raccontare le donne in maniera diversa da come ha fatto finora, vicina al movimento Me Too che da mesi protesta contro le molestie, le disparità, le ingiustizie subite dalle donne dello spettacolo. «È il momento di prendere in mano la situazione e noi vogliamo farlo», ha detto Bispuri a LetteraDonna : «Il cinema è una piccola parte di un discorso più grande, ma ha a che fare con l'immaginario delle persone e quindi è importante».

DOMANDA: Una storia di donne, di madri e di figlie. Che significato ha avuto per lei Figlia mia?
RISPOSTA:
Profondissimo. Ci metto molto prima di scegliere la storia che vorrei raccontare, faccio una scelta precisa e di responsabilità. Non mi piace fare un cinema fine a se stesso, ma uno che tocchi le mie corde e possa offrire degli spunti al pubblico. Che emozioni e faccia riflettere.

D: Il film su cosa fa riflettere?
R:
Sul sistema genitoriale classico: si chiede se sia in evoluzione, se oggi si può crescere con più figure materne di riferimento o no.

D: Si parla di maternità. Di quella biologica e di quella che invece si costruisce con l'affetto e la cura dei figli. Un tema delicato e forse affrontato troppo spesso con superficialità e pregiudizio.
R:
Il film mette a confronto una madre che ha a che fare col sangue, la natura e l'istinto e una che ha a che fare con la cultura e il crescere giorno per giorno un bambino. Mentre in un racconto biblico come quello di Re Salomone queste due madri erano in conflitto e si pensava che solo una potesse essere la vera madre del figlio in questione, nel film si arriva a dire che entrambe queste donne – anche se in sfere diverse – hanno a che fare con questa bambina e sono madri a tutti gli effetti.

D: Come mai ha scelto la Sardegna?
R:
Istinto, in primis. Ci andavo d'estate da sola e ho fatto un viaggio lungo con mia figlia lì. La Sardegna è una terra madre, ha paesaggi forti e commoventi che assomigliano ai personaggi dei film e una questione aperta sull'identità, un'isola con identità fortissima che si deve però confrontare con ciò che viene da fuori, come le mie protagoniste. Mi sembrava poi che questa storia che poteva essere ambientata ovunque, in Sardegna potesse avere un'universalità maggiore.

D: Perché?
R:
Ho fatto un percorso di due anni di studio di questa terra per aiutarmi a inserire la storia e i personaggi. In Sardegna c'era la tradizione dei figli dell'anima, per cui le famiglie povere decidevano di far allevare i loro figli alle famiglie più ricche.

D: Nel suo cast ha scelto due attrici esperte come Alba Rohrwacher e Valeria Golino. Come è stato il lavoro con loro?
R:
Facevamo questi piani sequenza lunghissimi in cui quasi c'era un duello tra loro due. La sensazione era avere due attrici di livello altissimo che si fronteggiavano, le sentivo come due cavalli da corsa che trainavano la scena. Sono diverse tra di loro ma credo si sia creato un legame a tre tra me e loro due, vero, profondo, senza filtri.

D: In che senso?
R:
Io non ero la regista sul piedistallo, così come loro non erano le attrici sul piedistallo: cercavamo di confrontarci in maniera sincera e senza fronzoli e in questa sincerità abbiamo cercato quella dei personaggi.

D: Nel ruolo della bambina ha scelto Sara Casu. Perché proprio lei?
R:
La sua scelta è stata un lavoro lungo otto mesi. Sara è una bambina di cui mi sono innamorata subito per la voce e i suoi colori quasi irlandesi, rappresenta una Sardegna fuori dallo stereotipo, e poi ho capito da subito la bravura e il talento che ha e ha dimostrato avere nel film in una maniera incredibile.

D: A tre anni di distanza è di nuovo a Berlino. Che effetto le fa? Comincia ad avere un bel rapporto con questa città.
R: Mi sento un po' figlia di Berlino, di questo Festival.

D: Variety ha scritto: «È passato tempo dallo splendore del melodramma italiano, da quando Anna Magnani riparava i suoi occhi dal riflesso abbagliante del mare luccicante nell'oscurità, o da quando Ingrid Bergman barcollava salendo su Stromboli. Ma anche allora sarebbe stato raro imbattersi in un film in cui la contesa d'amore non coinvolge un uomo ma una bambina dai capelli rossi e le due donne che chiama Mamma». La prima cosa che colpisce di questa recensione è l'accostamento a un cinema che forse in Italia non c'è più.
R:
Sono ovviamente onorata di questa recensione che è stata forse tra le più importanti che abbiamo ricevuto. Ho avuto la fortuna di crescere con quel cinema italiano, perché mio papà ne è uno studioso. A sei anni ho visto Il Bidone di Fellini e credo che in maniera subliminale questo cinema sia entrato dentro di me. L'idea che qualcuno in America possa aver sentito e visto tutto ciò mi fa impazzire di gioia. E poi il riferimento alla Magnani...

D: Dica.
R:
Avevamo un dossier ancora scarno, sapevamo poco del film, non avevo idea di che attrice avrei scelto per il ruolo di Tina ma avevo messo una foto di Anna Magnani accanto al suo nome. Me ne ero dimenticata e me lo sono ricordato quando l'ho letto su Variety o quando Anna Magnani è stata citata da un giornalista in conferenza stampa a Berlino.

D: La seconda cosa che colpisce sta nell'ultima parte della critica. Si fa così fatica a declinare il cinema al femminile?
R:
Sì. Soprattutto perché ancora oggi, davanti a un film del genere c'è qualcuno che ha alzato la manina e ha osato dire: «Ci sono pochi uomini nel film». Mi sono irritata sul momento, ora mi viene quasi da ridere. Trovo ridicola questa frase, la storia del cinema è piena di film con soli uomini e nessuna di noi ha mai alzato la mano per protestare. Sono orgogliosa di questa scelta che porto avanti perché credo che il cinema sia stato privato troppo a lungo di un immaginario femminile di cui invece c'è bisogno.

D: A proposito di alzare la mano e protestare, di recente ha espresso la sua vicinanza al movimento #MeToo. Da Hollywood sono arrivate denunce e reazioni forti, in Italia solo voci e poco più. Serve più coraggio?
R:
Beh, io, Alba, Valeria, la sceneggiatrice Francesca Manieri e la produttrice del film Marta Donzelli siamo tra le autrici della lettera Dissenso comune, insieme ad altre. Oltre a condannare la molestia e la violenza sessuale cerchiamo di avviare un percorso per chiedere garanzie e cambiamenti legislativi a difesa dei diritti delle donne, e in questa lettera spieghiamo che c'è un intero sistema che non va, va combattuto e ha sempre sottomesso la donna sotto tutti i punti di vista: a livello salariale, psicologico, fino alla cronaca nera, in cui in un Paese che si dice evoluto come l'Italia muore una donna fatta a pezzi ogni tre giorni.

D: Perché nel mondo del cinema è tanto diffusa la pratica delle molestie?
R:
Credo che non sia solo nel cinema: se iniziamo ad alzare il coperchio ed entriamo nella politica o in qualsiasi posto di lavoro, che sia un supermercato o un ufficio, troviamo lo stesso problema. Chiaro che le attrici sono corpi più esposti e per questo se n'è iniziato a parlare nel cinema. Su dieci donne che conosco, otto hanno subito una molestia, piccola o grande che sia, un fenomeno che ha a che fare con le donne di qualsiasi fascia sociale o ambiente di lavoro. La cosa che mi sconvolge sempre è quanto difficoltà ci sia nel rendere evidente una cosa del genere. La risposta che mi sono data è che si c'è difficoltà perché è una cosa che sta dentro le case di tutti noi, è quindi più difficile tirarla fuori.

D: Proprio in questi giorni, da Berlino è arrivata una nuova iniziativa, con un appello a non indossare i tacchi alti rivolto ad attrici e registe sul red carpet. Matilda De Angelis si è detta contraria, pur confermando la sua vicinanza alla causa. Lei cosa ne pensa?
R:
Credo che la libertà di una donna di vestirsi come vuole sia sempre sacrosanta ma dico anche che il Festival di Berlino è un festival prestigioso perché al di là del cinema cerca sempre di dare fedeltà a dei discorsi politici molto importanti. Penso fosse un'affermazione ironica per sostenere un movimento importante come quello di Me Too.

D: Resta comunque un dato di fatto, tra gli altri, che il numero di registe donne nel cinema sia molto più basso di quello degli uomini, perlomeno se ci si limita a guardare la grande distribuzione e i premi. C'è un gender gap nel cinema?
R:
Non solo nel cinema. In tutti i tipi di lavoro le donne sono messe in una condizione di inferiorità numerica, salariale e di tutti i tipi. Certo che c'è, è evidente, sono numeri, non opinioni.

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