Elezioni 2018

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1 Febbraio Feb 2018 1303 01 febbraio 2018

Elezioni 2018, intervista a Laura Boldrini: «La mia politica per le donne»

«In Italia non ho mai sentito un politico dichiararsi femminista». La parità linguistica? «Quale uomo avrebbe accettato una carta intestata al femminile?».

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Laura Boldrini

«Ricordo esattamente il momento in cui ho iniziato a scrivere questo libro [Solo le montagne non si incontrano mai, ndr]: ero in Kenia, a Dadaab, nel più grande campo profughi del mondo, con il gruppo elettrogeno davanti e il quaderno fra le mani». Laura Boldrini è arrivata a Milano all’indomani della notizia del rogo del suo fantoccio per mano dei Giovani Padani di Busto Arsizio e poche ore prima della pubblicazione delle liste elettorali: quando la incontriamo ancora niente è ufficiale, ma la voce della sua candidatura a Milano si è già sparsa. La giornata è stata lunga: incontri istituzionali, meeting con i sostenitori, qualche briefing volante tra un appuntamento e l’altro, due interviste. Al momento dei saluti finali, sfidando l’ora tarda e la stanchezza, qualcuno le allunga un libro da autografare, lei prima si illumina, poi si commuove: «Questo libro è nato da una promessa fatta e mantenuta, lo amo molto ma l’ho anche molto trascurato, perché sono stata eletta Presidente della Camera il giorno in cui è uscito. Avrei voluto trattarlo meglio, ma non ho potuto».
Questo scambio è stato l’ultimo del nostro incontro, ma racconta bene anche la cifra stilistica di quelli che l’hanno preceduto: Laura Boldrini sembra fatta così, un donna di grande umanità e con un forte senso del dovere, che frequentemente si trasformano in senso dell’umorismo e della realtà, sostenuta e a tratti avversata da una memoria ferrea che non fa sconti a nessuno, in primis a se stessa.

DOMANDA: Facciamo il bilancio di questi anni alla Presidenza della Camera: quali sono stati i momenti più belli?
RISPOSTA: Tutti quelli in cui siamo riusciti ad ottenere dei buoni risultati per cose in cui crediamo. Rappresentare lo Stato non è sempre facile, ma certe conquiste ti ripagano dei sacrifici. Come la felicità di quando ho firmato la legge sulle unioni civili, o la commozione di quando abbiamo votato per il biotestamento, o ancora la legge sul caporalato, un altro traguardo importante. E poi il 25 novembre, quando ho invitato alla camera 1400 donne che hanno riempito l’aula con la loro presenza e i loro racconti, i sorrisi, le storie di riscatto. Ci sono giornate in cui senti che qualunque sforzo vale la pena di essere compiuto, perché sai l’importanza che le tue azioni avranno per tante persone.

D: Tante soddisfazioni, ma ci sarà stata anche qualche delusione.
R: La più grande è stata senz’altro vedere la riforma della cittadinanza svanire, nell’ultimo giorno della legislatura e all’ultimo punto dell’ordine del giorno. L’ ho vissuta molto male, è stato un tradimento nei confronti ma soprattutto nei confronti degli 800 mila agazzi e ragazze a cui avevamo promesso di farlo. Anche se io nemmeno potevo votare ne ho parlato tanto e ovunque, a tutti i livelli, ma abbiamo perso. Ci sono sconfitte che fanno male, questa però l’ho trasformata in un obiettivo per la prossima legislatura. Era una promessa, farò di tutto per mantenerla.

D: Arriviamo alla sua candidatura con Liberi e Uguali: come affronta la sfida elettorale in una città come Milano?
R: Ci sono moltissime cose da fare e mi piace l’idea di poterle fare a Milano, città aperta ed europea che ci ha dato tante soddisfazioni in molti campi, e dove il mondo progressista ha radici profonde. Credo sia importante soprattutto agire in un momento in cui la sfida è con una Lega e una destra che vogliono mettere in discussione proprio quest’apertura perché temono l’innovazione, il futuro, l’Europa. Insomma hanno paura di tutto, ma l’attitudine alla paura va contrastata, per il bene della città e di tutto il Paese.

D: Qual è il suo programma elettorale?
R:
Piano straordinario per l’occupazione e l’imprenditoria femminile, Legge di cittadinanza, Legge sul cognome delle madri ai figli e Legge sull’omofobia, per cominciare. E poi attenzione alle questioni e ai valori che da sempre mi contraddistinguono e che naturalmente non cambiano di una virgola in campagna elettorale: oltre alle donne e le disuguaglianze, l’ambiente e il digitale.

D: Salvini l’ha presa come bersaglio, il confronto con lui ora diventerà necessariamente più diretto.
R: Io e lui rappresentiamo una visione diversa, anzi letteralmente opposta, della società. Salvini è una persona spregiudicata che ha bisogno di un nemico contro cui scagliarsi. Anche le azioni dei suoi militanti sono la conseguenza della politica di odio che da anni nutre verso i suoi avversari, io compresa. Per me questo modo di operare è inaccettabile e non posso né voglio sottrarmi a un confronto perché significherebbe lasciare il campo libero a tali modi e idee. Lo contrasto e rispondo con il dialogo, anche a nome di tutti coloro che ritengono che l’odio non possa essere la cifra distintiva di uno scambio, soprattutto politico.

D: La «questione femminile» è un tema che alcune donne portano avanti, ma non tutte. Perché?
R:
C’è una citazione di Madleine Albright che mi piace molto e che dice: «All’inferno ci deve essere un posto speciale per le donne che non aiutano le altre donne». Purtroppo ancora poche di noi con incarichi pubblici o istituzionali si spendono in questo ambito, come se farlo fosse riduttivo. Inoltre spesso le donne in posizioni ai vertici si dimenticano quanto è costato loro arrivare fin lì in quanto donne e l’impegno che serve per rimanere dove sono. Questo le dovrebbe portare a battersi per le altre. Per quello che mi riguarda, farò la campagna elettorale con una sciarpa rossa al collo proprio per ribadire la centralità del mio impegno sulle questioni femminili. Faccio e farò di tutto perché ci sia una mobilitazione generale di tutte le donne per le donne, perché se non mi impegnassi in modo prioritario per l’avanzamento della condizione femminile, tradirei me stessa e sentirei che non sto rispettando me per prima.

D: Parità, occupazione, imprenditoria, sono solo alcune delle battaglie che ha portato avanti in questi anni?
R: Questo Paese ha messo in un congelatore tutte le questioni che riguardano le donne come se si potessero accantonare e questo è un problema serio. Per me l’impegno è trasversale e va dalla battaglia sul linguaggio rispettoso del genere ai provvedimenti a favore delle lavoratrici che a volte fanno veramente i salti mortali per portare avanti sia l’attività che la famiglia. Ho cercato anche di puntare i riflettori sulla questione dell’immagine femminile e di pubblicità nei media: l’uso del corpo della donna per vendere ogni tipo di merce è altamente mistificatorio e offensivo, tema che in Italia è una nota dolente incredibilmente sottovalutata.

D: La sua battaglia sul linguaggio di genere è stata fortemente contestata.
R:
Per me è inaccettabile che, se raggiungi posizioni di un certo rilievo, ti devi sentire chiamare al maschile. Se i lavori più semplici vengono tutti declinati al femminile senza polemica, non vedo perché salendo si debbano incontrare sempre più resistenze. Mi sono battuta per avere l’articolo corretto, sono La Presidente. Non credo che un uomo al mio posto avrebbe accettato di avere la carta da lettere intestata al femminile, allora perché avrei dovuto farlo io? Inutile fare facile ironia, il linguaggio è fondante della realtà, ciò che non si nomina non esiste. E per la prima volta in 70 anni di Repubblica, negli atti parlamentari è entrato il genere femminile, fino ad allora sconosciuto a Montecitorio.

All’estero ho conosciuto primi ministri e presidenti che si sono dichiarati pubblicamente femministi.
In Italia non ne ho sentito ancora nessuno.

Laura Boldrini

D: Gli uomini come si collocano in questa battaglia per i diritti delle donne?
R:
In Italia c’è uno zoccolo duro di uomini che non accetta che le donne vadano avanti, eppure quando le donne avanzano nella società, ci guadagna tutto il Paese, perché una società diseguale è una società più fragile. All’estero ho conosciuto primi ministri e presidenti che si sono dichiarati pubblicamente femministi. In Italia non ne ho sentito ancora nessuno, eppure che uomo è colui che non lavora per raggiungere una società in cui uomini e donne hanno gli stessi diritti? Essere femminista significa proprio questo, perciò qual è il problema, cosa temono? Non lo comprendo ma continuerò a insistere. Non so quanto ci metteremo ma è un passaggio importante che prima o poi faremo anche qui. Io non demordo.

D: Il supporto maschile è necessario anche nella guerra alla violenza sulle donne.
R: Questa battaglia deve essere portata avanti prima di tutto da ciascuna donna senza delegare nessun altro. Certo, il sostegno degli uomini è fondamentale. Come dicevo servono uomini consapevoli del fatto che sostenere le donne va a beneficio di tutta la comunità. Alcuni, quelli che ci vogliono bene, quelli che sono nostri amici, già lo sanno e ci appoggiano. Bisogna portare avanti gli altri. Il problema della violenza è principalmente loro: sono loro che fanno fatica a confrontarsi con donne consapevoli, e sempre loro alzano le mani e la voce sulle compagne o sulle mogli perché non accettano di essere lasciati e le considerano un oggetto. Mi fa impazzire veder declassato questo problema a «questioni di donne», come fossero quisquilie da signore mentre bevono il the. Un Paese serio non reagisce così, una classe politica maschile seria prende atto del problema e se ne occupa.

D: È utopistico sperare che, almeno sui temi che riguardano tutte, come la violenza, si possa costruire un dialogo fra le varie esponenti politiche, aldilà della loro appartenenza?
R: Su alcuni temi dobbiamo attivarci tutti e su più livelli. Per questo motivo, in questa legislatura ho istituito l’Intergruppo per i diritti delle donne, a cui hanno aderito circa 100 esponenti di differenti partiti politici. Non è stato facile farle dialogare, prevaleva l’appartenenza politica su quella di genere, ma è stato un esercizio utile e un buon inizio. Chi rappresenta le donne deve riuscire a interloquire per aiutarle, e se partiamo già divise su ciò che ci riguarda, faremo più fatica a raggiungere qualsiasi traguardo. Un primo passo è stato fatto, ma certo c’è ancora molto lavoro da fare.

Io senza mia figlia non sarei niente, e la consapevolezza di provare sentimenti mi dà gioia. Ma la felicità è anche riuscire ad ottenere qualcosa per cui si è tanto lottato.

Laura Boldrini

D: Cos’è la felicità per lei?
R: Io in generale sono una persona contenta di natura. Il cielo azzurro di mattina mi riempie l’animo, mi piace la natura perché sono cresciuta in campagna, e mi piace entrare in empatia con le persone. Poi c’è la famiglia naturalmente, io senza mia figlia non sarei niente, e la consapevolezza di provare sentimenti mi dà gioia.
Infine la felicità è anche riuscire ad ottenere qualcosa per cui si è tanto lottato. Mi auguro anche che le novità che alla Camera ho introdotto, come il rispetto del linguaggio di genere, l’intergruppo delle deputate e la sala intitolata alle donne della Repubblica, vengano mantenute a prescindere da chi rivestirà l’incarico. Diversamente sarebbe un brutto segnale per tutti noi.

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