11 Febbraio Feb 2018 1422 11 febbraio 2018

Giornata Donne e Scienza, Marica Branchesi: «Non è un lavoro per soli uomini»

Nature l'ha inserita nella top 10 dei personaggi scientifici del 2017. Astrofisica e mamma, ci racconta successi e ostacoli di una professione a prevalenza maschile. «Quando rimasi incinta avevo paura».

  • ...
Marica Branchesi

Nel 2017 è stata una delle figure chiave della collaborazione Ligo-Virgo e del team dell'Inaf Grawita che sono arrivati alla scoperta della prima onda gravitazionale generata dalla fusione di due stelle di neutroni. Per questo motivo Marica Branchesi è stata inserita dalla rivista Nature tra le 10 persone più influenti del 2017. La sua è la storia di un cervello che il nostro Paese ha rischiato di perdere e che invece ha recuperato per il rotto della cuffia grazie al finanziamento che le ha permesso di formare il team con cui poi sarebbe arrivata una scoperta che ha dimostrato una delle teorie di Einstein a 100 anni esatti dalla sua formulazione.

INCENTIVIAMO LE RAGAZZE E PUNTARE IN ALTO

Marica Branchesi oggi è un orgoglio della scienza italiana, un vero esempio per tutte le donne che sognano di percorrere gli stessi passi in un mondo che ancora oggi è a fortissima trazione maschile e in un Paese dove una ricercatrice incinta ha un assegno di maternità pagato coi fondi del suo progetto e non ha una tutela di legge che le permetta di recuperare i mesi perduti nella sua ricerca. L'11 febbraio si celebra la Giornata mondiale per le donne e le ragazze nella scienza, «una giornata importantissima», secondo Branchesi, «per fare emergere la donna nella scienza ma anche per incentivare tante ragazze a puntare in alto, sognare, appagare la loro curiosità. Per abbattere questo stereotipo di genere guardando anche agli esempi del passato e a quelli attuali».
A questo scopo il MIUR ha deciso di stanziare 3 milioni di euro destinati alla facoltà scientifiche in modo da renderle gratuite o fortemente scontate per le donne, garantendo anche un 20% in più di fondi in base alla percentuale di studentesse iscritte. «Ritengo sia un'iniziativa molto positiva», ha proseguito Branchesi nella sua intervista a LetteraDonna. «Ora c'è un forte squilibrio e bisogna trovare dei modi per riequilibrare questa situazione. Un incentivo economico è importante e diffondere questa notizia può incuriosire e attirare le persone».

DOMANDA: Che effetto le ha fatto essere inserita tra le 10 persone più influenti dell'anno dalla rivista Nature?
RISPOSTA: Non me l'aspettavo, è una notizia un po' più grande di me. Sono estremamente onorata e tuttora molto emozionata. Comunque ci tengo sempre a precisare che è il riconoscimento di una scoperta bellissima fatta da tante persone, un lavoro di squadra, di due comunità. Siamo stati 3500 e questo è un premio per tutti.

D: Nature l'ha chiamata merger maker, creatrice di fusioni, perché ha dovuto unire fisici e astronomi.
R:
Quando sono entrata nella collaborazione coi fisici delle onde gravitazionali era il 2009 e si pensava che gli astronomi servissero a poco in questa ricerca, pensavano fosse impossibile osservare le onde gravitazionali. Io invece avevo capito che i rilevatori che avevamo erano tali da cominciare a permette di vederle. Il mio compito è stato quello di parlare agli astronomi delle potenzialità astrofisiche del progetto e da lì abbiamo cominciato a costruire.

D: È stato difficile?
R:
Il gruppo dei fisici è enorme, mille persone, quelli degli astronomi sono gruppi piccoli in competizione tra di loro. Ci siamo dovuti dare una policy di regole, di pubblicazione e scambio di dati, di osservazioni congiunte. Si è dovuto fare un lavoro per portare due mondi un po' diversi a collaborare insieme e trovare sia l'onda gravitazionale che la luce. Siamo riusciti a creare un ponte tra questi due mondi e questa scoperta ha unito tutto.

D: Come si è arrivati alla scoperta della prima onda gravitazionale prodotta dalla fusione di due stelle di neutroni?
R:
I rivelatori di onde gravitazionali hanno avuto uno sviluppo tecnologico importantissimo. Il Premio Nobel dato a Kip Thorne, Ray Weiss e Barry Barish è il premio a dei pionieri che hanno perseguito un progetto visionario per 20 anni. Nel frattempo la tecnologia si è evoluta e ora abbiamo rilevatori che sono in grado di misurare le variazioni di distanza più piccole del nucleo di un atomo come quella generata dal passaggio dell'onda gravitazionale.

D: E voi siete riusciti a sentirla e vederla.
R:
Parliamo di suono perché siamo nelle frequenze del suono, ma effettivamente si tratta di una variazione di distanza. Coi telescopi tradizionali ottico e radio da terra possiamo vedere tutta la luce, con quelli in orbita vediamo l'alta energia, i raggi X e Gamma. Abbiamo rilevato il segnale e due secondi dopo un lampo gamma. Dopo cinque ore abbiamo mandato una localizzazione in cielo e un telescopio cileno ha visto un oggetto nuovo che prima non c'era.

D: Perché questa scoperta è così importante in ambito astrofisico?
R:
Si tratta di aprire una nuova finestra nell'universo e poter vedere quello che prima era invisibile. Nel caso di un'esplosione di una supernova noi non siamo mai riusciti a vedere il centro con la luce, perché intorno ci sono polveri e detriti, con le onde gravitazionali vediamo quello che c'è al centro. I buchi neri non li abbiamo mai visti, non ne abbiamo mai stimato una massa, ora possiamo. Stesso discorso per due stelle di neutroni che si fondono, non le avevamo mai viste prima. Inoltre è uno strumento per misurare la velocità di espansione dell'universo, fare cosmologia. È come se prima avessimo avuto un film in bianco e nero e muto, ora noi li abbiamo aggiunto il colore e il sonoro.

D: E il futuro cosa ci riserverà?
R:
Ci aspettiamo tantissime altre sorprese nei prossimi anni. Ci sono progetti per rilevatori che si sposteranno a frequenze più basse e andremo a studiare i buchi neri massivi che si trovano al centro delle galassie. Sta emergendo un'astronomia nuova a conclusione di 100 anni di ricerche. Fu Einstein a teorizzare per primo le onde gravitazionali, ma sosteneva che non saremmo mai stati in grado di osservarle.

D: Anche Einstein poteva sbagliare, insomma.
R:
Ci ha preso su tutto, ma quando ha detto che non le avremmo mai viste si sbagliava.

D: Quante donne c'erano nel vostro gruppo?
R:
Non so dirlo esattamente ma di certo erano poche. Sono sempre poche, anche se nell'astronomia il numero di donne è un po' più alto. Nel panel di astronomi che hanno annunciato l'evento, su 14 persone c'erano sei donne, quattro delle quali italiane, tre che lavorano all'estero e io che sono in Italia. Questo fa capire quanto questa scoperta sia donna nonostante il numero di scienziate sia inferiore a quello degli scienziati.

D: Perché succede questo?
R:
Credo che esistano un po' di stereotipi che ci portiamo dietro fin da bambini. La scienza è sempre vista un po' come un lavoro per uomini. Bisogna eliminare questa convinzione: gli scienziati non sono per forza brutti e isolati, siamo persone normali con una vita, altre passioni, dei figli.

D: Esiste il maschilismo in ambito accademico e scientifico?
R:
A volte si sente con qualche battuta non corretta o con il mettere in discussione la tua bravura. Poi ci sono ostacoli pratici alla presenza di donne nella scienza.

D: Per esempio?
R:
Quando sono rimasta incinta avevo un finanziamento per giovani ricercatori del MIUR, ero la coordinatrice nazionale, avevo un contratto da ricercatore a tempo determinato e la maternità era a carico del mio progetto, che così doveva dirottare importanti risorse per la ricerca. Non c'era nessuna legge che mi garantisse di poter recuperare a contratto scaduto i mesi di lavoro persi durante la gravidanza. Poi a me hanno rinnovato il contratto, ma nella mia situazione si sono trovate tante altre ricercatrici. Firmammo una lettera per sottoporre questo problema e chiedere una migliore tutela, ma ancora oggi non abbiamo avuto ascolto.

D: Forse per superare gli stereotipi è importante anche avere esempi di grandi scienziate.
R:
Io ne ho avuti. Ho studiato a Bologna e ho fatto il dottorato all'Istituto di Radio Astronomia, dove ho sempre incontrato direttrici donne. Ho avuto due relatrici di tesi come Carla Fanti e Isabella Gioia, due forti esempi di donne nella scienza per me.

D: Nell'ultimo periodo si è acceso un faro sul tema delle molestie sul posto di lavoro. Esistono anche in ambito accademico?
R:
Abbiamo degli esempi sui giornali e ci sono sicuramente delle denunce che non arrivano alla stampa. Ci sono dei casi di questo tipo, non bisogna nascondersi e si deve fare in modo che ciò che non avvenga. Vanno affrontati nel modo migliore.

D: Lei è anche madre di due bambini. È difficile coniugare questi due aspetti?
R:
Alla prima gravidanza avevo molta paura, in realtà la nascita dei miei figli mi ha dato anche una forza che prima non avevo e mi ha insegnato a organizzare meglio il mio tempo, a dare il giusto peso alle cose. Chiaro che ho tanto aiuto dal mio compagno, ci dividiamo tutto e anzi, forse coi bambini è anche più bravo di me. E nei casi d'emergenza ci sono i nonni. Poi il mio lavoro ti permette anche di lavorare da casa. A volte avrei voglia di passare più tempo con loro, ma ci si riesce e si può fare.

D: Il sistema aiuta o no?
R:
Magari ci vorrebbero aiuti in più, come un asilo sul luogo di lavoro o incentivi. Io li porto sempre con me ai congressi, perché abbiamo delle agevolazioni in quanto famiglie, ci vengono fornite delle babysitter, ci danno dei soldi per farli viaggiare con noi. Non succede sempre, dipende dai diversi contesti, ma ci sono casi in cui capita.

D: Lei convive con un fisico. Staccate mai realmente dal lavoro?
R:
Adesso abbiamo i bambini e i nostri momenti in cui non si parla di scienza, ma è anche vero che siamo entrambi molto appassionati al lavoro che facciamo e ne parliamo tanto anche a casa.

D: Quando ha scoperto di amare la scienza?
R:
Ho avuto un insegnate di matematica alle elementari che era fantastico, e credo che il mio amore per la scienza sia nato lì. Ho scelto di fare astronomia, ma non era l'unica cosa che volevo fare: mi piacevano matematica, fisica, architettura, persino medicina. Non sono stata un'astrofila della prima ora, la passione è nata strada facendo. Ma sono sempre stata molto curiosa e forse questo mi ha portato all'astronomia.

D: È stato difficile per lei diventare ciò che è ora? Ha trovato ostacoli nella famiglia o nella società?
R:
La famiglia mi ha sempre sostenuto, i miei genitori hanno sempre rispettato le mie scelte. Difficoltà ne ho trovate, è un lavoro abbastanza totalizzante, in Italia poi ci vogliono tanti anni di precariato e si rischia di stancarsi di questo. Tuttora a volte mi chiedo se è il mestiere giusto per me, ma mi appassiona molto e la passione supera le difficoltà.

D: E l'Italia? È un'opportunità o un ostacolo?
R:
La formazione scientifica nelle università è estremamente alta, soprattutto nella fisica. Ci sono centri d'eccellenza dove fare scienza è come farlo all'estero, un esempio è il Gran Sasso Science Institute dove lavoro io. Gli ostacoli sono gli stipendi bassi e la scarsa fiducia nei giovani, che vengono responsabilizzati poco. Si tratta di un sistema ancora molto piramidale e per i più giovani è difficile avere accesso ai fondi.

D: Lei ora è un orgoglio dell'università e della scienza italiana, ma ha rischiato di essere uno dei tanti cervelli in fuga dal nostro Paese.
R:
Sono stata poco all'estero, ma se non avessi vinto questo finanziamento molto grosso con cui ho costruito il mio gruppo in Italia ci sarei rimasta. Per uno scienziato è normale lasciare il proprio Paese, avviene in tutto il mondo, ma di solito si torna. O comunque ci sono tanti stranieri che entrano. In Italia questo manca: molti vanno via, trovano fuori condizioni migliori e non rientrano, e allo stesso tempo questo genera scarso potere d'attrattiva nei confronti dei ricercatori stranieri.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Correlati

Potresti esserti perso