7 Febbraio Feb 2018 1400 07 febbraio 2018

Violenza, cosa prevedono le nuove Linee Guida per il Pronto Soccorso

Riguardano le aziende sanitarie e ospedaliere. Ed entro un anno ogni P.S. dovrà applicarle. Dal codice giallo come precauzione alla questione della denucia: ce le spiega l'avvocata Manuela Ulivi.

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Linee Guida Ospedale

A inizio febbraio sono state pubblicate in Gazzetta Ufficiale le «Linee guida per le aziende sanitarie e ospedaliere in tema di soccorso e assistenza sociosanitaria per le donne che subiscono violenza». Entro un anno tutti i Pronto Soccorso d’Italia dovranno adeguarsi, uniformando lo stato di un procedimento di presa in carico dei casi di violenza che, al momento, presenta differenti livelli di preparazione e organizzazione a seconda delle strutture. A una prima lettura, le linee guida sembrano avere come obiettivo una miglior valutazione dei casi di violenza fin dai primissimi momenti in Pronto Soccorso e il tentativo di fornire agli operatori gli strumenti per gestire al meglio l’accoglienza delle donne, e per avere consapevolezza che alcune delle scelte fatte in quella situazione potrebbero avere implicazioni future anche molto rilevanti.
Abbiamo chiesto qualche delucidazione in merito all’avvocata Manuela Ulivi di Di.Re (Donne in Rete contro la Violenza).

IL CODICE GIALLO COME PRECAUZIONE

Uno dei primi obiettivi delle linee guida, spiega a LetteraDonna, «è quello di mettere gli operatori in condizioni di riuscire a individuare già al triage la situazione di violenza, anche nei casi in cui non venga denunciata come tale. L’applicazione del codice giallo a queste casistiche, per esempio, fa sì che le donne possano essere viste entro 20 minuti dall’arrivo, diminuendo così le possibilità che durante l’attesa ci ripensino e vadano via». Un'altra indicazione fondamentale è quella di cercare di parlare con le donne da sole, «perché spesso sono i maltrattanti stessi ad accompagnarle in Pronto Soccorso e le probabilità che la donna racconti quanto le è accaduto senza cercare giustificazioni aumentano proporzionalmente a quanto lei si sente a suo agio e al sicuro».
Una volta individuato quale sia il problema e capita la situazione si passa all’azione concreta, che nei casi di violenza non è soltanto questione di cure mediche, ma nelle linee guida «si pone l’attenzione anche sul referto, che viene qui indicato come strumento fondamentale non soltanto del passaggio in ospedale ma anche come documento fondamentale in prospettiva futura».

UNA REFERTAZIONE ACCURATA

Se il codice giallo può servire come precauzione, un altro passaggio fondamentale, spiega l'avvocata, «è la refertazione e come essa deve essere fatta: non più un elenco asettico di lesioni generiche o di terminologie incomprensibili in altri contesti, ma deve diventare uno strumento utile a dimostrare, anche successivamente, come si sono svolti i fatti. L’osservazione e l’annotazione accurata e dettagliata di ciò che il medico vede sono fondamentali, perché ansia, terrore o choc sono facilmente identificabili da un sanitario, ed è solo in questa fase che possono essere individuati tutti i segni di un disagio forte, corollario tipico di uno stato di violenza subita». La loro registrazione può diventare un documento molto utile in seguito, fondamentale nel caso eventuali percorsi giudiziali e civili.

IL NODO DELLA DENUNCIA

La valutazione del rischio viene affidata a un breve questionario (allegato 1, ndr) che permette di orientarsi in un quadro emergenziale sul livello di pericolo che corre la vittima e valutare così se ci sono i tempi per affrontare un problema alla volta oppure se la sua messa in sicurezza è urgente. A questo si collega l’aspetto spinoso della denuncia: non sempre le donne sono pronte o desiderano farla, e non per tutti è chiaro in quali circostanze il medico sia tenuto a farlo e quando no.
«Con il questionario si può valutare fin da subito se ci sono le condizioni per procedere per gradi, evitando così di allarmare immediatamente la donna sul pericolo che corre e di sottoporla quindi allo stress aggiuntivo di fare delle scelte nell’immediatezza della violenza ricevuta, oppure se per la sua sicurezza sia necessario intervenire subito, nel caso in cui emerga un pericolo di recidiva o di rischio imminente al suo ritorno a casa», continua Ulivi. «Sulla questione della denuncia invece, credo che nell’allegato 2 ci sia il punto più discutibile, perché si dà suggerimento di segnalazione alle forze dell’ordine da parte del medico o, in alternativa, di dare indicazioni alla donna perchè vada lei stessa a denunciare. Normalmente in Pronto Soccorso ci si arriva confuse, raramente per scelta e a volte prima di prendere alcune decisioni c’è bisogno di riflettere con calma. Se la donna denuncia senza adeguate informazioni, per esempio, può rischiare di trovarsi a sua volta indagata, come nel caso di presenza di minori, per i quali parte d’ufficio l’indagine su entrambi i genitori. Viceversa, se è il medico a denunciare, la partenza di una procedura può metterla in grave pericolo, soprattutto nei casi cui essa non abbia ancora deciso di andarsene o non si sia ancora allontanata dal maltrattante».

Le donne che subiscono violenza ripetuta e prolungata possono facilmente risultare provate o confuse.

LO STATO PSICOLOGICO DELLE VITTIME

Nella presa in carico di un caso di violenza non può mancare l’aspetto psicologico, che in parte viene gestito con le accortezze riguardo modalità e tempi dell’accoglienza della donna ma, a parte il suggerimento al medico di annotare come si presenta, nulla viene invece detto riguardo la gestione di questo stato.
«In precedenza c’è stata un’esperienza, chiamata Codice Rosa e sperimentata in toscana per il trattamento dei casi di violenza, che si prefiggeva una gestione completa, tutta all’interno di una struttura pubblica», ricorda l'avvocata. «Ma questo approccio prevedeva una parte indagatoria nei confronti della vittima che comprendeva un’analisi dello stato della donna e delle sue eventuali criticità o fragilità, che si rischia posa essere usata contro di lei dal maltrattante stesso. Ricordiamoci che gli uomini violenti spessissimo si presentano molto bene, possono apparire perfetti, ordinati, in giacca e cravatta, insomma gente di mondo che però con la famiglia ha tutt’altra faccia». Questo aspetto va tenuto bene a mente, perchè le donne che subiscono violenza ripetuta e prolungata possono facilmente risultare provate o confuse, mentre in quei casi i padri si presentano sempre meglio.

Gli uomini maltrattanti molto spesso si presentano benissimo, sanno essere persone gentili e all’apparenza possono sembrare quasi perfetti.

STEREOTIPI E CREDENZE SBAGLIATE

C’è un anno di tempo per aggiornare tutte le strutture a tutte le linee guida, la sfida sarà riuscire attraverso la formazione a fornire un sempre miglior supporto alle vittime e ad alzare l’attenzione generale su un argomento che si porta dietro tanti stereotipi e moltissime idee sbagliate, ma dure a morire.
Ce lo conferma Manuela Ulivi: «Stereotipi in tema di violenza, pregiudizi sulle donne o scusanti al maltrattante ce ne sono moltissimi, e non sono naturalmente appannaggio dell’ambiente sanitario, queste forme mentis ci sono nei medici come nei giudici e vanno cambiate a tutti i livelli». E, ovviamente, «nemmeno la formazione può fare miracoli, perché riguarda l’aspetto culturale: se si parla con chi la violenza non la vuol leggere o ha preconcetti sulle donne o sui rapporti uomo-donna, non la leggerà nemmeno dopo un corso intensivo».
Ciò nonostante bisogna partire proprio da qui, da un approccio corretto alla violenza in pronto soccorso: «Chi non vuole vedere la violenza, non la vedrà nemmeno dopo, ma la formazione è il primo passo per cambiare mentalità e cultura», conclude l'avvocata.

Chi non vuole vedere la violenza, non la vedrà nemmeno dopo, ma la formazione è il primo passo per cambiare mentalità e cultura.

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